Quinn: recensione del cortometraggio di Gianluca Mangiasciutti e Stefano Usberghi

Quinn Non Solo Film

La libertà di riconoscersi, il diritto di mostrarsi, la violenza di uno sguardo che pretende di stabilire quali corpi possano esistere e in quale forma. Poi il trauma, la paura e il desiderio di restituire almeno una parte di quel dolore. Quinn è il cortometraggio scritto e diretto da Gianluca Mangiasciutti e Stefano Usberghi, interpretato da Costantino Seghi e Filippo De Carli e prodotto da GM Production. Un’opera che affronta la ricerca identitaria e la violenza di genere attraverso una narrazione capace di muoversi progressivamente dal dramma psicologico verso i territori del thriller, trasformando il bisogno di ritrovare sé stessi in una sorta di ossessiva caccia all’uomo.

Distribuito da Sayonara Film, il cortometraggio ha iniziato il proprio percorso internazionale nel marzo 2026 all’European Film Festival di Lille, per poi essere selezionato da vari festival. Il passaggio più significativo è arrivato con la selezione alla ventiduesima edizione dell’HollyShorts Film Festival di Los Angeles, manifestazione qualificante per gli Academy Awards e i BAFTA, dove Quinn è stato presentato nella sezione Thriller. Un percorso particolarmente importante per la prima produzione cinematografica di GM Production, capace di portare nel circuito internazionale un racconto apertamente legato alla libertà individuale e alle forme di violenza che tentano di negarla.

Il film dura venti minuti e vede Gianluca Mangiasciutti ed Emanuele Bianco firmare il soggetto, mentre la sceneggiatura è scritta dagli stessi insieme a Stefano Usberghi. La fotografia è curata da Usberghi con Francesco Argenziano, il montaggio è di Claudio Califano e la colonna sonora originale è composta da Ginevra Nervi, che accompagna il tormento del protagonista attraverso sonorità elettroniche, tensioni sintetiche e texture di archi.

Violenta ossesione

Quinn è un giovane che sta cercando la propria identità e che, quando indossa abiti femminili, sembra finalmente riuscire a riconoscersi. Una parrucca bionda, una pelliccia, un trucco leggero: non elementi di una trasformazione costruita per nascondersi, ma strumenti attraverso i quali mostrarsi nella forma in cui si sente maggiormente vivo, autentico e a proprio agio. È proprio in uno di questi momenti di libertà che viene osservato da uno sconosciuto, seguito lungo la strada e avvicinato in un vicolo. Al rifiuto di Quinn, l’uomo reagisce con una violenza brutale, lasciando sul suo volto sangue, ferite e lividi.

L’aggressione non termina però insieme al pestaggio. Continua nel modo in cui Quinn comincia a guardare il proprio corpo, nella paura di tornare a vestirsi come desidera e nella convinzione progressivamente interiorizzata che essere sé stesso possa rappresentare una colpa. Il giovane si isola, interrompe i rapporti e lascia che persino Gloria, l’amica di sempre, diventi soltanto una voce registrata nella segreteria telefonica. La violenza esterna si trasforma così in repressione interiore: ciò che l’aggressore ha tentato di cancellare attraverso il corpo continua a essere negato dallo stesso Quinn.

Quando incontra casualmente l’uomo che lo ha assalito, il protagonista decide di seguirlo e di iscriversi nella palestra da lui frequentata. Quinn osserva, attende e prepara un confronto senza possedere, forse, una piena consapevolezza delle proprie intenzioni. Quella che inizialmente sembrava una storia di trauma e ricostruzione assume allora la forma di un revenge movie trattenuto, nel quale la vendetta diventa insieme possibilità di liberazione e nuova minaccia nei confronti della propria identità.

Il corpo come luogo del trauma e della rivendicazione

Quinn Gianluca Mangiasciutti e Stefano Usberghi _ Non Solo Film

Quinn è un cortometraggio tecnicamente maturo, capace di costruire una precisa identità visiva rimanendo costantemente vicino al proprio protagonista. Mangiasciutti e Usberghi ne cercano gli sguardi, i silenzi e le reazioni fisiche, trasformando il corpo nel principale spazio narrativo del film: prima luogo di libertà e affermazione, poi superficie sulla quale la violenza lascia segni destinati a sopravvivere oltre l’aggressione. Il film non cerca di definire rigidamente l’identità di Quinn, ma racconta la difficoltà di abitarla in una società che si proclama inclusiva continuando a stabilire confini e forme di esclusione. Il pestaggio non colpisce soltanto il suo corpo: distrugge la naturalezza con cui, nelle sequenze iniziali, esprimeva sé stesso, sostituendola con vergogna, isolamento e paura.

Costantino Seghi restituisce con intensità questa trasformazione, soprattutto nei momenti nei quali il personaggio non riesce a verbalizzare ciò che prova. Il desiderio di vendetta diventa allora il tentativo di recuperare il controllo perduto, ma conduce Quinn verso una violenza che finisce per spaventare persino lui. Il confronto conclusivo evita così una catarsi semplice: costringe il protagonista a riconoscere quanto profondamente il trauma abbia continuato a crescere dentro di lui. Anche la palestra assume un evidente valore simbolico. In uno spazio legato alla forza fisica e a una precisa rappresentazione della mascolinità, Quinn entra nel mondo del proprio aggressore e prova a rovesciarne le regole. La vendetta diventa quindi insieme rivendicazione e rischio: possibilità di riconquistare la propria libertà, ma anche pericolo di lasciare che sia il dolore a definire definitivamente la propria identità.

Il cortometraggio mostra qualche limite nella gestione del ritmo. Alcune sequenze ribadiscono sensazioni già chiaramente comunicate, rendendo a tratti percepibili i venti minuti di durata. Rimane però un’opera solida e visivamente consapevole, capace di utilizzare le forme del thriller per raccontare ciò che resta dopo la violenza: la difficoltà di tornare a riconoscersi e la necessità di rivendicare il diritto a essere sé stessi.

Recensione

Regia—4
Sceneggiatura—4
Fotografia—4
Recitazione—3,5
Sonoro—3,5
Emozione—3,5
Media finale
3,8/5
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