Furious: analisi psicosociale della serie TV Disney+

Furious disney+ nonsolofilm.it

Furious è il racconto seriale più urgente da recuperare: tra fenomenologia del trauma e fotografia fedele della cultura dello stupro, mostra la vendetta come riparazione radicale, di fronte all’ingiustizia di un maschilismo strutturale.

Il seguente contributo contiene spoiler sulla serie TV Furious

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New York, tempo presente. L’agente dell’FBI Nora Washington, che anni prima era stata messa a tacere per essere voluta andare a fondo della morte di una ragazzina di quindici anni, ama la mitologia classica. Alla nuova arrivata Alice Black, ex poliziotta che ha da poco chiesto il trasferimento – negli Stati Uniti, FBI e polizia sono enti differenti, anche se spesso tenuti a collaborare –, spiega che il greco antico ha tre parole per dire la rabbia: c’è la μῆνις (“menis”), l’ira “funesta” con cui inizia l’Iliade, quella di Achille, la rabbia con conseguenze collettive, come appunto la guerra; c’è θυμός (“thymos”), l’impeto incontrollato che spinge ad agire, quello che il latino chiamerebbe raptus; infine c’è l’ὀργή (“orghè”), che è il contrario del precedente, in quanto indica la collera che esplode furibonda proprio perché troppo lungamente repressa. Qualcuno potrebbe azzardare come sua traduzione “follia”. Ma è la furia, qualcosa di molto diverso. Le furie sono creature mitologiche che, nella cultura latina, rappresentano lo spirito della vendetta che nasce dal tormento: per potersi pacificare, hanno bisogno di ripristinare la giustizia che, acutamente, sentono violata.

Chi era Medusa?

Nora, ad Alice, spiega anche un’altra cosa: chi era Medusa. Medusa viene stuprata da Poseidone, ma Poseidone non si prende la colpa dell’atto perché Atena, nata dalla testa del padre, e quindi sostenitrice per ragioni biografiche dell’ordine patriarcale, lo difende, sostiene che non è colpa sua, ma della ragazza. Per punirla – ha profanato il tempio del dio, non può scamparla –, Atena le trasforma i capelli, mezzo di seduzione, in serpenti. Medusa allora usa la sua nuova bruttezza, risultato di metamorfosi, per uccidere tutti gli uomini che la incontrano e posano su di lei lo sguardo. Il mito è un dispositivo metaforico che Nora utilizza per comunicare ad Alice quello che poi, via via, le diventerà sempre più chiaro: chi subisce un trauma – la violenza sessuale, in primo luogo, ma anche la colpevolizzazione, diretta o indiretta, per quella violenza, se non addirittura la completa indifferenza nei confronti della stessa da parte degli organi di giustizia – può non essere più in grado di distinguere tra un uomo buono e un uomo cattivo. E sì, in questo caso “uomo” deve intendersi anche come maschio: Medusa è stata violentata da uno solo di loro – un dio maschio –, ma finisce per vendicarsi su tutti gli altri, dèi e mortali.

Questo accade ai traumatizzati: di essere cioè costretti a difendersi anche da chi è inoffensivo o addirittura da chi è benevolo. È un meccanismo della psiche: se siamo stati morsi da un cane, non vorremmo più vederne uno, che sia docile o aggressivo. Spesso potremmo anche volerlo sopprimere. Fuga e aggressione sono modi diversi di esercitare controllo su un potenziale pericolo, ma l’oggetto causa del pericolo può essere prodotto di uno spostamento – si colpisce chiunque, non chi ci ha fatto male la prima volta – o può essere frainteso, perché appunto ora la difesa si attiva in automatico. C’è un altro aspetto interessante che il mito ci permette di elaborare: Poseidone è lo stupratore, ma Atena – vale a dire la civiltà – ne è assolutrice e complice. Le colpe sono sempre individuali, però il discorso collettivo precede l’individuo, e se questo legittima lo stupro, come può dirsi la società innocente?

