Her Private Hell: recensione del film di Nicolas Winding Refn

Her Private Hell recensione NonSoloFilm.it

Si scrive NWR, si legge Nicolas Winding Refn, è la “brandizzazione” dell’autore di Her Private Hell e rischia di essere un problema per il cinema. Nasce tutto da un elementare processo di astrazione per cui un nome diventa sintesi (iconica) e veicolo di immediata riconoscibilità per un set di idee, valori e sentimenti. Vale generalmente per prodotti o aziende, ma nulla vieta un’applicazione più personale.

Ne consegue che, qualsiasi visione d’autore cui il tempo e le circostanze abbiano concesso di esprimersi per qualche tempo e un certo numero di film, può rientrare nella categoria. La tendenza, la deriva, esaspera un concetto – l’autore cinematografico – elaborato in Francia negli anni ’50: il regista che parla in prima persona e condivide la libertà espressiva di un romanziere, la cui autorialità è sottintesa dall’unicità della messa in scena e dai motivi ricorrenti all’interno della sua opera.

Ora, a che serve il pistolotto se non a ricordarci che Nicolas Winding Refn – Bronson, Drive, Too Old to Die Young – è, contemporaneamente, autore e brand? Her Private Hell è cinema d’autore, al suo meglio. E un brand innamorato della sua vacuità, nei momenti peggiori. I secondi hanno la meglio, purtroppo.

Her Private Hell è la storia di un’attrice, di una strana famiglia e di una nebbia assassina

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L’autorialità di Nicolas Winding Refn poggia su una forte stilizzazione e una rivisitazione molto personale del cinema di genere tenuti insieme dal rifiuto delle strutture narrative tradizionali cui viene preferito uno storytelling rarefatto, impalpabile, d’atmosfera. Questo è NWR, l’autore; poi c’è Her Private Hell che deforma in brand, svuotandole, le idee che nei momenti più limpidi hanno attraversato – Drive, mix prodigioso di coté fiabesco, fantasia pop e noir urbano – l’opera del cineasta danese. Mancando della coerenza necessaria a legare forma e (preteso) contenuto, la provocazione è sterile, lo spettacolo anestetizzato, l’estetica non così esuberante. Resta la ripetizione poco ispirata di un certo tipo di provocatoria messa in scena. Ecco, il cinema d’autore diventa brand quando, delle idee, rimane solo il guscio.

Her Private Hell è un impasto di horror e sci-fi proiettato su un fondo crepuscolare e futurista. Un mondo di grattacieli avvolti dalla nebbia assassina, e la storia è quella di Elle (Sophie Thatcher). È un’attrice, di ritorno a casa per recitare in un bizzarro film di fantascienza, sorta di Barbarella ripulito di sex appeal e sguardo maschile. Elle raccoglie nella lobby del suo grattacielo Hunter (Kristine Froseth), che porta a casa per presentarla a Dominque (Havana Rose Liu), coetanea e matrigna; ha sposato il padre di lei, l’ambiguo Johnny Thunders (Dougray Scott). L’inferno della protagonista è un film difficile da girare, una famiglia da ricomporre – lei e Dominique hanno un passato – e la nebbia assassina. Lì dentro si muove un serial killer affamato di giovani donne, chiamato Leatherman e vecchio come il mondo. Anche il soldato K (Charles Melton), americano di stanza in Giappone, è sulle piste di Leatherman, perché responsabile della morte di sua figlia.

L’esilità della trama potrebbe far spazio a un cinema sperimentale e provocatorio, mentre Her Private Hell è una fantasia al neon colorata di rosa e azzurro più interessata alla simmetria dell’immagine che a parlarci dei personaggi – è il racconto di un sotterraneo e sanguinoso processo di emancipazione della donna? Una riflessione sulla paternità? Un tentativo di andare al di là del tempo? – e immersa nella nebbia.

