Il salto è doppio, triplo, carpiato e la lunga, lunga durata – due ore e quaranta, scivolano con una certa dolcezza – certifica la posta in gioco. Ci sono registi, autori e maestri, e Lee-Chang-dong spunta in verde tutte le caselle. Il cineasta (sud)coreano disertava la vetrina del cinema arthouse dal 2018 di Burning – L’amore brucia. Lì era Cannes, in concorso.
Ora, con Possible Love e sempre in competizione per il massimo riconoscimento, il palcoscenico è lagunare, edizione numero 83 della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica della Biennale di Venezia, altrimenti nota come Mostra di Venezia 2026. Il film, che Lee Chang-dong ha prodotto, diretto e scritto (insieme a Oh Jung-mi), è un dramma dall’inusuale densità che proietta un discorso sulla natura sfaccettata delle relazioni su un piano triplice e articolato. Si parla di vulnerabilità emotiva, di fragilità (forza) dei sentimenti, e di precarietà. Pochi registi sarebbero riusciti a legare con tale organica disinvoltura i tanti livelli del film: l’esistenziale, il sentimentale, il socioeconomico. Molti autori ci avrebbero provato, fallendo a metà e altrettanto riuscendo. Serviva un maestro per l’audace incastro.
Possible Love fa cinema partendo da uno spunto di vita vissuta

Si parte da una base fattuale, opportunamente – meglio, drasticamente – riveduta e corretta. Rispetto al presente produttivo di Possible Love – il 2026 – il licenziamento di massa dei lavoratori e delle lavoratrici in sciopero di una grossa compagnia sudcoreana è un fatto piuttosto lontano nel tempo. La distanza tra l’evento e la deformazione a uso drammaturgico, spiega Lee Chang-dong, serviva a verificare la fondatezza dei presupposti, a chiarire perché e come andare avanti; trattandosi di fare spettacolo della doppia precarietà – esistenziale, materiale – dei protagonisti, un bel crocevia etico. Di qui all’ulteriore, decisivo, piano di lettura, perché Possible Love è anche il racconto dell’indiscrezione e della potenza dell’occhio cinematografico: cosa è giusto filmare, e fino a dove è lecito spingersi?
È una domanda circolare, che abbraccia i personaggi e sottilmente investe il film. È cinema dello (e nello) sguardo: della macchina da presa – virtù, limiti, controindicazioni – e degli interpreti. Lega desiderio e realizzazione, svela dei protagonisti l’impietosa precarietà – spirituale e materiale – e le coordinate esistenziali: vita, amore, lavoro, libertà. Sono quattro più uno, due famiglie che si intrecciano. Mi-ok (Jeon Do-yeon) e Ho-seok (Sul Kyung-gu) stanno insieme da quando erano ragazzi.
Hanno un figlio, Cheol, e le cose non vanno bene. Ho-seok ha perso il lavoro, facendosi molto male dopo aver energicamente partecipato a uno sciopero insieme ai colleghi della compagnia per cui lavorava. È chiuso e depresso, e la situazione economica è traballante. Ye-ji (Cho Yeo-jeong) e Sang-woo (Zo In-sung) sono molto diversi, quasi agli antipodi: non hanno figli, benestanti, apparentemente felici. Ye-ji è una regista di documentari, ne sta realizzando uno sulla vita dei lavoratori disoccupati. Decide di raccontare la storia di Mi-ok e Ho-seok, fraternizzando con lei ma interessandosi soprattutto a lui. Possible Love è la storia dell’intromissione di una coppia nella vita – nei desideri, nelle frustrazioni, nelle aspirazioni, nel non detto – di un’altra, e delle inattese conseguenze.
L’equilibrio di critica sociale e intimismo è la grande forza di Possible Love
Nello scardinare e ricomporre la routine delle due coppie, l’interesse del film è mostrare la natura fluttuante dei desideri e delle emozioni, oltre che le ricadute esistenziali e spirituali delle forze economiche e delle pressioni sociali. Drammatico, ironico, politico senza furori o scorciatoie ideologiche, Possible Love è un film sottilmente in bilico tra quotidianità e spettacolo: una galleria di potenziali scene madri cui la lucida regia di Lee-Chang-dong non concede mai di deflagrare in superficialità urlata e melodrammatica, senza per questo costringersi nell’angusto perimetro di una sciatta fotografia della quotidianità.
Così la forma, la composizione elegante dell’immagine, mai laccata, mai “sporcata” da timidi accenni di macchina a mano, non deragliano in un tripudio di effetti finto-documentaristici, a chiarire il motore etico e estetico di Lee Chang-dong e di un film in bilico tra due mondi, la cronaca intimista e il quadro sociale: indagare l’etica dei rapporti tra cinema e rappresentazione della realtà. A che punto l’interesse di Ye-ji per la vita e le sofferenze di Mi-ok e Ho-seok si sveste di qualsivoglia pretesa empatica per mutare in morbosa curiosità, funzionale al pedigree autoriale, al prestigio e alla carriera di una rampante cineasta? Possible Love domanda, e l’ambigua risposta, la giustificazione – allo spettatore l’onore e l’onere di decidere quanto soddisfacente – la trova dentro di sé: nella lunga (e necessaria) durata, nella qualità della messa in scena, nell’alchimia di sfumature, nel bilanciamento di verità politica e introspezione.
La macchina da presa accompagna i personaggi con pudore, non li soffoca con l’insistenza dei primi piani. Li raconta in rapporto allo spazio circostante per delineare i contesti, le spinte, le pressioni che condizionano la vita del singolo, e mostrare l’intrinseca teatralità, la natura posticcia e l’assoluta necessità delle relazioni umane. Il racconto della quotidianità delle due coppie, di un realismo sobrio e doloroso, è contaminato da una geometria di rapporti che è puro cinema, spettacolare ma a suo modo autentica. Deliberatamente forzato è il gioco di passioni e attrazioni, desideri espressi o repressi, che sconvolge la normalità delle coppie e ridisegna i confini delle relazioni.
Alle donne di Possible Love, Jeon Do-yeon e Cho Yeo-jeong, è assegnato il compito di esprimere una fragilità più consapevole, umana, lucida. Agli uomini, Sul Kyung-gu e Zo In-sung, un dolore non meno sincero ma rabbiosamente represso, sempre sul punto di esplodere. A conti fatti, la ricerca di un’armonia ambigua, volutamente opaca, tra spettacolo e verità, etica e sua negazione, intimità e accenti politici, è la forza di Possible Love. Un luminoso esempio di cinema umanista e civilmente orientato, che nella sua pelle ibrida trova, paradossalmente, un’identità limpida e organica. È il lavoro di un maestro, non necessariamente il più riuscito di un’illustre carriera ma vitale, coraggioso, vicino al cuore umano e ragionato. La didascalia che, proprio sul finale, lo svela nell’ultima e decisiva veste di omaggio e dedica al monumentale Decalogo di Krzysztof Kieślowski e Krzysztof Piesiewicz, inserisce Possible Love nel solco di un cinema di piccoli fatti apparentemente banali di cui si valorizza il potenziale drammatico, politico ed emotivo. Un discorso per immagini, spettacolare e poetico, rigorosamente ancorata al reale ma capace di trascenderlo con la forza dell’immaginazione. Il vero cinema, il grande cinema, trova la sua chiarezza nella complessità.
Dopo il passaggio veneziano, Possible Love è disponibile su Netflix a partire dal 6 novembre 2026.
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