Elsinore: recensione del film biografico con Andrew Scott – ROFF 21

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Elsinore è il castello di Amleto, un luogo cupo e opprimente dove la tragedia shakespeariana prende vita: stesse atmosfere che ritroviamo anche nel film diretto da Simon Stone. Il biopic, presentato alla Festa del Cinema di Roma 2026, ripercorre gli ultimi mesi di vita di Ian Charleson, attore scozzese-britannico, la cui vita e la cui carriera cambiarono drasticamente quando gli venne diagnosticato l’HIV.

Il mondo intorno a lui, amici compresi, piomba nel terrore dell’epidemia di AIDS, una piaga che inizia a colpire anche i suoi affetti più cari. Ian, come Amleto, vive in un castello immaginario in cui si sente sempre più opprimere e teme che il mondo si ricordi di lui solo per aver recitato nel cult Momenti di gloria.

“Ho distrutto il tempo e ora il tempo distrugge me.” La svolta arriva quando Patsy (Billie Piper), l’amica e casting director gli procura il ruolo di Amleto nella produzione teatrale diretta da Richard Eyre, prendendo il posto di Daniel Day-Lewis, dopo il suo clamoroso abbandono sul palco durante lo spettacolo. L’Amleto è l’Everest di ogni attore, e Ian prende il ruolo molto sul serio, diventandone quasi ossessionato e sfidando la malattia stessa, fino all’ultima disperata catarsi: “Meglio morire di Amleto che di AIDS.”

Andrew Scott nel dualismo perfetto tra finzione e realtà in Elsinore

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La sfida più grande per Andrew Scott è quella di riuscire a interpretare un duplice ruolo: Ian Charleson attore, e Ian Charleson personaggio. Discernere tra le due figure è il compito stesso dell’attore, ma il vero problema diventa quando si finisce per fonderle. “Se le persone vedono me e non il personaggio che interpreto, per me è un fallimento.” Ian Charleson continua a vivere in una dualità in cui gli viene imposto di interpretare un personaggio anche nella vita reale, altrimenti è consapevole che, se dovesse mostrare il suo vero io, tutto crollerebbe. “Ci costringono a mentire e poi ce ne fanno vergognare.”

Scott è sempre stato un attore con un’imprinting teatrale, che sa stare sulla scena e riempire i silenzi con le sole espressioni del viso. Attore camaleontico, studia alla perfezione ogni parte e, grazie alla sua presenza scenica, è in grado di esternare il massimo delle emozioni dei suoi personaggi. Come dimenticare l’interpretazione dell’eccentrico e carismatico Moriarty, eterno avversario di Sherlock Holmes, nella serie della BBC con Benedict Cumberbatch.

Andrew Scott raduna accanto a sé l’istrionica Billie Piper nel ruolo di Patsy, migliore amica di Ian, un’altra attrice nota per la sua formazione teatrale; e il Premio Oscar Olivia Colman nei panni dell’integerrima dottoressa che tiene Ian sotto cura.

Elsinore e la bravura di Andrew Scott

Elsinore, il film di Simon Stone, non è solo il ritratto intimo di un attore che ha lottato fino all’ultimo, ma è anche uno specchio sulla società di fine anni ’80, piegata dal terrore dell’AIDS e dai pregiudizi contro la comunità queer. Attraverso gli occhi di Olivia Colman e della sua dottoressa Margaret Johnson, scopriamo una società che demonizzava apertamente “la peste gay”; gli ospedali si riempivano di persone omosessuali che avevano contratto l’AIDS e, dopo esser guarite o morte, gli infermieri bruciavano le lenzuola dei loro letti.

La dottoressa Johnson aiutò a destigmatizzare la disinformazione, e il contributo di Ian Charleson fu prezioso: oltre ad essere la prima celebrità a morire di AIDS, solo dopo la sua morte venne resa nota la sua malattia. La notizia contribuì a sensibilizzare il pubblico su un argomento considerato tabù.

Elsinore è un film che si regge completamente su Andrew Scott. Guardandolo, al di là se somigli o meno al vero Ian Charleson, è impossibile non restare abbagliati dalla sua interpretazione e dalla sua presenza scenica.

Recensione

Regia—3,5
Sceneggiatura—4
Fotografia—3,5
Recitazione—4
Sonoro—4
Emozione—4
Media finale
3,8/5
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