La magia, il racconto, la crescita, la perdita, il ricordo. E ancora l’amicizia, l’accettazione, l’altruismo e la capacità di affrontare ciò che sembra impossibile da superare. Sono tanti gli argomenti che convivono in Jumbo, il film d’animazione indonesiano diretto da Ryan Adriandhy, che sembra voler recuperare uno dei significati più profondi del cinema per bambini: raccontare storie semplici per parlare di cose complesse. Perché dietro un disegno colorato, un personaggio buffo o un’avventura fantastica possono nascondersi sentimenti difficili da spiegare persino agli adulti.
Prodotto in Indonesia e diventato un autentico fenomeno cinematografico nel proprio Paese, con oltre dieci milioni di spettatori, Jumbo rappresenta un risultato importante per un’industria dell’animazione che raramente riesce a conquistare una simile visibilità internazionale. Un successo che trova le proprie ragioni non soltanto nella qualità della realizzazione, ma soprattutto nella volontà di attribuire un valore preciso al racconto, alle storie che ci vengono tramandate e a quelle che scegliamo di condividere. Distribuito in Italia da Amaranta Frame a partire dal 15 ottobre, il film arriva nelle sale portando con sé un immaginario fantastico e una sensibilità che, pur confrontandosi con modelli animati riconoscibili, conserva una propria identità.
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Jumbo: una storia tira l’altra
Don è un bambino di dieci anni, orfano di entrambi i genitori, che vive con la nonna e custodisce gelosamente uno dei ricordi più preziosi della propria famiglia: un libro illustrato, scritto dai genitori appositamente per lui. Un oggetto che racchiude una storia fantastica, ma soprattutto un legame affettivo che il tempo e l’assenza non sono riusciti a cancellare. Don, soprannominato Jumbo per la sua corporatura e spesso preso di mira dai coetanei, decide di partecipare a un concorso per giovani talenti mettendo in scena proprio quella storia. Il teatro diventa così la possibilità di riscattarsi e, in qualche modo, di ritrovare chi non c’è più.

Quando però il prezioso libro gli viene sottratto, il bambino si ritrova coinvolto in un’avventura ben più grande di quanto potesse immaginare. Ad accompagnarlo ci sono gli amici Nurman e Mae, ma soprattutto Meri, una misteriosa bambina fantasma che porta con sé un’altra storia e un altro desiderio da realizzare. Tra incontri improbabili, piccoli conflitti e grandi scoperte, i protagonisti intraprendono un percorso nel quale ciascuno deve confrontarsi con qualcosa che ha perduto o che non è ancora riuscito ad accettare. Anche chi inizialmente sembra rappresentare soltanto un ostacolo, come il prepotente Atta, finisce per rivelare una complessità inattesa. Perché dietro un comportamento sbagliato può nascondersi una sofferenza, e dietro un’apparente cattiveria qualcuno che non ha ancora imparato a dare un nome al proprio dolore.
C’era una volta, c’è ancora
Al centro di Jumbo c’è una storia che vuole diventare spettacolo, un racconto scritto che cerca una nuova forma attraverso il teatro. Ma c’è soprattutto il valore del raccontare come gesto di condivisione, memoria e sopravvivenza affettiva. Don non desidera semplicemente mettere in scena una favola: vuole dare nuovamente vita alle parole dei propri genitori, trasformare un ricordo privato in qualcosa che possa essere condiviso. Il libro diventa un ponte tra ciò che è stato e ciò che continua a esistere, mentre il palcoscenico offre la possibilità di esprimere sentimenti che difficilmente troverebbero spazio in una normale conversazione.
È attraverso questa dimensione che il film affronta il lutto, senza pretendere di cancellarne il dolore. L’assenza rimane, ma cambia il modo di conviverci. E accanto alla perdita si sviluppano altri temi, dal bullismo all’amicizia, dall’egoismo alla solidarietà, fino alla necessità di riconoscere che anche gli altri custodiscono fragilità e sofferenze. I personaggi crescono, cambiano, imparano a riconsiderare le proprie priorità, scoprendo che talvolta aiutare qualcuno significa rinunciare a qualcosa per sé.

La scrittura procede attraverso dialoghi semplici, situazioni facilmente comprensibili e una costruzione narrativa lineare. Elementi che, osservati esclusivamente con gli occhi di un adulto, potrebbero apparire poco sofisticati, ma che trovano una precisa ragione nella natura dell’opera. Un film per bambini deve essere valutato anche attraverso lo sguardo di un bambino, o quantomeno attraverso quello di un adulto disposto a recuperare quella prospettiva. La semplicità non coincide necessariamente con la superficialità, così come la chiarezza di un messaggio non ne riduce automaticamente il valore. Jumbo sceglie di essere comprensibile senza rinunciare a una notevole densità tematica.
Jumbo: piccoli grandi mondi
Anche sul piano visivo il film dimostra una buona consapevolezza dei propri mezzi. L’animazione è curata, colorata, dinamica, sostenuta da un’effettistica convincente e da una costruzione degli ambienti capace di accompagnare il passaggio dalla quotidianità al fantastico. Non cerca continuamente lo stupore tecnico fine a se stesso, preferendo mettere la resa visiva al servizio dell’avventura e dei suoi protagonisti. L’immaginario rimane semplice, talvolta debitore di un linguaggio già consolidato nell’animazione internazionale, ma funziona proprio perché non perde mai di vista il proprio pubblico.
Jumbo è un film che conosce l’importanza delle storie e comprende quanto queste possano aiutare a crescere. Non tutto sorprende, non tutto è imprevedibile, e alcuni passaggi seguono percorsi piuttosto convenzionali. Ma è difficile non riconoscere la sincerità di un’opera che affronta temi delicati senza perdere leggerezza, fantasia e capacità di intrattenere. Un’animazione riuscita, emotivamente generosa, che parla ai bambini senza dimenticare gli adulti e agli adulti chiedendo, per una volta, di tornare bambini. Perché crescere non significa necessariamente dimenticare, ma imparare a portare con sé ciò che abbiamo perduto.





