Negli anni, le serie TV ci hanno abituato a un racconto sulla salute mentale sempre più profondo. Se un tempo depressione, traumi e disagi psicologici venivano spesso utilizzati soprattutto come elementi drammatici della trama, oggi alcuni personaggi ci mostrano più da vicino dinamiche emotive complesse. Proprio attraverso serie TV o film è possibile interrogarsi su alcuni segnali, comportamenti e meccanismi psicologici che nella vita reale possono accompagnare la depressione.
Abbiamo chiesto alla psicologa e psicoterapeuta Luisa Zagarrio di spiegarci i comportamenti di alcuni personaggi per capire la depressione attraverso le serie TV. Prima di entrare nelle loro storie, però, è necessario comprendere che cosa sia davvero la depressione.
Che cos’è la depressione

Dal punto di vista clinico – spiega la psicologa e psicoterapeuta Luisa Zagarrio – la depressione è “un disturbo dell’umore caratterizzato da un’alterazione persistente e significativa del tono dell’umore, dell’energia e delle funzioni cognitive”. Essere depressi non vuol dire essere semplicemente tristi. “Non è solo ‘tristezza’, ma una condizione che modifica la percezione di sé, del mondo e del futuro”, sottolinea la dottoressa. Dal punto di vista psicologico, invece, la depressione può essere letta come un insieme di processi emotivi, cognitivi e comportamentali che tendono ad alimentarsi reciprocamente. Perdita di interesse, pensieri negativi ricorrenti, ritiro sociale, senso di impotenza e autogiudizi severi possono formare un circolo difficile da interrompere.
La persona depressa – osserva Zagarrio – “spesso non riesce più a ricavare piacere dalle attività che prima considerava gratificanti e può sperimentare una forte disconnessione emotiva”. È proprio questo lato nascosto che alcune serie TV provano a raccontare attraverso i loro protagonisti.
Quali sono, dunque, i segnali che possono far pensare a una depressione clinica? Tra i sintomi più frequenti ci sono l’umore depresso per la maggior parte della giornata e la perdita di interesse o piacere nelle attività abituali. Possono comparire anche alterazioni del sonno, dall’insonnia all’ipersonnia, cambiamenti nell’appetito e nel peso, stanchezza marcata e mancanza di energia. A questi si possono aggiungere difficoltà di concentrazione, rallentamento del pensiero, senso di colpa, autosvalutazione e pensieri negativi rivolti verso se stessi. L’irritabilità può essere particolarmente frequente negli adolescenti. Nei casi più severi possono comparire anche pensieri di morte o suicidio. La presenza di alcuni di questi sintomi, però, non basta per parlare di disturbo depressivo: a fare la differenza sono soprattutto la persistenza dei sintomi, la loro intensità e l’impatto sulla vita quotidiana.
È una distinzione importante: un momento di sconforto, una crisi dopo una perdita o una fase di malinconia non equivalgono automaticamente a depressione. La tristezza fa parte dell’esperienza umana e – sottolinea la psicoterapeuta – è “un’emozione normale, sana, che tutti provano”. Generalmente ha una causa riconoscibile: un litigio, una perdita, una delusione. Può essere intensa e dolorosa, ma è temporanea e non impedisce necessariamente alla persona di continuare a vivere una buona qualità di vita.
La malinconia rappresenta, invece, una forma di tristezza più profonda e riflessiva, talvolta senza una causa precisa o immediatamente identificabile. Può durare più a lungo della semplice tristezza, ma non compromette completamente la quotidianità. “La depressione è un disturbo, non un’emozione”, chiarisce Zagarrio. È persistente, tende a invadere diversi ambiti dell’esistenza e può “bloccare l’energia, il pensiero e la motivazione”.
Max di Stranger Things: il dolore che diventa isolamento
Tra i personaggi più interessanti delle serie dal punto di vista psicologico, c’è Max (Sadie Sink) di Stranger Things. Il suo percorso, soprattutto dopo gli eventi traumatici che la coinvolgono, mostra una progressiva chiusura nei confronti degli altri. La serie non ci mostra semplicemente una ragazza triste: mette in scena un vero e proprio ritiro emotivo e sociale, la difficoltà a comunicare ciò che si sta vivendo e la sensazione di essere sempre più distante dalle persone che le sono vicine.
