Paul Schrader è un regista a cui piace indagare nel fondo dell’animo umano, sviscerando soprattutto nel senso di colpa e nel perdono, e con The Basics of Philosophy si immerge in un territorio molto oscuro. Jack Huston interpreta John Jorissen, un professore universitario che insegna filosofia al Ridgemont College, piccolo ateneo nel Midwest. Conduce una vita apparentemente tranquilla, tra lezioni e una frequentazione con una sua collega (interpretata da Sofia Boutella). Tutto cambia con la morte del padre (Bill Pullman): al funerale si presenta una persona del suo passato che riporta a galla desideri e pulsioni represse.
Schrader torna alle origini con un film volutamente provocatorio, dove i fantasmi del passato di un uomo in apparenza normale emergono man mano, dipingendo un quadro inquietante. Fin dalle prime scene, il regista costruisce un ambiente claustrofobico in cui il protagonista si aggira come una figura comune senza nulla da nascondere. Ed è qui che sorge il dubbio quando una studentessa implica che lui abbia fatto qualcosa di cui inevitabilmente ne pagherà le consequenze. Lo spettatore non lo sa, ma sarà l’inizio di una discesa negli inferi per il professor Jorissen.
The Basics of Philosophy: un’opera viscerale troppo oppressiva

Con The Basics of Philosophy, Paul Schrader ci parla di filosofia, di psicologia e di esistenzialismo, tematiche riscontrabili nella sua formazione da calvinista e spiritualista. John Jorissen sta scrivendo un libro su Baruch Espinoza, filosofo olandese che ha discusso sul razionalismo, facendo scalpore per difendere la libertà di pensiero, il libero arbitrio, gettando le basi per l’esegesi biblica. Schrader dimostra di saper navigare tra i libri di filosofia e lo fa usando il personaggio di Jack Huston come specchio.
Man mano che la storia prosegue, la tensione e il senso di inquietudine si fa più viscerale. Emergono altri personaggi che contribuiscono a creare ancora di più un’atmosfera oppressiva. Rimpianti, libero arbitrio e l’etica morale vengono messi in discussioni, costringendo il protagonista a farsi un esame di coscienza che, tuttavia, non avviene mai del tutto. L’ostentata ricerca del turbamento emotivo spingono lo spettatore a sentirsi “soffocato”: i dialoghi risultano diretti, anche se spesso Schrader lascia che siano gli sguardi dei suoi personaggi a parlare.
The Basics of Philosophy: una “continuazione” di Taxi Driver
Come ha spiegato lo stesso regista, John Jorissen rappresenta la continuazione di un protagonista che ha iniziato a scrivere da Taxi Driver: un uomo solo, guidato dalle sue stesse contraddizioni, che si nasconde dietro la maschera di un uomo perbene. Il personaggio di Huston è represso, logorato da un passato che non lo abbandona, nonostante cerchi di nascondersi da esso, vivendo all’ombra.
La domanda che lo attanaglia è: possono le persone cambiare? Schrader punta molto su una fotografia oscura e opprimente, per rendere meglio lo stato d’animo del suo protagonista. Jorissen reprime i suoi istinti, elude le domande dirette e pensa di potersi redimere continuando a fingere di essere una persona che in realtà non esiste.
Il finale, anziché dare delle risposte emotive, non fornisce mai del tutto spiegazioni, lasciando Jorissen in preda ai suoi demoni. Le complesse questioni morali sollevate nella prima parte del film non trovano una motivazione, sollevando piuttosto dubbi con un finale che risponde solo a metà alla domanda “Le persone possono cambiare?”.
The Basics of Philosophy non lascia indifferenti e, come tutti i film di Schrader, costringe lo spettatore a porsi domande di natura etica e morale. Tuttavia si congeda anche con un senso di incompiutezza.