La nebbia camuffa, senza nasconderle, le sue ombre; è un naturale veicolo di suspense, ha una forza allusiva che al cinema funziona – da Fellini a John Carpenter, ma non solo – e il film non la usa come potrebbe, abbinandola a shock superficiali e standardizzati, con poco di emozionante dietro. Si può perdonare alla nebbia di non mantenere le sue promesse, ma a un un film nebbioso, no; deve per forza nasconderci qualcosa. Può essere un’idea, un’emozione, o un senso più elementare dello spettacolo. Ma qualcosa deve esserci. È una delle premesse disattese dal film.

Her Private Hell – Una visione inefficace per un film che funziona solo a tratti

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Her Private Hell è un film moderno tanto quanto può sembrarci fuori dal tempo. Di attuale c’è la sfacciata esibizione citazionista, l’omaggio al realismo onirico di David Lynch, il debito di riconoscenza verso il genere, soprattutto Dario Argento, giallo e non. È a suo modo citazionista il contributo del grande Pino Donaggio; la tessitura maestosa, piena di pathos e lussureggiante della colonna sonora rievoca la poetica morbosa e sensuale femminilità esibita dai classici di Brian De Palma. Poi c’è il paesaggio futurista e notturno di Her Private Hell, che ricostruisce un immaginario degli anni ’80 inaugurato e definito dalla rivoluzionaria visionarietà di Blade Runner, ma il confronto tra un’estetica e l’altra è impietoso; raramente le idee del film sono portate a pieno sviluppo. È la contraddizione più insolita per una storia che si affida alla forza autoevidente dell’immagine e all’estetizzazione di idee, sentimenti e significati.

L’immagine dovrebbe parlare la sua lingua, stilizzata e iconoclasta, ma è questo il punto, con Her Private Hell: l’incantesimo è largamente inefficace. O, meglio, funziona a tratti, quando il film ha il coraggio di spingere sul pedale della follia senza farsi raggelare dall’eleganza delle forme. Nicolas Winding Refn è troppo innamorato dell’esteriorità della sua firma d’autore e, in parte volendolo e in parte senza controllo, ne fa un asettico brand, tante idee di cui non si approfondisce portata, densità e contenuto. Il suo film è un oggetto dall’eleganza superiore a quella della maggior parte dei prodotti del cinema contemporaneo, pensato suo magrado per un consumo e uno shock sbrigativi e superficiali. E questa è la modernità del film.

Di poco attuale, c’è che Her Private Hell vuole essere più di un ambizioso esempio di autorialità e il modo con cui prova a ricostruire, stilisticamente, il cinema di genere. Non ha la forza “atmosferica” del miglior Pablo Larraín e il lavoro sull’immagine non fa venir fuori un’idea del mondo e delle persone come capita persino agli ultimi, imperfetti film di Wes Anderson; lui, che con NWR condivide una pericolosa deriva autoindulgente, sa ancora andare oltre l’armonica composizione delle inquadrature.

Nicolas Winding Refn fa un cinema diverso, e questa sincerità d’approccio ricompensa dell’inconsistenza intermittente di Her Private Hell. È apprezzabile la libertà concessa a Sophie Thatcher di muoversi, oltre la consueta gotica dolcezza – è il volto dell’horror contemporaneo – verso zone più folli, stravaganti, deliranti. Non basta. Her Private Hell ha poco da dire oltre la superficie, e questo non stupisce. L’anomalia è che persino l’impronta stilistica di NWR – il fulcro della sua autorialità recente, l’ombelico di un cinema notoriamente provocatorio – si sia fatta travolgere dalla stanchezza. La bellezza non salverà il mondo (del cinema), almeno stavolta.

Her Private Hell arriva nelle sale italiane il 30 settembre 2026 per MUBI.

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Recensione

Regia—2,5
Sceneggiatura—2
Fotografia—2
Recitazione—2,5
Sonoro—4
Emozione—2
Media finale
2,5/5
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