“La sua rappresentazione della sofferenza psicologica è realistica perché mostra ritiro emotivo e sociale dopo un trauma, sensazione di colpa e autosvalutazione, ipervigilanza, chiusura e pensieri intrusivi legati all’evento traumatico”, ci spiega la dottoressa Zagarrio. Particolarmente significativa è l’anedonia: Max continua a vedere i suoi amici, continua a vivere all’interno del proprio gruppo, ma sembra non riuscire più a sentire quelle emozioni che prima la legavano alle persone e alle attività della sua vita. A questo si aggiunge la condizione di “vivere ‘in dissociazione’: osserva la propria vita da fuori, come scollegata”. La serie descrive bene anche la dimensione del “peso da portare da sola”, tipica di molti adolescenti: Max è convinta che il dolore interno sia incomunicabile o addirittura pericoloso da condividere.
La forza della rappresentazione sta anche nella dimensione adolescenziale del dolore. Max – come detto – pensa che ciò che sente sia difficile, impossibile, da comunicare agli altri. Il dolore diventa qualcosa da portare da sola. È qui che entra in gioco Vecna (Jamie Campbell Bower), uno degli elementi più interessanti della metafora visiva costruita dalla serie. Stranger Things visualizza la depressione attraverso lui, che diventa una personificazione del dolore che ti insegue, dei pensieri intrusivi e dei traumi che ti artigliano quando sei più vulnerabile. Per la dottoressa, si tratta di “una metafora sorprendentemente efficace”: la depressione può avere, infatti, un effetto invasivo e paralizzante, soprattutto quando non viene riconosciuta.
Marissa di The O.C.: il vuoto espresso attraverso comportamenti rischiosi
Un’altra rappresentazione interessante è quella di Marissa Cooper (Mischa Barton) in The O.C., personaggio cresciuto all’interno di un ambiente caratterizzato da una forte instabilità emotiva. Marissa è bella, popolare, benestante eppure, dietro questa superficie, si nasconde un vuoto. Nel suo caso – ci spiega la dottoressa Zagarrio – si osserva una sofferenza psicologica che presenta anche alcuni elementi riconducibili alla depressione, ma che non viene mai affrontata clinicamente. Tra gli elementi più evidenti ci sono il senso di vuoto, il bisogno compulsivo di approvazione e la difficoltà a costruire un’identità stabile.
Marissa tende a interiorizzare i conflitti familiari e a trasformarli in una percezione negativa di sé. La sensazione di essere “sbagliata” o “di troppo” è ricorrente del suo modo di vivere le relazioni. Il suo dolore spesso si traduce in comportamenti impulsivi e rischiosi: abuso di alcol e droghe, frequentazioni pericolose e relazioni tossiche. Questi comportamenti non sono di per sé indicatori di depressione ma, nel caso di Marissa, si intrecciano con il senso di vuoto, la scarsa autostima e la difficoltà a costruire relazioni stabili. La dottoressa Zagarrio parla di “una forma di depressione poco verbalizzata e legata a relazioni affettive disfunzionali”. Quello che ci viene mostrato in The O.C., secondo la psicoterapeuta, ha “una base di verità psicologica”.
Il personaggio di Marissa ci ricorda che la sofferenza depressiva non si traduce necessariamente in una persona che resta chiusa in camera, non parla e non esce di casa. La sua è piuttosto la rappresentazione di un disagio psicologico mai affrontato clinicamente, che si intreccia a un contesto familiare fragile e a uno scarso supporto emotivo. Marissa è una ragazza che sembra non avere gli strumenti per gestire il proprio dolore e che finisce per cadere in cicli autodistruttivi sempre più difficili da interrompere.