Furious: tra detective e ricercata si stabilisce un rispecchiamento; i confini tra giustizia e vendetta si confondono

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In Furious, Nora ed Alice indagano su una serie di morti, apparentemente per overdose, che sarebbero invece collegate da una comune mano omicida. L’obiettivo della serie non è alimentare la suspense che avvince chi guarda alla curiosità di sapere chi è l’assassino, bensì quello di costruire un thrilling costante, senza picchi, intorno alle ripercussioni emotive dell’indagine in chi la conduce; per questo, si scopre presto che questa mano omicida appartiene a una giovane donna, e questa giovane donna si chiama Catherine. Caduta vittima da adolescente di un traffico sessuale di minorenni, cerca di vendicare la morte dell’amica di cui era innamorata uccidendone chi crede essere i suoi assassini o i loro complici. Catherine è bloccata a quel periodo delicatissimo, che è appunto l’adolescenza.

È ora opportuno aprire una parentesi. Parlare di una rete di traffico sessuale di minorenni suggerisce immediatamente un accostamento con la vicenda Eipstein. La showrunner della serie, Elizabeth Meriwether, ha però dichiarato più volte che non intende assecondare l’associazione: “Finisce sempre che ci si concentra sugli aguzzini (uomini) e mai sulle vittime (donne)”. In questo caso, giovanissime. Nell’episodio finale della serie, Nora intercetta Emma Easton, la figlia del magnate trafficante di minorenni, nell’atto di distruggere le prove che inchioderebbero il padre. Le dice: “Non si rende conto di quello che sta facendo? Si tratta di bambine“. E allora Emma, che passa la vita a curare maniacalmente il suo vivaio e ad eseguire altrettanto maniacalmente gli ordini del padre – non è un’Atena, garante dell’ordine patriarcale, ma una banale ancella acquiescente, con barlumi intermittenti di coscienza –, le risponde: “Hanno quattordici anni, non sono bambine, ma adolescenti. È tutt’altra cosa”. È una battuta estremamente interessante perché effettivamente, e ciò non elimina il raccapriccio dell’abuso sessuale da parte di uomini adulti, essere bambine ed essere adolescenti “è tutt’altra cosa.

L’adolescenza non è continuazione dell’infanzia, ma un movimento psichico, un passaggio, che si oppone all’infanzia, che permette al soggetto di fare lutto del bambino o della bambina che è stato o stata e di attraversare quella terra di confine che poi termina nell’età adulta, un’età di autonomia e fiducia nelle proprie risorse, di slancio verso il mondo. Se tutto va bene.

L’abuso adolescenziale in Furious: analisi della serie TV

A Catherine non è andata bene: proprio quando stava diventando donna, quando stava facendo quel faticoso attraversamento, ha incontrato l’orco. E con l’orco, tante ancelle. Una società ancella. Ed allora si è fermata lì, il processo evolutivo si è inceppato. Ascolta video motivazionali su YouTube – “Tu non sei il tuo trauma, stai nel presente” – ma provare ad autoconvincersi di stare bene non è stare bene.

E Furious, in modo sottile, conduce anche una critica nei confronti della riduzione della salute mentale a positive thinking, a corsi di formazione sull’importanza di proteggerla senza sapere neanche di che cosa si sta parlando. Anche ad Alice, e questa è l’intuizione migliore della serie, è capitata la stessa cosa. Lo ha dimenticato, ma anche lei è una ‘ragazza interrotta’. Da adulta, ha ritrovato la stessa violenza subìta da ragazzina nella relazione con un collega poliziotto: lui la prelevava a forza dalla doccia e la picchiava. Per questo, per averlo denunciato, ha lasciato la polizia per l’FBI.

Catherine, la ricercata, e Alice, la detective, hanno subìto lo stesso trauma: l’abuso adolescenziale. Hanno risposto in modo apparentemente diverso: Catherine, con la vendetta; Alice, con la giustizia. Ma la grandezza di Furious, oltre che nella scrittura che scava a più livelli il corpo pulsionale e quello simbolico, il personale e il sociale, si rivela anche nel modo in cui rappresenta il trauma. Non come un evento singolo che si è prodotto e ha generato una lacerazione della continuità psichica, una frattura fatidica, ma come un evento che si ripete, che non può essere davvero oltrepassato.

