Il mito, la pellicola, la stagionalità. Una madre, una figlia, un rapporto da preservare e dal quale liberarsi. La cura, l’isolamento, il desiderio, la necessità di lasciare andare. Demetra in Esilio è il primo lungometraggio scritto e diretto da Maria Giovanna Cicciari, presentato all’83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia nell’ambito di Biennale College Cinema, di cui rappresenta l’unico progetto italiano dell’edizione 2025/2026.
Un esordio nel lungo che arriva però dopo un percorso già profondamente legato al cinema di ricerca e alla sperimentazione: dalla formazione all’Accademia di Belle Arti di Brera ai lavori in pellicola, passando per Hyperion, Atlante 1783 e L’Ambasciatore, la Danzatrice e il Vulcano. Prodotto da Raffaella Pontarelli per Amarena Film attraverso il grant da 200mila euro di Biennale College Cinema, il film vede protagoniste Ioana Miruna Drajneanu, alla sua prima esperienza cinematografica, e Roberta Rovelli, già vista tra gli altri in Vermiglio e Fabbricante di lacrime. Al centro, come suggerisce il titolo, il mito di Demetra e Persefone: la madre e la figlia, la terra, i fiori, il susseguirsi delle stagioni. Ma la Grecia antica è lontana. Qui ci sono Milano, un appartamento soffocato dal caldo e due donne incapaci, almeno inizialmente, di immaginarsi davvero l’una senza l’altra.
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L’esilio di un dualismo
Milano si svuota sotto il peso di un’estate torrida e Daria (Roberta Rovelli) non esce più di casa. Appassionata di botanica, ha progressivamente trasformato il proprio appartamento in un piccolo ecosistema, riempiendolo di piante e costruendo attorno a sé un mondo chiuso, autosufficiente solo in apparenza. Con lei vive la figlia Lia (Ioana Miruna Drajneanu), che scandisce le proprie giornate sulla base delle necessità della madre: la spesa, le medicine, la cura della casa, una presenza pressoché costante. Le poche uscite diventano allora gli unici momenti nei quali la ragazza può sottrarsi a quella dimensione domestica e dedicarsi a un progetto artistico ispirato proprio al mito di Demetra e Persefone.
Lia filma ciò che incontra fuori, raccoglie immagini, osserva una città sospesa e quasi deserta e costruisce progressivamente un proprio diario visivo. Mentre dentro l’appartamento ogni giornata sembra riprodurre la precedente, fuori esiste ancora la possibilità dell’imprevisto, dell’incontro e soprattutto del desiderio. È attraverso questa opposizione che Demetra in Esilio racconta una separazione prima ancora che essa avvenga: quella di una figlia che comincia a intuire la necessità di costruire una propria esistenza e di una madre che, per permetterglielo, dovrebbe accettare di rinunciare almeno in parte alla sua presenza.

Demetra in Esilio: il mito nel presente
È probabilmente nella scrittura che Demetra in Esilio mostra con maggiore evidenza la maturità della sua autrice. Maria Giovanna Cicciari non utilizza Demetra e Persefone come semplice riferimento colto, ma ne prende la struttura profonda per trasportarla nel presente. Nel mito Persefone trascorre parte dell’anno nell’oltretomba e parte sulla Terra accanto alla madre: quando scompare dallo sguardo di Demetra la natura muore, quando ritorna rifiorisce. Cicciari trasforma questo ciclo in un loop quotidiano. Lia si prende cura della madre, esce, torna; Daria rimane ad aspettarla. Le giornate ricominciano apparentemente uguali, attraversate da minime variazioni che ne modificano progressivamente il significato.
Il mito passa così dalla dimensione cosmica a quella domestica. L’appartamento diventa rifugio, ecosistema e contemporaneamente prigione. Daria coltiva le proprie piante e cerca di preservare un universo immobile; Lia, al contrario, esce e filma ciò che trova all’esterno. Una prova a fermare il tempo, l’altra comincia necessariamente a muoversi. È qui che la maternità assume la sua natura più contraddittoria: prendersi cura significa proteggere, ma può significare anche trattenere. Per permettere a una figlia di crescere bisogna accettarne progressivamente l’assenza.
Il titolo stesso nasce dal dialogo con Gli dei in esilio di Heinrich Heine e rafforza l’idea di una divinità antica costretta a sopravvivere dentro il presente. La Demetra di Cicciari non attraversa campi ormai sterili, ma rimane chiusa in un appartamento milanese; Persefone non viene trascinata nell’Ade, ma avverte semplicemente il desiderio di un altrove e di una vita propria. Una rilettura intelligente, nella quale si percepiscono tanto la formazione letteraria quanto il precedente percorso sperimentale della regista.
Demetra in Esilio: una madre, una figlia, il fuori campo
C’è soprattutto un’intuizione cinematografica interessante alla base di questa rilettura. Se Persefone scompare periodicamente dallo sguardo di Demetra, Cicciari ragiona sulla figlia quasi come su una creatura del fuori campo. Vedere e non vedere diventano azioni decisive: Lia esiste nello sguardo della madre, ma fuori dall’appartamento comincia a costruirne uno proprio attraverso la macchina da presa. Le immagini che realizza diventano così anche la conquista progressiva di uno spazio personale. L’utilizzo della pellicola, perfettamente inserito in questa ricerca, restituisce materia alle immagini e mostra quanto la gavetta sperimentale di Cicciari abbia già costruito un vocabolario riconoscibile.
Non tutto possiede però la stessa solidità. Demetra in Esilio è un film che dipende enormemente dalle interpretazioni, dagli sguardi, dalle pause e dai non detti. Roberta Rovelli possiede gli strumenti per riempire questi silenzi e restituire a Daria un’ambiguità che impedisce al personaggio di ridursi alla semplice madre oppressiva. Ioana Miruna Drajneanu ha una presenza immediatamente coerente con Lia, fragile e naturalmente trattenuta ma paga, solamente in alcuni passaggi, l’acerbità di un’interprete alla prima esperienza cinematografica. In un film che le chiede continuamente di comunicare attraverso minime variazioni del volto, questa inesperienza emerge in alcuni passaggi (del tutto comprensibile).
Si percepiscono inoltre i confini produttivi entro i quali l’opera è stata realizzata. Il micro budget di Biennale College è insieme la condizione che ha permesso al film di esistere e uno dei suoi limiti più evidenti. La concentrazione degli spazi e l’essenzialità produttiva diventano spesso funzionali alla storia, ma in altri momenti lasciano intuire ciò che Cicciari avrebbe potuto costruire disponendo di mezzi più ampi.
Demetra in Esilio non è quindi un esordio privo di fragilità. La ripetizione che costituisce concettualmente la sua forza rischia talvolta di diventare anche un peso narrativo, ma dietro questi limiti esistono un pensiero cinematografico preciso e una sceneggiatura intelligente, stratificata e mai inutilmente intellettuale. Rimane soprattutto la sensazione di trovarsi davanti a un’autrice che sappia già cosa vuole interrogare e attraverso quali immagini farlo. Sarà interessante capire cosa potrà fare Maria Giovanna Cicciari quando avrà a disposizione strumenti produttivi più ampi.





