“Rocky sono io” è sia il titolo del film diretto da Peter Farrelly, sia la frase che con assoluta convinzione l’allora 28enne Sylvester Stallone ripeté alla produzione, rifiutando le richieste di scegliere una star del cinema per interpretare il ruolo di Rocky Balboa. Guardando la pellicola, che racconta la tumultuosa realizzazione del primo Rocky, si può certamente dire che Farrelly ha preso molto a cuore la storia di Sly.
Erano gli anni Settanta, il giovane Sylvester Stallone (che si faceva chiamare Mike perché pensava fosse più orecchiabile), non ha una casa, non ha soldi e passa da un lavoro all’altro sottopagato. Ha però un sogno: diventare attore. Si presenta a un provino dietro l’altro senza tuttavia riscuotere successo. Incolpa la sua voce e il suo aspetto, poco memorabili agli occhi dello show business. Intanto si sposa e si trasferisce a Los Angeles, dove viene colto da un’illuminazione dopo aver visto un incontro di pugilato di Muhammad Alì: anziché aspettare che arrivino le occasioni, si mette a scrivere una sceneggiatura. In tre giorni e mezzo realizza una bozza, che diventerà il film Rocky.
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Rocky sono io è soprattutto una storia di rivincita, del sogno americano che oggi non esiste più

Il regista Farrelly si è approcciato al progetto non limitandosi a raccontare una origin story su Rocky, ma volendo esplorare il mondo travagliato di Hollywood. Pochi sanno che la produzione del film originale fu davvero tumultuosa e irta di ostacoli; volevano che Sylvester Stallone, l’outsider, l’underdog che sfidava le compagnie di produzione con un film scritto e interpretato da lui, fallisse. Solo così avrebbero potuto sostituirlo con una grande star del cinema. Dopo cinquant’anni, ci chiediamo: se Rocky Balboa fosse stato interpretato da un divo di Hollywood, avrebbe avuto lo stesso impatto? Per il resto, Farrelly si è limitato a riportare fatti già noti, tra cui la povertà in cui il vero Stallone visse che lo portò a vendere il suo amato cane, e poi lo riprese con i compensi del film.
La storia di Rocky sono io è quella di Sylvester Stallone: uno sconosciuto che ha creduto in sé stesso, ha preteso di recitare nel ruolo che lui aveva scritto, e alla fine ce l’ha fatta. Il film racconta anche del sogno americano in un’epoca in cui era ancora tutto possibile. Quella di Rocky Balboa/Sylvester Stallone è una storia di rivincita. Il film del 1976 non era nato per soldi, neanche per scommessa. Ma fu un progetto in cui un ragazzo, che fino a quel momento era stato scartato, voleva fare la differenza.
Anthony Ippolito ci mette corpo e anima nel ruolo di Sly

Più di tutti, il punto di forza di Rocky sono io è nell’interpretazione di Anthony Ippolito. Somiglianza fisica a parte, il giovane attore italo-americano entra nella parte in punta di piedi, forse con un po’ di paura, ma lentamente sa farsi strada sullo schermo man mano che la figura di Sylvester Stallone diventa più chiara. La sua performance è degna di nota: Ippolito non ci mette solo la faccia, ma si cala nel ruolo con corpo e anima, riuscendo a restituire quelle stesse emozioni che Stallone dava nel ruolo di Rocky.
Un buon film non sarebbe nulla senza una sceneggiatura in grado di dar voce ai vari personaggi che si muovono in scena. Nel film di Farrelly non ci sono cattivi, solo persone convinte di agire nel giusto. Come i produttori della United Artists, che inizialmente non credono nel progetto di Stallone perché avrebbero troppo da perdere in termini finanziari. Ed, eventualmente, capiscono di essersi sbagliati su di lui.
Rocky sono io è un origin story con un mix di umorismo e drammaticità in perfetto equilibrio.