Il trauma non è l’accadimento passato, ma il presente che lo riattualizza continuamente, senza, in realtà, possibilità di passarlo, di farne passato. Catherine uccide per trovare sollievo, Alice contatta su app di incontri uomini che la picchino: lo ha chiesto lei, si eccita, ma almeno, così, può controllare l’eccitazione e soprattutto può controllare quegli uomini, cacciarli quando vuole dal suo letto, dalla sua casa, dalla sua vita.

Furious: il trauma è macchina infernale di ripetizione (al rovescio) e la furia forse non è giustificabile, ma comprensibile.

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Quando Danny, il collega che l’ha aiutata a denunciare il suo ex, un brav’uomo che la ama – “Amarti è un buco nero, un incubo” – e che lei ama a sua volta, le propone di andare insieme al mare qualche giorno, Alice scappa sopraffatta. L’amore la espone a una vulnerabilità che non può concedersi. Alla fine della serie – e la qualità intrigante, quasi ipnotica, della rappresentazione coincide con la capacità della scrittura di restituire la gradualità della trasformazione –, Alice recupera quel passato che non voleva vedere, e, nel non volerlo vedere, lo riviveva. Lo fa grazie all’incontro con Catherine, la serial killer vendicatrice.

Ma quel che è più interessante è che non è Catherine a farsi simile a Alice, ma Alice a diventare come Catherine. Quando anche Alice uccide, comprende che quell’atto non è stato riparatore – il traumatizzato ripete il trauma nel tentativo di riparare la frattura che il trauma ha causato, di ricucire la lacerazione che ha inflitto –, ma le ha dato soddisfazione. È la soddisfazione di sovvertire i ruoli, di ribaltare le posizioni di potere: chi in passato era stato ridotto da soggetto a oggetto, inferiorizzato e feticizzato da un profanatore – per Atena, è Medusa ad aver profanato il tempio di Poseidone, ma chi riconosce che anche un altro tempio, il corpo di una ragazzina, è stato profanato? – ora riduce a oggetto, desoggettivandolo, riducendolo a mero pezzo di carne, il suo aguzzino, o altre sue personificazioni.

Furious è una serie straordinaria perché non moralizza. Le andrebbero dedicati seminari universitari o discussioni all’interno di gruppi di lavoro in scuole di psicologia. Forse dovrebbe entrare in programmazioni più generaliste di quelle offerte dalla pay tv. Nora all’inizio dice ad Alice: “Non tutti coloro che hanno subìto del male lo fanno a loro volta”.

C’è sempre una scelta. Ma, alla fine, Alice, che credeva di aver scelto il bene, si ritrova ad attraversare una soglia che la conduce dall’altra parte. La furia delle donne, resta all’interno del dominio del traumatico – si ripete qualcosa di terribile, cambiando non il terribile, ma la posizione che si aveva avuto, in passato, nell’esperienza – e forse non è giustificabile, ma diventa comprensibile se pensiamo a quanto la cultura dello stupro sia invischiata nelle ghiandole e nei tessuti della civiltà.

A quante Atene o a quante ancelle, uomini e donne, continuano a preservarla e a perpetuarla. In un episodio iniziale, l’ex violento, il poliziotto che la picchiava a sangue strappandola sua doccia, convince Alice a incontrare sua madre. Le dice che è malata terminale e che vorrebbe vederla perché l’ha sempre considerata come sua figlia. Alice, impietosita, accetta. La donna è davvero malata. Ricorda ad Alice di averla accolta in casa sua, di averle insegnato a tenere a qualcosa. “Sei sempre stata una ragazzina fredda”, le dice, “E sei rimasta tale”. Infine aggiunge: “Ora, con le tue bugie, rovini la carriera di mio figlio. Non è vero che è un violento, lui aveva solo problemi di alcol”.

Ecco, la madre di Marshall, questo il nome dell’ex abusante, è quella che considereremmo una donna perbene. Una madre di famiglia, qualcuno che giudicheremmo probabilmente compassionevole. Ma anche lei è parte della cultura dello stupro: non parla il linguaggio del maschilismo – del maschiocentrismo, della misoginia, del patriarcato, ecc. –, ma è parlata da quel linguaggio. Furious ci fa vedere tutto questo. E la compassione la dedica solo alle vittime, e la fa sentire anche a noi per loro. Solo per loro.

Recensione

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