La mia brillante carriera, la miniserie Netflix che adatta l’omonimo romanzo di Miles Franklin (1879-1954), autrice australiana che è stata anche giornalista d’inchiesta e militante femminista, ha ricevuto apprezzamento pressoché unanime da parte della critica e, a quanto pare, anche consenso di pubblico.
Si parla proprio in questi giorni – ma la notizia è illativa e quindi probabilmente senza fondamento – della possibilità di riprendere il racconto attraverso la riduzione a serie tv del seguito del romanzo, un testo che Franklin pubblicò, circa quarant’anni dopo il primo, dall’eloquente titolo My Career Goes Bung (“La mia carriera va a rotoli”). Insomma, la “brillante” carriera per cui l’eroina, Sybylla, ha rinunciato all’amore alla fine risulta un fallimento. O meglio finisce per non offrire ciò che aveva promesso: l’emancipazione. La morale dalla (contro)favola è che, a rifuggire le presunte catene del matrimonio, si rimane impigliate in altre catene: un’identità, quella di donna indipendente e, appunto, in carriera, di cui disfarsi è poi impossibile; una fama alienante che intrappola funereamente in aspettative altrui.
La trama del romanzo
La trama del romanzo La mia brillante carriera, ridotta all’osso, è la seguente: Australia, fine ‘800, Sybylla Melvyn, una giovane donna cresciuta in una fattoria con un padre dissipatore e irresponsabile, schiacciato da debiti, e una madre che non la comprende, viene accolta dalla nonna materna in un ambiente diverso da quello d’origine. Colto, raffinato, stimolante, Sybylla progressivamente comincia a sentire sempre più suo quel mondo. La ragazza, benché all’inizio venga percepita come ‘selvatica’, finisce per affascinare chi viene in contatto con lei grazie alla sua personalità poco propensa al compromesso: in inglese, si direbbe che è un soggetto straordinariamente opinionated, nella sua accezione sia positiva di persona con forti convinzioni sia negativa di tipo saccente, presuntuosetto. Uno degli elementi più interessanti del romanzo, che la serie Netflix riprende, è che è narrato dal punto di vista di Sybylla, la cui straripante emotività spesso colora i fatti di una teatralità per forza di cose distorsiva.
Sebbene non bella secondo i canoni del tempo, o forse proprio per questo, Sybylla attrae, più di ogni altro, il proprietario terriero Harry Beecham, con cui instaura una relazione in cui trasporto erotico e affettività si fondono. Dopo una serie di peripezie, che prevede la rovinosa caduta economica di Harry e una forma di degradazione sociale e psicofisica per Sybylla, i due innamorati potrebbero avere il loro lieto fine, se non fosse che Sybylla decide che il matrimonio limiterebbe tempo e risorse per la sua ‘vocazione’: la scrittura.
La mia brillante carriera: un finale che ribalta i cliché
Il finale che Miles Franklin sceglie per il suo romanzo ribalta i cliché del romance – la novella sentimentale – per accostarsi al novel, vale a dire al romanzo realistico: alla fine dell’Ottocento, epoca in cui la vicenda è ambientata, una donna che volesse scrivere realisticamente doveva rinunciare a qualcosa. Oggi come allora, ma, allora, la conciliazione di lavoro e vita privata era ancora più impraticabile di oggi. E senza una coscienza della sostenibilità delle ambizioni femminili tale da rendere plausibile, per una donna, il perseguimento di pari soddisfazione in ambito privato e in ambito professionale. La scelta di sacrificare la vita affettiva e un progetto coniugale alla scrittura assume inoltre una valenza simbolica perché l’aspirazione di Sybylla è quella di scrivere delle condizioni di vita spesso disumane inflitte ai nativi dai coloni europei. Per una forma di onestà intellettuale e di coerenza ideologica, per Sybylla accettare di sposarsi significherebbe acconsentire a una schiavitù simile a quella coloniale. La scelta di Sybylla insomma radica in un contesto storico e sociale ben preciso, contesto che rende quella scelta dunque comprensibile, conseguente ai fattori che la precedono.
La mia brillante carriera (Netflix) fa cosmetica dell’immaginario, ma non mette in discussione funzioni e strutture del racconto tradizionale d’amore ed emancipazione

La serie Netflix non procede alla decostruzione o riconfigurazione del romanzo, eppure, anche senza tradire il testo che adatta, non lo ricostruisce filologicamente. S’insiste didascalicamente, episodio dopo episodio, che quello in cui Sybylla vive non è un “mondo per donne“, ma perché non lo sia non ci viene mai mostrato. Ci viene presentato come assunto, dato di fatto, al di fuori di una rappresentazione appunto verosimile del tempo. Quando la showrunner Liz Doran ‘attualizza’ l’intreccio, si limita a introdurre inserti narrativi che ammiccano ai temi sensibili del nostro tempo: il superamento dell’eteronormatività e dell’eurocentrismo; la conquista di una prospettiva laterale, queer, decoloniale; l’emersione del desiderio femminile.
