Holy Wood Dust, il documentario naturalistico di Victor Kossakovsky presentato alla Mostra del Cinema di Venezia 2026 nella sezione Open – Fuori Concorso, offre al pubblico un’esperienza sensoriale e filosofica. Kossakovsky, uno dei documentaristi più visionari dei nostri tempi, con il neurobiologo vegetale Stefano Mancuso, ci obbliga a cambiare prospettiva. E se un albero sentisse? Cosa accade davvero nell’istante esatto in cui cade sotto la motosega, nel secondo successivo al suo abbattimento? La domanda posta sembra animista, quasi mistica, ma è pura scienza. Ed è qui la forza del film.
Holy Wood Dust: quando un albero cade, la foresta sente…

La trama non è lineare, è circolare, come gli anelli di un tronco. Non ci sono un inizio e una fine classici. Il film parte da un dettaglio microscopico – una goccia di resina, una vibrazione di una foglia al microscopio elettronico – e si allarga a dismisura fino a diventare foresta, pianeta, cosmo. Kossakovsky e Mancuso ci portano in un viaggio che alterna il Trentino, dove è stato girato con il supporto della Film Commission, alle foreste primarie. Il cuore narrativo è un esperimento concettuale: seguire la “vita” di un albero abbattuto, dal secondo prima del taglio al silenzio che lascia nel bosco. Intorno al lui, gli altri alberi reagiscono, cambiano la chimica del terreno, inviano segnali d’allarme. Non succede quasi nulla, eppure succede tutto. La fotografia del film è l’elemento più rivoluzionario. Il regista, che è anche operatore, gira in 8K con ottiche macro e teleobiettivi estremi, con una profondità di campo quasi pittorica. Le immagini sembrano quadri di Caspar David Friedrich in movimento. I controluce al tramonto trasformano la polvere di segatura in una “polvere” santa – da qui il titolo Holy Wood Dust – che fluttua come le stelle. Niente uso di droni spettacolari, niente effetti: solo luce naturale, nebbia reale e un tempo di osservazione infinito. Ogni inquadratura dura il tempo che un albero impiega per respirare.
Un film con un sound design monumentale, che ci chiede di ripensare cosa sia l’intelligenza
Holy Wood Dust rifiuta la struttura classica del documentario divulgativo. Non ci sono grafici o esperimenti in laboratorio. Il regista applica il suo metodo: osservazione pura, camera fissa e tempi dilatati. Gli alberi non vengono filmati come oggetti ma come soggetti. Li guarda dal basso, come fossero cattedrali. Li ascolta. Il vero protagonista è il suono. Il sound design è monumentale: il crepitio della linfa, l’ultrasuono delle radici, il sibilo di una motosega che nel film suona come un’esecuzione. Musica e rumore ambientale si fondono creando una tensione quasi thriller. Mancuso è la guida perfetta. La sua tesi è chiara: le piante non sono organismi passivi. Comunicano, memorizzano, prendono decisioni, si aiutano. Sono esseri sociali con tempi diversi dai nostri. Il documentario rende visibile l’invisibile, la “Wood Wide Web” sotterranea.
Kossakovsky vuole convertire con la bellezza. Dopo 90 minuti non passerete più davanti a un albero senza provare qualcosa di molto simile alla colpa e alla meraviglia
Se da un lato questa scelta poetica è il suo più grande pregio, dall’altro è il suo limite. Holy Wood Dust richiede allo spettatore uno sforzo contemplativo non indifferente. Chi si aspetta un reportage alla National Geographic resterà spiazzato. Il ritmo è lentissimo, ipnotico, a tratti estenuante. Il documentarista non vuole convincere con i dati, vuole convertire con la bellezza. A tratti il simbolismo – dal titolo che gioca con Holy Wood /Hollywood e la polvere sacra del legno – rischia di diventare retorico. Ma è un rischio necessario. In definitiva, citando Dostoevskij in apertura “non capisco come si possa passare davanti a un albero e non provare gioia” – il regista ci riesce: dopo novanta minuti, non passerete più davanti a un albero senza provare qualcosa di molto simile alla colpa e alla meraviglia. Non è un film sull’ecologia ma un film che ci chiede di ripensare cosa sia l’intelligenza. Ci costringe a farci una domanda più scomoda: e se l’intelligenza non fosse solo la nostra? Sposta così l’intelligenza fuori dall’uomo e la restituisce alla foresta.





