Il 15 ottobre 2026 arriva in sala Frankie e le creature dimenticate, lungometraggio d’animazione diretto da Steve Hudson e distribuito da Vertice 360, ispirato dalla serie letteraria Frankie Testa Cucita (StitchHead), firmata dal pluripremiato autore britannico Guy Bass.
Protagonista della storia un ragazzino tutto cuciture e pezzi messi insieme, un cuore buono e il bisogno di essere apprezzati e amati. Un demiurgo che, proprio come il dottor Frankenstein e i personaggi di Tim Burton, assembla le sue creature, cucendo insieme chi è già forse fin da prima di nascere a brandelli.
Frankie è la prima e ormai dimenticata creatura concepita da un eccentrico professore all’interno di un castello isolato, Castel Grotteschio, che sovrasta una piccola comunità. Timido, premuroso e instancabile, Frankie gestisce ogni cosa, aiuta e cura gli altri mostri creati dal Professore e soprattutto li protegge con ogni mezzo per metterli al sicuro dagli umani. Ogni cosa cambia quando Fulgenzio Trovamostri, un impresario di uno spettacolo senza troppo successo, arriva nel Castello e mette gli occhi su Frankie. Da quel momento in poi Testa Cucita sogna di vivere una nuova vita, di essere visto e amato.
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Frankie e le creature dimenticate: un bambino perduto che vuole solo essere amato

“Avete fame di mostri, ecco arrivano i mostri”
Frankie e le creature dimenticate è prima di tutto una versione animata di Frankenstein, una storia che può essere esilarante e commovente. Questa è un’opera d’animazione leggera, indipendente, il cui protagonista è una specie di “bambino perduto” del mostro di Frankenstein, senza capelli e rattoppato, “assemblato con pezzi di ricambio”, che diventa poi un’attrazione da circo e inizia a indossare il maglione di Freddy Krueger.
Se il Professore crea e poi si dimentica subito i “suoi” mostri come un padre disfunzionale, Frankie, sarà per empatia, per mimesi, invece si prende cura di loro con affetto e premura, assicurandosi che nessuno si senta escluso. Testa Cucita è stato il primo mostro nato in quel laboratorio, forse per questo con gli altri mostri è dolce, tenero, racconta loro le storie, li protegge quasi come farebbe un fratello. I suoi “amici” sono una rana su una molla a spirale, uno squalo con la voce da bambino, un bruco a due teste, una palla di pelo scarlatta, figure che sembrano molto simili ai personaggi di “Monsters & Co.”. “Nasce” Creatura, un ciclope peloso che sfoggia un esile terzo braccio umano, fin da subito lui stringe un rapporto con Frankie che tanto vuole essere amato e apprezzato da qualcuno.
“Tu sei il mio migliorissimo amico al mondo”
Creatura e Krankie sono amici, o almeno così pensa il mostro con un occhio solo, anzi sono proprio migliori amici. Creatura glielo ripete in continuazione ma Frankie inizia ad avere dei dubbi, crede di non essere amato davvero da qualcuno.
Frankie e le creature dimenticate: quando impari che l’altro non fa paura

“Gli umani non sono una folla furiosa”
Sarà per questo che Frankie appena può, decide di abbandonare il Castello e cercare il suo luogo. Fulgenzio Trovamostri gli apre metaforicamente le porte per pensare ad un altro sé stesso e a questo si aggancia Frankie, alla possibilità di essere davvero felice, di essere visto. Poco importa che sia un pubblico pagante e che lui sia una sorta di fenomeno. Lui non è amato, apprezzato per ciò che è, ma per ciò che fa e rappresenta. Quasi come Pinocchio nelle mani di Mangiafuoco o Dumbo usato come attrazione, Frankie è solo un numero, qualcuno da usare fino allo sfinimento, tra il pubblico incrocia Arabella, una bambina che vede al di là di tutto.
Frankie e le creature dimenticate è il racconto della differenza, dell’alterità, fa ricordare che esiste un posto, un luogo, un’altra persona che si potrà chiamare casa. Questa “casa” sarà la chiave di volta del film, solo grazie all’altro si possono superare prove importanti, quasi impossibili, solo grazie alle persone importanti della propria vita, si riesce a capire che non devono esserci infingimenti, solo così puoi essere apprezzato per davvero.
Dentro una storia ce ne sono tante altre

Ciò che rende Frankie e le creature dimenticate un’opera visivamente e narrativamente ricca è anche il suo abile uso del citazionismo, capace di parlare a più generazioni. Da un lato c’è un brillante cortocircuito della pop culture horror: far indossare a un “bambino perduto” rattoppato, personaggio molto burtoniano, l’iconico maglione a strisce di Freddy Krueger trasforma un simbolo del terrore in una sorta di copertina di Linus, un indumento protettivo per un’anima fragile. Dall’altro lato, la variegata fauna di Castel Grotteschio strizza l’occhio alla tradizione dei “mostri buoni” alla Monsters & Co. e Hotel Transylvania.
Il vero nodo drammatico del film esplode quando il pregiudizio degli umani prende il sopravvento. La paura dell’ignoto e dell’altro trasforma la comunità sottostante in una minaccia concreta. È qui che il film regala una delle sue sequenze più concitate e riuscite: un vero e proprio assalto al castello che evoca da vicino la celebre scena di La Bella e la Bestia, quando la folla aizzata da torce e forconi marcia contro la dimora della Bestia. Anche in Castel Grotteschio assistiamo allo scontro tra l’irrazionalità cieca della folla e la disperata difesa di un manipolo di creature inoffensive. Tuttavia, se nel classico Disney la difesa è una battaglia per la sopravvivenza, qui si trasforma in un momento di unione e riscatto: le bizzarre invenzioni del Professore e la determinazione di Frankie dimostrano che la vera mostruosità non risiede nelle cicatrici o nelle forme imperfette di chi sta dentro il castello.
Frankie e le creature dimenticate: un film d’animazione delicato sull’importanza dell’amicizia

Frankie e le creature dimenticate porta al centro l’importanza dell’amicizia, quanto sia normale a volte sentirsi soli e ai margini di un mondo che è conforme a non si sa quale norma, quanto sia necessario essere sé stessi per trovare il proprio mondo. Con delicatezza Frankie e i suoi amici ci conducono in un mondo che non è tanto distante dal nostro, ci fanno sentire meno soli.
Il film di Steve Hudson, più riuscito nella prima parte, riesce così a ribaltare uno dei tropi più classici del genere gothic/horror: la folla con le torce e i forconi lascia il posto a una comunità di spettatori distratti, dove il vero pericolo non è la violenza manifesta, ma la reificazione dell’altro. Trasformare un individuo in una pura “attrazione” significa svuotarlo della sua umanità.
In questo senso, Frankie e le creature dimenticate non si limita a parlare ai più piccoli con la grammatica della commedia slapstick e del racconto d’avventura, si rivolge in filigrana anche a un pubblico adulto, ponendo una domanda quanto mai attuale: quanto siamo disposti a camuffarci o a esibirci pur di ottenere uno sguardo, un applauso o una parvenza di approvazione? La risposta di Frankie passa attraverso il dolore della disillusione, ma approda a una consapevolezza profonda: la libertà non si trova sul palcoscenico di un impresario, ma nella capacità di riconoscersi ed essere riconosciuti nella propria fragile, bellissima imperfezione.






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