Tuttavia, nessuno di questi elementi viene approfondito e integrato. I due subplot con al centro relazioni omosessuali restano marginali rispetto alla vicenda amorosa principale e concettualmente ancillari rispetto a una visione eteronormativa dell’affettività; la valorizzazione delle vicende interne alla comunità indigena non sposta la perifericità narrativa ed estetica delle istanze postcoloniali né viene mai assunto un punto di vista interno alla cultura autoctona; la rappresentazione esplicita della masturbazione femminile – già presente, e in modo più organico, in uno show omologo come Bridgerton – non sfonda mai i confini dell’iconografia, non si sviluppa mai in una vera e propria indagine intorno alla natura del desiderio delle donne, tra pulsione e fantasia, né intorno alle conseguenze di un accesso indiretto o differito al rapporto genitale. Una scena allusiva, isolata nella progressione del racconto, non è sufficiente a scardinare l’idea che il desiderio femminile sia solo reattivo, vale a dire una risposta all’eccitazione maschile.
La scelta di Christopher Chung, attore australiano di origini cinesi, come interprete dell’oggetto di desiderio erotico dell’eroina è particolarmente rilevante perché rinnova l’immaginario senza però tradire la verosimiglianza storica – di cinesi in Australia, alla fine del XIX secolo, nei decenni successivi alla corsa all’oro (1850-1860), ce n’erano circa 40.000 – né avvicinare la rappresentazione del maschile all’avatarismo: non si tratta del solito bellimbusto biondo che coincide con ciò che per troppo tempo è stato culturalmente codificato come desiderabile nel cosiddetto Occidente né d’altra parte della caricatura dell’orientale delicato e privo di virilità propulsiva. Anche in questo caso, però, in fondo, la sua funzione resta quella di principe azzurro classicamente inteso: cambia il sembiante, ma non cambia la funzione. Si potrebbe dire che è un principe che l’eroina costringe a convertirsi in rospo, perché lei, pur essendone innamorata, lo rimette all’angolo: Sybylla non riesce, infatti, a sostenere il passaggio da desiderio incarnato a incarnazione quotidiana del desiderio.
La mia brillante carriera sostiene l’idea che l’amore sia sacrificio di sé, ma non si chiede qual è il prezzo di sacrificare l’amore per questo Sé

Viene da chiedersi allora se, forse, sarebbe stato più fertile riscrivere del tutto il finale: non più nel senso del sacrificio – continuiamo davvero a porre la liberazione femminile dalle costrizioni culturali e sociali nei termini di una scelta tra realizzazione affettiva e realizzazione professionale? –, ma nella direzione dell’integrazione realistica, e quindi imperfetta, tra ‘vocazione’ al lavoro come forma di autoaffermazione e sforzo di tradurre il sentimento raggiunto in legame stabilizzato, con tutta la fatica del caso. Senza parlare di quanto sarebbe stato intellettualmente avanzato provare a dire che indipendenza non significa rifiutare la dipendenza da una persona amata, ma accettare la propria vulnerabilità all’amore come parte mancante, e quindi desiderante di sé.
L’ideale di un soggetto autosufficiente, impermeabile agli effetti trasformativi della relazione, è inoltre storicamente sempre stato a servizio di una logica conservatrice. Oggi sarebbe più interessante rappresentare la dipendenza come condizione umana, non connotata in senso maschile o femminile. Sybylla dà l’impressione non tanto di voler essere una donna libera, quanto di voler essere una donna che fa (come) l’uomo: non dipende né materialmente né emotivamente da qualcuno. L’uomo non completa una donna, che è già intera, ma, se questa interezza diventa chiusura, difesa, precauzione, qual è esattamente il guadagno per la propria libertà? Non si tratta invece di una riduzione delle proprie possibilità di sperimentare e sperimentarsi?
Netflix sembra dunque continuare a praticare, e professare come virtuoso, un femminismo pop alla prova dei fatti innocuo, se non addirittura deferente nei confronti dei retaggi patriarcali. Lo era, già in origine, ma con tutte le attenuanti storiche del caso, il femminismo dell’autrice del romanzo, Miles Franklin, che, tra tutte, scelse la professione del padre, anche lui scrittore, e, come proprio nome di scrittrice, quello di un avo. Maschio.
Preferire la “brillante carriera” monolitica alla dialettica, al confronto dinamico (generativo?), più o meno integrato, tra parti diverse di sé, è solo un altro modo di restare ancorati alla rigidità separatista e al bisogno di riconoscimento propriamente ‘fallici’ che Netflix potrebbe, ma non mette in discussione. E il sospetto è che ciò dipenda più dal conformismo che dalla volontà di rispettare il dettato del testo.