Carmy di The Bear: la depressione nel lavoro e nelle relazioni, con ansia e attacchi di panico
In The Bear, Carmy Berzatto (Jeremy Allen White) incarna trauma, perfezionismo, senso di colpa e difficoltà a gestire le proprie emozioni. La cucina diventa per lui molto più di un luogo di lavoro: è uno spazio in cui cercare il controllo, inseguire standard impossibili e contemporaneamente confrontarsi con il proprio dolore. La pressione professionale si sovrappone così a un disagio personale che Carmy fatica a verbalizzare. La sua sofferenza si manifesta in isolamento, irritabilità, difficoltà relazionali, pensieri ricorrenti, senso di colpa e una continua tensione interna. Carmy mostra quanto possa essere difficile riconoscere la sofferenza psicologica quando una persona continua a lavorare e perseguire obiettivi estremamente ambiziosi. Non è semplicemente “triste”: è un uomo che ha costruito gran parte della propria identità intorno alla prestazione, al controllo e alla necessità di essere all’altezza delle aspettative.
Proprio per questo, la sua sofferenza emerge attraverso rabbia, isolamento e difficoltà a lasciarsi aiutare. La sua ossessione per la cucina diventa un modo per cercare di mantenere il controllo sul caos interno. Carmy non “sceglie” di essere così: è intrappolato in un sistema di pensieri rigidi, impossibili da soddisfare. Il trauma della perdita del fratello, l’iper-responsabilizzazione, l’insonnia, gli attacchi di panico e la dissociazione nel frigorifero durante la seconda stagione restituiscono un quadro narrativo in cui depressione, ansia e conseguenze traumatiche sembrano intrecciarsi. Il suo percorso mostra come la sofferenza depressiva nell’età adulta non si traduca necessariamente in un crollo evidente: spesso è una lotta silenziosa contro se stessi nello sforzo di rimanere produttivi.
Quando la sofferenza psicologica diventa un campanello d’allarme

Il punto di contatto tra molti di questi personaggi è il trauma: Max lo vive in modo esplicito; Carmy porta con sé esperienze familiari e professionali dolorose; Marissa cresce in un contesto di instabilità emotiva. La dottoressa Luisa Zagarrio sottolinea proprio l’importanza di considerare la storia individuale quando si parla di trattamento. “Non esiste un unico trattamento valido per tutte le persone”, spiega. La depressione può avere origini, significati e manifestazioni molto diversi. Per questo, secondo la psicoterapeuta, il percorso dovrebbe essere costruito in maniera personalizzata, tenendo conto della storia e dei bisogni della persona.
Depressione: cosa fare?
Tra gli interventi psicoterapeutici rientrano la terapia cognitivo-comportamentale e, quando la sofferenza è legata a esperienze traumatiche, anche l’EMDR. Questo approccio – spiega – è particolarmente utile quando la sofferenza depressiva è legata a esperienze traumatiche, vissuti di trascuratezza emotiva, relazioni invalidanti o eventi che hanno lasciato un impatto emotivo significativo. Il punto, ancora una volta, è evitare l’idea di una soluzione universale. “Più che un approccio più efficace in assoluto”, conclude la psicologa e psicoterapeuta, “spesso è importante trovare un approccio adatto alla storia e ai bisogni della persona”. Nei quadri moderati o gravi può essere indicata anche una valutazione psichiatrica, per considerare l’eventuale ricorso a un supporto farmacologico.
Oltre a Max, Marissa e Carmy, nell’universo delle serie TV ci sono moltissimi altri esempi che hanno raccontato la depressione e la sofferenza psicologica: Buffy Summers (Sarah Michelle Gellar) in Buffy The Vampire Slayer con il peso di dover essere sempre forte e la sua sensazione di essere intrappolata in un ruolo che schiaccia o il dottor Michael Robinavitch (Noah Wyle) in The Pitt, che si rifugia nel caos frenetico del pronto soccorso per anestetizzare e nascondere una profonda depressione e il peso del trauma. Ma occorre tenere a mente che i personaggi delle serie TV possono accendere una lampadina sulla nostra sofferenza, ma spetta a un esperto nel mondo reale guidarci fuori dal buio.





