Il re del “domestic thriller” non delude mai, o quasi. Da un po’ di anni, gli adattamenti televisivi dei racconti del celebre scrittore di gialli statunitense Harlan Coben sono parte della scuderia di Netflix e sembrano spuntare uno dopo l’altro a ogni stagione come funghi. Tra pregi e difetti, il filo conduttore è uno solo: sono i perfetti esempi di binge watching e anche l’ultima arrivata in squadra, Ovunque tu sia (I will find you) non è decisamente da meno.
D’altronde, si sa, quando Netflix vede profitto non si tira certo indietro ed è per questo che la piattaforma streaming continua a puntare sull’universo narrativo di Harlan Coben e lo fa nuovamente con questa miniserie thriller in otto episodi tratta dall’omonimo romanzo dello scrittore americano, confezionando un prodotto capace di conquistare gli spettatori fin dai primi minuti.
Creata da Robert Hull, con una regia condivisa tra Brad Anderson, Adam Davidson, Maggie Kiley e Maja Vrvilo, la serie vanta un cast di alto livello nel mondo del piccolo schermo, guidato da Sam Worthington, affiancato da Britt Lower, Milo Ventimiglia, Chi McBride, Erin Richards, Madeleine Stowe, Jonathan Tucker, Clancy Brown e Aaron Ashmore.
La trama in breve

David Burroughs (Sam Worthington) sta scontando l’ergastolo dopo essere stato condannato per l’omicidio del figlio Matthew. La sua vita sembra ormai finita, almeno fino a quando la sua ex cognata, la giornalista Rachel Mills (Britt Lower), gli mostra una fotografia che potrebbe cambiare tutto: il ragazzo immortalato nell’immagine sembra essere proprio Matthew, vivo e ormai cresciuto (ha persino la stessa voglia sulla guancia destra).
Da quel momento prende il via una corsa contro il tempo in cui David è disposto a tutto pur di ritrovare il figlio e dimostrare la propria innocenza. La fuga, le indagini, i segreti di famiglia e una rete di cospirazioni costruiscono un intreccio ricco di colpi di scena che tiene costantemente alta la tensione, senza mai concedere vere pause allo spettatore.
Perché Ovunque tu sia è una serie da guardare tutta d’un fiato
Oltre alla trama avvincente, il vero punto di forza di Ovunque tu sia è la sua capacità di trasformare una struttura narrativa classica in un’esperienza coinvolgente sotto ogni punto di vista. Anche perché, una buona sceneggiatura senza un comparto tecnico che la metta in scena come si deve, resta comunque una storia debole e incapace di intrattenere il pubblico, soprattutto per otto episodi. Non è questo il caso.
La regia alternata di Brad Anderson, Adam Davidson, Maggie Kiley e Maja Vrvilo mantiene un’identità visiva comunque coerente, privilegiando un linguaggio cinematografico in fin dei conti essenziale e classico, ma efficace. L’uso della macchina da presa accompagna costantemente lo stato emotivo del protagonista, mentre le scene d’azione e i momenti più intimi convivono senza creare sbalzi di tono.

Anche la fotografia svolge un ruolo fondamentale nel definire l’atmosfera. Il lavoro di Fraser Brown e Boris Mojsovski per Ovunque tu sia costruisce immagini dai colori freddi e leggermente desaturati che restituiscono perfettamente il senso di isolamento, disperazione e mistero che attraversa tutta la vicenda. Ogni ambientazione, dalle celle del carcere alle strade percorse durante la fuga, contribuisce ad aumentare la tensione narrativa senza ricorrere a effetti di facile spettacolarizzazione.
Sul fronte della recitazione è difficile non apprezzare la prova di Sam Worthington, che interpreta David con grande intensità emotiva e prestanza. Il suo personaggio vive quasi esclusivamente di dolore, speranza e determinazione e l’attore riesce a rendere credibile ogni sfumatura senza mai cadere nell’eccesso melodrammatico. Al suo fianco, Britt Lower offre una performance misurata e convincente, costruendo un personaggio che rappresenta molto più della semplice spalla investigativa.
Anche il cast secondario funziona nel complesso molto bene, anche se la coppia di poliziotti padre-figlia attraversa qualche momento un po’ caricaturale, ma senza svilire l’insieme. Milo Ventimiglia, Madeleine Stowe, Chi McBride e Jonathan Tucker arricchiscono infatti il racconto con personaggi che, pur avendo minutaggi differenti, riescono a mantenere vivo l’interesse spettatore e ad alimentare il continuo senso di incertezza.
La sceneggiatura, firmata da Robert Hull insieme a Steven Lilien, Bryan Wynbrandt e Heather Mitchell partendo dal romanzo di Harlan Coben, punta chiaramente sull’intrattenimento. Alcuni snodi narrativi e qualche colpo di scena appaiono più costruiti per sorprendere che per rispettare un rigoroso realismo, tuttavia la scelta diventa parte integrante dell’identità della serie. Si decide quindi di non rallentare il racconto con lunghe spiegazioni, puntando su cliffhanger per rilanciare la curiosità nell’episodio successivo.
E a questo punto emerge anche uno degli aspetti migliori della produzione di Ovunque tu sia, il montaggio. Il lavoro degli editor mantiene un equilibrio lodevole tra suspense, dialoghi e scene action. La scansione del racconto è fluida e riesce a far percepire le oltre sei ore complessive come un’unica lunga corsa contro il tempo.
Naturalmente non tutto è impeccabile. Alcuni sviluppi risultano più funzionali all’effetto sorpresa che alla totale plausibilità e qualche personaggio secondario avrebbe meritato uno spazio maggiore. Sono però elementi che incidono poco sul piacere della visione, soprattutto perché la serie non perde mai il proprio obiettivo principale, intrattenere. Nel complesso, Ovunque tu sia è un thriller costruito con mestiere, sostenuto da una regia sicura, una fotografia evocativa e un cast che riesce a dare credibilità anche ai passaggi più improbabili della storia. Non ambisce a rivoluzionare il genere, ma centra perfettamente ciò che promette: suspense continua, plot twist ben dosati e una narrazione che rende davvero difficile interrompere la visione. Per gli appassionati dei thriller firmati Harlan Coben e per chi cerca una serie capace di tenere incollati allo schermo, la serie è assolutamente consigliata e, non a caso, è in cima alle classifiche Netflix da settimane.




