Secondo il visionario regista, sceneggiatore e artista britannico Peter Greenaway, ospite d’onore dell’Ortigia Film Festival 2026, “la maggior parte delle persone è analfabeta dal punto di vista visivo”. Lui, che attraverso le sue immagini e una continua ricerca e sperimentazione ha saputo anticipare i tempi e ridefinire i confini della settima arte, riflette con noi sull’evoluzione del cinema, sul valore che ancora oggi attribuiamo alle parole e, soprattutto, sulla direzione verso cui ci stiamo dirigendo in un mondo sempre più dominato dalle immagini.
Da Il cuoco, il ladro, sua moglie e l’amante a I misteri del giardino di Compton House, fino a The Pillow Book – Il racconti del cuscino (proiettato all’OFF) e ai progetti più recenti, Greenaway ha sempre messo in discussione il tradizionale modo di fare cinema, rivendicando il ruolo dell’immagine come forma autonoma di racconto e non smettendo mai di interrogarsi sulla natura dell’arte, sulla memoria, sulla morte.
La nostra chiacchierata con lui prende il via da Lucca Mortis, il film con Dustin Hoffman ed Helen Hunt girato nella città toscana e attualmente bloccato per via di alcune divergenze produttive. Da ciò che è trapelato, la pellicola parla di un anziano scrittore che scampa al crollo delle Torri Gemelle, trovando rifugio tra le antiche mura lucchesi. Una trama che sembra essere molto personale e custodire in seno un binomio caro all’autore.
Dice Greenaway, spiegandoci il significato del film: “Ho 84 anni. Ho fatto molti film e penso che Lucca Mortis sia legato al mio interesse per la possibilità di guardare di nuovo, e forse di esaminare e confrontarmi con questioni legate alla mortalità.
Non so quanto tu ne sappia, perché nessuno ha ancora visto il film, ma è molto incentrato sulle questioni della morte e su ciò che lasciamo dietro di noi.
Penso che la posizione di un artista, dopo molti anni di carriera, sia legata al fatto che l’arte lascia una traccia che può essere considerata preziosa per comprendere un’epoca e una persona. E sono fortunato ad avere la possibilità di praticare questa attività; voglio riuscire a portarla nel cinema”.
L’intervista al visionario Peter Greenaway
Si è sempre descritto, prima di tutto, come un creatore di immagini. Oggi siamo circondati dalle immagini, soprattutto sui social media. Come possiamo distinguere un’immagine bella da un’immagine necessaria?
“Penso che sia una questione legata alla propria storia, alle proprie esperienze personali.
È curioso, non è vero?! La maggior parte delle persone probabilmente non comprende molto bene le immagini. Guardaci: stiamo discutendo attraverso le parole. La principale forma di comunicazione è essenzialmente attraverso le parole, scritte o pronunciate.
Probabilmente la maggior parte delle persone non è abituata a osservare. Anche se l’uso delle immagini sta aumentando enormemente, complici i media post-cinematografici legati alle video-notizie e così via; una tendenza che si sta espandendo e diffondendo sempre di più e probabilmente continuerà a farlo.
Nonostante ciò continuo a pensare, e questo mi lascia un po’ scioccato, che la maggior parte delle persone sia analfabeta dal punto di vista visivo.”
Peter Greenaway: tempo, memoria, visione
Il tema del 18° Ortigia Film Festival riguarda il tempo, la memoria e la visione. Pensa che il cinema conservi la memoria o che la reinventi?
“Non si tratta soltanto del cinema in sé, ma dell’idea di ciò che il cinema è e di ciò che rappresenta nella società contemporanea. È sempre un fenomeno.
Prendiamo, per esempio, questo straordinario nuovo film intitolato The Odyssey. Che ti piaccia o no, ha permeato il nostro linguaggio. È entrato nelle nostre conversazioni; fa parte del discorso contemporaneo.
Quindi è un fenomeno che esercita un’influenza su tutti noi“.
Parlando del suo rapporto con l’Italia, Peter Greenaway dice di apprezzarne tantissimo la cultura, probabile culla della cultura europea e, in parte, mondiale. “E anche se gli italiani non hanno inventato il cinema (suppongo che questo merito venga attribuito ai francesi più che agli italiani)”, aggiunge, “è stato il modo in cui l’Italia è stata centrale nello sviluppo della cinematografia, e non soltanto negli ultimi 50 anni, ma nell’ultimo secolo e mezzo!”.
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Visto che si trova in Sicilia, ha imparato qualche parola del nostro dialetto?
“No, non ne ho imparata nessuna. Sono molto, molto negato per le lingue.
Suppongo che il mio lavoro principale abbia molto a che fare con la creazione di immagini, piuttosto che con la produzione di parole.
Ma il cinema è strettamente associato alla scrittura delle sceneggiature — ancora una volta, non necessariamente un fenomeno visivo, ma un fenomeno orale.
Quindi, se sei un produttore cinematografico e vuoi realizzare un film, devi avere delle parole, purtroppo, prima di poter avere delle immagini”.





