Sembra una notte normale a Tel Aviv, mentre due persone si incontrano di nascosto sui tetti delle case: sono il regista di Naza, Yuval Abraham e del personale anonimo legato all’Intelligence israeliana che, uno per uno, svelano i retroscena agghiaccianti delle uccisioni di massa a Gaza. Dopo l’acclamato No Other Land, in cui raccontavano i crudi atti di violenza dei coloni israeliani nei confronti della popolazione palestinese, il duo di registi e giornalisti Yuval Abraham e Rachel Szor dirigono Naza, titolo che deriva dal termine ebraico militare “danno collaterale.”
Il docu-film è scioccante e deliberatamente lento nella sua esposizione. Per due anni, dal 2023 al 2025, Abraham e Szor hanno incontrato di nascosto 24 soldati israeliani e dipendenti dell’Intelligence, svolgendo interviste notturne sui tetti delle case di Tel Aviv. Per proteggere le loro identità, i volti delle persone coinvolte sono stati oscurati e le voci distorte.
Naza si basa su una serie di conversazioni faccia a faccia, in cui, mentre Rachel Szor si mette dietro la macchina da presa, Yuval Abraham si occupa di intervistare i testimoni che si sono fatti coraggio e hanno svelato i retroscena dietro le uccisioni di massa a Gaza.
Naza, l’effetto collaterale di una guerra insensata

Naza vuol dire “effetto collaterale”, ovvero una persona senza nome che viene fatta fuori. Per Israele, come spiegano i testimoni intervistati, ogni cittadino palestinese è uguale a un altro. Uomini, donne e bambini, non c’è distinzione. Tutti diventano dei potenziali bersagli nel software di intelligenza artificiale usato dalle autorità. Perché tra tutti loro potrebbe nascondersi un potenziale terrorista di Hamas. Il condizionale è d’obbligo, è l’unica arma di difesa contro le accuse mosse da chi parla di genocidio, spiegano i testimoni intervistati; ed è qui che il racconto si fa via via sempre più terrificante.
I dialoghi tra il regista e gli ufficiali dell’Intelligence israeliana sono un botta e risposta talvolta immediato, altre volte meno incisivo; qui Abraham deve scavare con attenzione, ponendo le giuste domande, affinché arrivino delle risposte sensate. Non è facile di fronte a un argomento del genere, ma, attraverso il suo docu-film, che sa più di un racconto-verità, i due registi riescono a far emergere un ritratto orrifico di come i servizi segreti israeliani operano a Gaza.
Sullo sfondo, c’è il contrasto di una Tel Aviv che appare silenziosa nella notte, ma caotica nelle strade. La guerra continua a Gaza, ma gli israeliani vivono la loro vita come se niente li toccasse. La fotografia è cupa, perennemente inondata dalle tenebre, per dare una sensazione di claustrofobia da cui è impossibile uscirne vivi.
Dalle finestre delle case si intravedono televisioni accese, squarci di dichiarazioni folli del Premiere Benjamin Netanyahu, il quale parla in difesa di Israele contro “il male” rappresentato dai soli terroristi di Hamas. Anche se, a pagarne le spese, sono tutti i civili palestinesi. Velatamente, Abraham e Szror ci fanno capire l’insensatezza della guerra: combattere e annientare un nemico che esiste solo nella testa del Primo Ministro israeliano, lasciando dietro di sé solo una scia di interminabile morte e dolore.
Naza: i due lati della storia
I due registi fanno un lavoro di ricerca non facile, però riescono ad equilibrare i due lati della storia, facendo sentire sia le voci di coloro che si sono pentiti di aver preso parte a un genocidio di massa, sia di coloro che, invece, continuano ad operare come se fossero ai comandi di un videogioco. Ascoltare le loro dichiarazioni è straziante, ma Naza ha proprio questo obiettivo qui: far aprire gli occhi su quello che sta succedendo, e per far ciò, era necessario mostrare una narrazione a due facce.
Naza è un film necessario in questo delicatissimo momento storico pieno di incertezze future. Il docu-film si propone come una richiesta di consapevolezza, perché non si può più restare inermi.
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