Camp Miasma – Adolescenza, sesso e morte di Jane Schoenbrun è un film impostato su una narrazione metalinguistica. Con piglio postmoderno, si costruisce attraverso citazioni e riscritture dei classici del genere slasher anni ottanta. Il suo scopo però è quello di fornire una riflessione sul genere stesso – come già faceva, per esempio, Cabin in the Woods (Goddard, 2011). Partendo da questa poi, la regista analizza quanto la fruizione di una tipologia di film, possa partecipare della costruzione identitaria del proprio spettatore.
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Schoenbrun fa suo l’assunto per cui guardare un film non è mai un atto neutro. Presuppone sempre una partecipazione emotiva, da parte dello spettatore, che rimanda ai processi di soggettivazione identitaria. Scegliere di vedere un genere piuttosto che un altro, entrare a far parte di un fandom, legare alcune fasi della propria crescita a un immaginario, significa vivere una forma di ritualità. Una ritualità che si ricollega alla necessità di proiettarsi e proiettare all’esterno una propria immagine specifica. Da qui l’importanza che la regista dà alla fruizione dei b-movie, attraverso le videocassette, nell’infanzia. Si tratta di una prima forma di autodeterminazione. Un modo per staccarsi dal contesto famigliare ed entrare nel mondo della trasgressione: quello in cui pulsioni altrimenti spaventose, come la rabbia o i primi impulsi sessuali, possono essere spiegati e ricondotti a un immaginario comune ai propri coetanei. Guardare un film slasher in tv, a casa, diventa per una giovane solitaria, alle prese magari con una sessualità ancora non definita, un modo per sentirsi meno sola. Per essere partecipe di un moderno rito collettivo, quasi sciamanico, di crescita.
Camp Miasma: un finale folle e metafilmico
Da qui il finale del film, che sembra completamente folle. Kris, la giovane regista che vorrebbe girare il reboot di Camp Miasma – serie slasher anni ottanta, nell’universo filmico – dopo aver conosciuto Billy Presley, l’ormai anziana final girl del capostipite della saga, si rende conto che l’intera sua avventura non è altro che un film. Una pellicola proiettata in un non-luogo psichico, per il killer transgender della saga, Little Death, nome/espressione figurata che indica l’orgasmo.
Kris, apertamente gay, capisce che la sua passione per una saga horror apparentemente transfobica, risiede proprio nella capacità di quest’ultima di parlare un linguaggio simbolico, che nega completamente i codici di genere binari affermati dalla lettera del testo filmico. La stessa Billy le aveva detto che in questo genere non bisogna cercare una coerenza logica, ma solo carne e fluidi.

Nel finale, infatti, vediamo che il luogo psichico dove si origina tutto è una sorta di santuario organico, dove è rinchiuso Little Death. Cioè la metafora del desiderio carnale, privo di intellettualizzazioni, brutale e sanguigno, costantemente represso da Kris per tutto il film. Un desiderio saffico, in questo caso, ma che in realtà potrebbe non avere genere. È il principio di vita che spinge a muoversi e a evolversi.
La messa in scena, il b-movie, i topoi del genere, diventano tutti una materia viva pulsante, che si rivela più reale di quella che fino a quel momento ci era sembrata la realtà. Per questo motivo, durante tutta la normalissima storia di una regista che va a incontrare una vecchia star per parlare di un reboot, la Schoenbrun ci mostra strani fondali dipinti, accensioni di fotografia melodrammatica e scenografia esibita. Mentre le sequenze del film Camp Miasma, guardato dalla donna, sono sempre improntate al realismo più cupo. La realtà è quella raccontata dal film, perché mette in campo la pulsione di vita, la sessualità, la costruzione identitaria. La quotidianità è la vera costruzione artificiale.
Liberation through Orgasm
All’interno di questa mise en abyme cinefila, Kris trova la propria rinascita, liberandosi da ogni restrizione intellettuale e accettando pienamente di vivere la vita come un film, nella sua folle campiness. Smettendo di essere sia una spettatrice/voyeur, sia colei la quale vorrebbe controllare la realtà, attraverso la regia, la protagonista diventa il soggetto agente del film di Little Death. Kris diventa, per la prima volta, protagonista della propria vita. Potendo così finalmente dare libero sfogo alle proprie pulsioni carnali, in un ciclo continuo di morte e rinascita, in cui possa autodeterminarsi liberamente: un’identità non binaria, che rifugge le sterili categorizzazioni e i canoni moralistici del falso progressismo di una cultura woke, trasformata ormai in semplice etichetta commerciale, dallo sfruttamento spettacolare.






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