Venezia 83 – Il primo della classe: recensione del cortometraggio di Andrea Ricciotti

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Vincenzo (Samuele Carrino) è Il primo della classe nel cortometraggio di Andrea Ricciotti, presentato come evento speciale alla 83^ Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia e disponibile su RaiPlay. Il ragazzo perfetto, bello, bravo, buono, un ottimo studente, popolare e per tutto questo amato da tutti, è – esattamente come dice il titolo del cortometraggio – Il primo della classe.

C’è un evento che distrugge ogni cosa: Aurora (Alessia Cosmo), la ex fidanzata del protagonista, mostra un occhio nero, Vincenzo ha usato violenza contro di lei. Questa notizia metterà a ferro e fuoco l’intera vita dei due ragazzi, facendo venire a galla varie domande.

Il primo della classe: Vincenzo, un bravo ragazzo

Da quel momento, il ritratto dorato di Vincenzo va in frantumi. Il cortometraggio di Riciotti esplora l’onda d’urto che un evento come questo genera in una comunità impreparata ad accettare che “il migliore di tutti” possa essere un carnefice. Crolla l’illusione della perfezione e subentra l’orrore: la violenza di genere non ha il volto di un mostro emarginato, ma può nascondersi dietro il sorriso del compagno di banco ideale.

L’occhio nero sul volto di Aurora è il punto di non ritorno, la crepa insanabile che manda in frantumi il ritratto dorato del protagonista. Dal momento della rivelazione, l’apparente perfezione di Vincenzo si trasforma in una gabbia di ipocrisia. Il “prima” e il “dopo” si scontrano violentemente: viene inghiottito dall’ombra di un atto imperdonabile. Ricciotti ci costringe a guardare dentro questa voragine psicologica, dove il successo sociale diventa lo scudo dietro cui il carnefice ha nascosto la propria natura pulsionale e possessiva. È la narrazione di una caduta verticale, dove il “primo della classe” perde ogni primato umano, lasciando lo spettatore a fare i conti con una verità scomoda: il male non ha bisogno di presentarsi al buio, cammina alla luce del sole tra i corridoi di una scuola superiore.

In questo quadro di apparente perfezione, la figura di Aurora diventa il perno emotivo e concettuale della vicenda. Il suo occhio nero non è soltanto la traccia visibile di un abuso fisico, ma il simbolo tangibile di una fiducia infranta. Aurora non deve affrontare solo il trauma del gesto in sé, ma anche il peso intollerabile dell’incredulità altrui. Attorno a lei, il microcosmo sociale stenta a rielaborare l’accaduto: come può il “primo della classe” essere capace di una simile brutalità?

Ricciotti sceglie di addentrarsi in un terreno delicato senza offrire risposte semplici. Al centro della storia non c’è solo un ragazzo accusato dalla ex, ma le conseguenze che l’atto genera: la spaccatura tra gli amici, il peso del giudizio sociale e il ruolo chiave di un video che sembra chiudere la questione. Sembra, soltanto. In un’epoca in cui le immagini diventano prove, condanne o difese prima ancora di chiedersi cosa ci sia fuori dall’inquadratura, un singolo filmato può trasformare istantaneamente una vicenda intima in un processo pubblico.

Il primo della classe: il racconto della violenza che distrugge ogni cosa

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Il secondo punto fondamentale di Il primo della classe risiede nel video mostrato da Aurora per denunciare la violenza di Vincenzo. Quelle immagini dovrebbero rappresentare una prova schiacciante, ma la difesa del ragazzo insinua il dubbio: il filmato potrebbe essere un deepfake generato dall’intelligenza artificiale. Ricciotti mette così in campo questioni di forte attualità: la difficoltà sempre maggiore di scindere il vero dal falso e la fatica nell’accettare la propria incertezza. Di fronte all’accusa di violenza, l’urgenza ideologica o emotiva di schierarsi precede la reale necessità di comprendere. C’è chi difende Vincenzo, chi crede ad Aurora e chi si affida alla forza del filmato. La piattaforma social si trasforma in un tribunale sommario. Se qualsiasi contenuto visivo può essere manipolato o alterato con estrema facilità, il concetto stesso di “prova visiva” perde di valore.

Tuttavia, Il primo della classe suggerisce che la falla non risieda soltanto nella tecnologia, ma nello sguardo di chi osserva. Anche un’immagine del tutto autentica può essere travisata, decontestualizzata o piegata a narrazioni di comodo: diventa, nelle mani del pubblico, lo specchio di ciò che si vuole credere piuttosto che il riflesso della realtà.

La macchina da presa di Ricciotti coglie il senso di solitudine di fronte a un ambiente che, pur di non smantellare l’idolo che ha costruito, rischia di minimizzare, giustificare o colpevolizzare la vittima – . Dal punto di vista formale, il regista lavora sul contrasto. La regia asciutta e priva di compiacimenti retorici spoglia la narrazione di ogni fronzolo, lasciando che siano gli sguardi, i silenzi e le tese ellissi di montaggio a raccontare la frattura. La perfezione formale dei primi minuti si incrina gradualmente, lasciando emergere una tensione sotterranea che soffoca e interroga lo spettatore.

Sul piano strettamente cinematografico, il corto di Andrea Ricciotti trova la sua efficacia in una regia rigorosa, che rifiuta la spettacolarizzazione per lavorare sulla tensione sotterranea e sull’espressività delle scelte formali. La costruzione visiva gioca su un netto contrasto estetico tra il “prima” e il “dopo”. Nelle sequenze iniziali, le inquadrature sono pulite, simmetriche e inondate da una luce naturale e diffusa, quasi a voler riflettere la limpidezza morale e la levigatezza sociale del protagonista, l’opera infatti diventa anche e forse prima di tutto una questione di reputazione. Con l’irruzione della verità, la sintassi visiva cambia radicalmente: la macchina da presa si avvicina ai volti con piani stretti e soffocanti, stringendo i personaggi all’interno dell’inquadratura attraverso l’uso di ciò che li circonda stipiti delle porte, finestre, specchi, che traducono visivamente il senso di isolamento e di reclusione emotiva. L’occhio nero di Aurora “attraversa” la storia e la vita dei personaggi come un elemento di disturbo visivo impossibile da ignorare, costringendo lo sguardo dello spettatore a scontrarsi continuamente con la realtà dei fatti.

Un film che non fa sconti

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Riciotti firma un’opera asciutta e priva di sconti, capace di trasformare un caso individuale nel ritratto speculare delle nostre ipocrisie collettive. Quando i riflettori sulla perfezione di Vincenzo si spengono, ciò che resta sullo schermo non è solo il dolore di Aurora, ma una domanda urgente che continua a risuonare a luci accese: quanti “primi della classe” stiamo ancora rifiutando di vedere per quello che sono realmente?

Leggi anche Quinn: recensione del cortometraggio di Gianluca Mangiasciutti e Stefano Usberghi

Recensione

Regia—3,5
Sceneggiatura—3,5
Fotografia—3,5
Recitazione—3,5
Sonoro—3,5
Emozione—3,5
Media finale
3,5/5
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