Il regista rumeno Cristian Mungiu si addentra nel dramma nordico per raccontare uno scontro ideologico in Fjord, film premiato a Cannes. Cosa succede quando un incidente accende un confronto tra lingue, culture e società diverse? Fjord, a dispetto del suo titolo semplicistico, non allude affatto a un paese idilliaco tipico dei fiordi norvegesi. L’ambientazione scelta da Mungiu è quella di una cittadina cupa, a ridosso di una catena montuosa, dove il sole sembra non fare mai capolino e le valanghe vengono vissute come eventi abitudinari.
Qui, la famiglia Gheorghiu si trasferisce dalla Romania alla Norvegia per stare vicina ai parenti di Lisbet (Renate Reinsve), infermiera. Con lei c’è il marito ingegnere rumeno Mihai (Sebastian Stan) e i loro cinque figli. I Gheorghiu sono una famiglia evangelica, chiusa nelle loro preghiere e canti religiosi della loro chiesa. Quando un’insegnante a scuola nota che una delle loro figlie presenta alcuni lividi sul corpo, sospetta dei maltrattamenti e denuncia Mihai e Lisbet ai servizi sociali.
Fjord, il film di Mungiu non fornisce risposte semplici

Il regista si muove all’interno delle oltre due ore di narrazione con estrema cautela, volendo scandagliare a fondo lo scontro tra le due ideologie opposte: da un lato i Gheorghiu, legati ai valori della “famiglia tradizionale” e intrisi di dogmatismo religioso, dall’altro il sistema norvegese, un modello che pone al centro la protezione dei minori e tolleranza zero verso chi abusa di loro. Cosa succede in questi casi? Se c’è il sospetto di una violenza, il tribunale di Tutela dei Minori può prelevare i figli di una coppia senza il consenso diretto dei genitori. E in alcuni casi si rischia anche il carcere. Per Mihai e Lisbet è un colpo al cuore, specialmente perché il loro figlio più piccolo è un neonato che ha bisogno di essere allattato.
Sebastian Stan è freddo e impulsivo nel ruolo di Mihai, un uomo irruento con atteggiamenti velatamente violenti (anche se inconsciamente non se ne rende conto). Renate Reinsve è la parte emotiva della storia: una donna controllata, quasi remissiva, che comunque si batte con logica convinzione pur di far valere le sue convinzioni.
Fjord non è un film in cui è facile prendere posizioni. Sono tante le domande che la complessa (e magnetica) sceneggiatura di Cristian Mungiu ci pone davanti: quanto in fondo si conosce una persona? Il sistema norvegese è giusto, oppure è troppo severo nei confronti delle famiglie? E soprattutto, stiamo educando bene i nostri figli? La pellicola non fornisce risposte semplici, neanche intende prendere le parti di nessuno. Non esiste il giusto o il sbagliato in questa storia, ecco perché il regista lascia che sia lo spettatore a guardare, riflettere e porsi delle domande.
Fjord e l’incomunicabilità

Non è un caso che il film sia girato in tre lingue – inglese, rumeno e norvegese – per marcare ancora di più il senso di incomunicabilità. In questo contesto, i Gheorghiu vengono visti come degli outsider dalla società norvegese, che ai loro occhi appare troppo rigida. Al contrario, il sistema norvegese considera i loro metodi educativi troppo severi. Lo scontro sociale si espande, c’è un contrasto tra linguaggi (a volte sentiamo Mihai chiedere in quale lingua deve parlare per farsi capire), e religioni (a scuola non è permesso fare propaganda religiosa). I Gheorghiu non si sentono capiti, quindi pensano di trovarsi al centro di una persecuzione religiosa e di violazione dei diritti umani.
Si finisce in tribunale – La parola ai giurati di Sidney Lumet continua a fare scuola. La Norvegia contro i Gheorghiu, con Mihai che, attaccato, continua a mostrarsi ferreo sulle sue decisioni, convinto di aver educato i figli nella giusta maniera. Non c’è una soluzione al problema, e le domande continua a sorgere spontanee anche dopo il finale. Provocazione o non, Fjord è certamente un film che fa discutere.






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