E sì che Verity ne aveva dalla sua, se non di premesse succulente, almeno di ragionevoli motivi d’interesse. Il film, diretto da Michael Showalter su sceneggiatura di Nick Antosca, adatta l’omonimo romanzo dell’americana Colleen Hoover, responsabile di recenti, più o meno grandi (e controversi) successi come It Ends With Us – Siamo noi a dire basta e “Regretting You – Tutto quello che non ti ho detto”.
L’etichetta, da applicare con le dovute cautele, è thriller psicologico con venature erotiche. Il tipo di storytelling – lato oscuro delle passioni e toni sopra le righe – andava per la maggiore qualche anno fa, volendo esagerare qualche decennio fa, mentre oggi fatica a trovare spazio in sala, e Verity per di più lo imbottisce con un superficiale, frainteso citazionismo. Il principale motivo di disappunto di questo divertente, ostinatamente imperfetto thriller al confine tra realtà e apparenza, è che non dà molto margine di manovra al cast: Anne Hathaway, Josh Hartnett e Dakota Johnson.
Verity è la storia di due scrittrici, di un misterioso manoscritto e di una casa lontana da tutto

Quante scrittrici servono per un bestseller? Per Verity, la riposta è due. Michael Showalter stabilisce il mood tematico e, pardon, atmosferico – desideri non così repressi e verità sfuggenti – in modo piuttosto sbrigativo. Il viaggio, suggeriscono le premesse e il frettoloso incipit, si preannuncia maliziosamente perverso e sopra le righe. La soddisfazione, in retrospettiva, è lontana dalle attese. Verity Crawford (Anne Hathaway) è un’autrice di bestseller. Il ciclo di provocatori romanzi responsabile della sua fama si chiama “Le nobili virtù”. Di lei sappiamo le cose che Verity filtra in controluce, si tratti di materiali di repertorio – interviste televisive, ritagli di giornale – di manoscritti perduti e miracolosamente ritrovati, o del punto di vista di chi le sta intorno.
È un’intelligente riflessione sulla percezione pubblica della celebrità, in sintonia con il racconto dell’estrema malleabilità e della fragilità di ogni forma di verità. Succede però che, come spesso capita nell’addomesticato cinema americano mainstream, Verity, della premessa, scelga la buccia e lasci andare la polpa.
Lowen Ashleigh (Dakota Johnson) è anche lei scrittrice, ma nessuno la legge e fatica ad arrivare alla fine del mese. Su suggerimento del marito di Verity, Jeremy (Josh Hartnett), colpito dal suo potenziale, riceve una proposta super segreta e stimolante: completare il ciclo di bestseller in sostituzione dell’impossibilitata autrice. Accetta, trasferendosi peraltro nella villa bunker di Verity, lontana da tutto. Qui viene a sapere del brutto incidente che l’ha bloccata a letto, raccoglie i materiali incompiuti, flirta con Jeremy e mette le mani su un memoriale top secret della donna che la spinge a riconsiderarne, in maniera radicale e oscura, personalità e moventi.
Verity è la partita a scacchi di due donne e due attrici – una si muove sempre, l’altra è immobile, una parla, l’altra è mediata dal riflesso della sua personalità pubblica – e la posta in gioco è amore, verità, indipendenza, sesso e morte. Dakota Johnson e Anne Hathaway, più dell’ambiguo sfuggente Josh Hartnett, pagano dazio all’inconsistenza di Verity. Dovrebbero scatenare l’incendio del film ma è una salva di petardi, e non ne hanno colpa. La malleabilità delle percezioni ingolfa il film e lo intrappola in un limbo di confusione narrativa e shock deboli, ampiamente prevedibili.
Le verità troppo malleabili allontanano il film dai suoi riferimenti e dall’ambizione delle premesse
Sulla carta, Verity aveva un bel punto di forza nell’autoironico e intelligente flirt con il senso del ridicolo. Tutto puntava verso il guilty pleasure, verso lo spettacolare, urlato e provocatorio mix di idee e azione: l’assurdità dei dialoghi, l’implausibilità delle dinamiche, le passioni a tinte forti. Il trionfo dell’autoironia è il cooling break del cinema commerciale a parentesi delle proposte più audaci, coraggiose e intransigenti; a volte, anche delle più pretenziose. Il tradimento di Verity, l’inconsistenza dello script di Nick Antosca coerentemente perfezionato dalla zoppicante regia di Michael Showalter, è doloroso in misura proporzionale al potenziale delle premesse.
La riflessione tra realtà e apparenza è grossolana, e chiama col nome di ambiguità un caotico e sproporzionato storytelling. L’esibito citazionismo è un catalogo di riferimenti lasciati in sospeso che alimentano il rimpianto per quello che poteva essere, e non è stato, delle tinte forti di Verity. Parliamone. C’è Rebecca, e la variante psicologica della storia di fantasmi. Leave Her to heaven (titolo italiano, l’impagabile Femmina Folle), e la definizione di un amore assoluto, senza compromessi. Il gioco di verità e menzogna de I diabolici e, avvicinandoci al presente e scendendo di livello, l’erotismo esasperato di Cinquanta sfumature. Lodevoli intenzioni cinefile, ma dannose; la storia perde smalto perché costretta a guardare in troppe direzioni.
Non è tutto. Le realtà malleabili di Verity consegnano Josh Hartnett a un’opacità stimolante – bravo ragazzo? manipolatore? vittima o ispiratore del perverso storytelling coniugale della moglie? – ma risolta frettolosamente, condannano Anne Hathaway a un’immobilità fisica e di performance frustranti, e permettono a Dakota Johnson di lavorare solo in parte sullo stupore, l’immaginazione e le pulsioni erotiche di Lowen. Il riflesso delle potenzialità inesplorate del film è l’architettura spezzata e inquietante della bellissima casa nel bosco. Zone d’ombra e spazi aperti, curve e spigoli. Il lavoro sugli spazi di Verity è inefficace e frammentario, standardizzato e in evidente debito d’ispirazione, per un piacere smorzato e meno colpevole del previsto.
Verity arriva nelle sale italiane l’1 ottobre 2026 per Eagle Pictures.





