Qual è quel momento in cui la libertà creativa smette di essere reinterpretazione e diventa semplicemente riscrittura? Ryan Murphy a quanto pare sa la risposta. Monster: La storia di Lizzie Borden, nuova stagione dell’antologia di Ryan Murphy e Ian Brennan su Netflix da settembre 2026, quel confine lo supera praticamente da subito.
Lizzie Borden, tra storia vera e troppa fiction
Quello delle libertà autoriali è un tema di cui si è discusso parecchio anche di recente, come in occasione di Cime tempestose di Emerald Fennell, rilettura che si notevolmente si è ha preso enormi distanze dal romanzo di Emily Brontë. Qui, però, il discorso diventa inevitabilmente più delicato: Lizzie Borden non è Catherine Earnshaw, non è un personaggio letterario che ogni generazione può reinterpretare a proprio piacimento, ma una persona realmente esistita, processata per due omicidi e infine assolta. Ed è forse in questo frangente che lo spettatore più sensibile inizia a storcere il naso, quando la libertà creativa interviene su una storia vera attribuendo a persone reali azioni, relazioni e responsabilità mai dimostrate.

Il problema non è romanzare una storia vera, cinema e televisione lo fanno da sempre, ma farlo quando i personaggi portano nomi e cognomi di persone realmente esistite, attribuendo loro relazioni, comportamenti e responsabilità per i quali non esistono prove diventa assai più opinabile. Lizzie Borden fu processata per gli omicidi del padre Andrew e della matrigna Abby nel 1892 e fu assolta. Il caso rimane uno dei grandi misteri della cronaca nera americana. La serie, invece, sceglie sostanzialmente la propria verità e la mette in scena con pochissime cautele.
Persino Netflix, nel materiale dedicato alla storia reale, parla apertamente di una versione fortemente fictionalizzata del personaggio. Anche la relazione tra Lizzie e la domestica Bridget Sullivan, trasformata nella serie in Maggie e resa parte fondamentale della componente sentimentale e criminale della vicenda, non è minimamente supportata da prove storiche.
Femminismo e tematiche LGBTQ+, quando il messaggio prevale sulla storia
A rendere tutto ancora più irritante è la sensazione che molte di queste invenzioni servano soprattutto a piegare la vicenda ai temi che la serie ha già deciso di raccontare: repressione femminile, sessualità, “female rage” e identità queer. Temi che avrebbero potuto essere interessantissimi, soprattutto considerando la condizione femminile nell’America di fine Ottocento, ma che finiscono per sembrare sovrapposti alla storia anziché emergere da essa. La stessa produzione dichiara esplicitamente di voler costruire attraverso Lizzie una riflessione sulla “female rage”. Perché?
Il risultato è piuttosto paradossale, dato che nel tentativo di realizzare un racconto femminista, Monster finisce invece per togliere complessità proprio alla donna che vorrebbe raccontare, trasformando un caso storico ambiguo e ancora discusso in una narrazione semplice, esplicita e unicamente funzionale alla tesi degli autori.
A completare il quadro arriva persino una scena di ballo che sembra uscita direttamente da Mercoledì, costruita per essere eccentrica, provocatoria e – probabilmente – memorabile, finisce invece per risultare quasi imbarazzante, mentre insegue un’estetica Netflix contemporanea, trasformando Lizzie per qualche minuto in una sorta di eroina dark pensata per diventare una clip virale.
Aileen Wuornos in Monster: La Storia di Lizzie Borden, l’inserimento che fa deragliare la serie

Poi arriva Aileen Wuornos, purtroppo, ed è lì che la serie deraglia definitivamente. L’inserimento del personaggio interpretato da Sarah Paulson nelle ultime puntate è completamente inventato sul piano del collegamento con Lizzie Borden: non esiste alcuna prova che Wuornos fosse ossessionata dal suo caso. Gli autori hanno spiegato di averla introdotta per creare una sorta di genealogia della violenza femminile, collegando donne vissute a quasi un secolo di distanza.
E se sulla carta può perfino sembrare un’idea interessante, sullo schermo è un disastro narrativo. Ogni volta che la serie abbandona Lizzie per catapultarci nel mondo di Aileen, il ritmo va completamente allo sbaraglio. L’immersione nell’America vittoriana si interrompe, la tensione si disperde e sembra quasi di aver cambiato serie senza aver premuto nulla sul telecomando.
Ancora più discutibile è il modo in cui Wuornos viene rappresentata. Sarah Paulson costruisce una Aileen esasperata, grottesca, volutamente sgradevole, che finisce per diventare quasi insopportabile da guardare e il confronto con Charlize Theron in Monster è inevitabile. Theron aveva trasformato Wuornos senza addolcirla, ma riuscendo comunque a restituirle una dimensione tragicamente umana, non necessariamente repellente.
La cosa che più infastidisce in relazione al rispetto verso fatti e persone realmente esistite è che si arriva persino a mostrarla mentre si inietta droga, aggiungendo un ulteriore dettaglio degradante a una persona reale senza che la serie senta apparentemente il bisogno di distinguere ciò che è documentato da ciò che è costruito per esigenze drammatiche.
Il vero problema di Monster: La Storia di Lizzie Borden è il rapporto con le persone reali
Questo è il nodo più grande di Monster, il rispetto per le persone realmente esistite. Non significa assolverle moralmente, Aileen Wuornos fu una serial killer condannata e giustiziata nel 2002, ma proprio per questo non c’è alcun bisogno di inventare ulteriori elementi per renderla più mostruosa, ci ha già pensato lei con il suo passato. E con Lizzie Borden, invece, la questione diventa ancora più delicata, perché stiamo parlando di una donna che un tribunale dichiarò non colpevole. Trasformare ipotesi, suggestioni e fantasie narrative in una ricostruzione audiovisiva così assertiva significa modificare nell’immaginario contemporaneo la percezione di una persona reale.
Il true crime può interpretare, interrogare, perfino provocare, ma quando riempie sistematicamente i vuoti della storia con ciò che fa più comodo alla sceneggiatura, smette di esserlo e diventa semplicemente fiction, con nomi veri. Qui c’è l’aspetto che rende Monster: La storia di Lizzie Borden così frustrante, il fatto che la produzione aveva a disposizione un caso ambiguo, inquietante e ancora oggi affascinante, senza alcun bisogno di cucirgli addosso un’altra storia. Da dimenticare.






2 risposte