La realtà non è quella che succede, ma quello che riesci a far credere. E lei, l’attrice di The Runner – disponibile su Prime Video dal 2 settembre 2026 – sta per riscriverla trasformando il panico in strategia, e lì capisci che lo sta facendo da fuoriclasse. Il thriller diretto da Kevin Macdonald (L’ultimo re di Scozia) e sceneggiato da Mark Gibson ha per protagonista Gal Gadot nel ruolo di una “formidabile corritrice” – un’avvocatessa londinese di successo alle prese con un enigmatico caller (interpretato da Damian Lewis, e rappresentato dalla sola voce per quasi tutto il film). Nel cast, accanto a Gadot, c’è anche Alfred Enoch.
The Runner: nel plot la solita corsa di Maia diventa una condanna: una telefonata, suo figlio rapito e un ordine solo: corri, obbedisci, non fermarti mai o lui muore

Il film non è un capolavoro, ma sul piano dell’intrattenimento funziona eccome, a parte una scena di apertura che non è delle più brillanti. Ci mette un attimo a carburare – ma quando parte la telefonata non si ferma più. Se cerchi l’adrenalina, non la logica, The Runner fa il suo lavoro alla grande. L’avvocato Martin viene chiamata mentre corre: suo figlio è stato rapito. Deve correre cinque miglia in un’ora e poi uccidere un informatore, altrimenti il suo bambino morirà. Con una regia che poteva fare di più, che è partita da un’idea forte e una fotografia grandiosa – Dod Mantle (Oscar per The Millionaire) gira davvero per Londra con camera a spalla sui roller – e una recitazione quasi impeccabile di Gadot. Atleticamente perfetta, l’attrice corre davvero per tanti giorni di riprese senza stunt. Ha sicuramente il fisico giusto e fa un grande sforzo fisico per questo ruolo in un thriller che non delude sul piano dell’intrattenimento ma che aveva tutto il potenziale per raggiungere un livello di visione e dominare davvero sulla piattaforma di streaming.
Corri, racconta, sopravvivi. 90% narrazione, 2% verità, questa è la realtà?
The Runner fa esattamente quello che dice il titolo: corre. Corre forte sudando, corre per decine e decine di minuti senza mai fermarsi. Parte da un high-concept che però non basta. Qui c’è sul tavolo un Oscar alla regia, un Oscar alla fotografia e Wonder Woman che corre davvero a perdifiato per Londra, peccato che lo script non trasformi la fatica fisica in vera fatica emotiva. La protagonista non può dare la verità al suo aguzzino. Così gli da quello che solo una grande avvocatessa sa fare quando ha le spalle al muro: una storia. 90% narrazione, 2% verità e il resto è pura sopravvivenza. Gliela cuce addosso così bene che lui ci entra dentro e non trova più l’uscita. Perché il film te lo dice chiaro: chi controlla il racconto, controlla la realtà.
Amore puro, animale, irrazionale nel film che esplora “le due connessioni”
Ci sono due tipi di connessioni a confronto in questo film e noi le confondiamo sempre. La prima è quella che conosciamo tutti. Digitale, telefonica. Veloce, è ovunque, ti fa sentire potente. Con un clic sei a Londra, con una chiamata sposti un processo. Ma è fragile da morire. Basta un tunnel della metro, un telefono scarico, un blackout e non esisti più. Sparisci. Poi c’è l’altra. Quella umana, che non ha bisogno di tacche, di Wi-Fi, di batteria. Quella madre-figlio. Non la vedi, non la misuri, ma è l’unica che non salta mai. Ti fa uscire di casa alle cinque del mattino, ti fa attraversare una città intera di corsa, ti fa rischiare di uccidere senza neanche pensarci. Non per eroismo. Non per fare la protagonista. Ma per amore puro, animale, irrazionale. Quello che ti dice: finché respiro, tu non smetti di respirare. The Runner è tutto qui. Quando la prima connessione crolla, è la seconda che ti tiene in piedi e ti insegna come riscriverla. Funziona. Concept buono, regia pulita, lei brava. Gli manca però quel guizzo in più per restare addosso dopo i titoli di coda.






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