Venezia 2026: cosa resta della 83ª Mostra del Cinema

Venezia 83 NonSoloFilm.it

Nel ricordare della 83ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia si parlerà di un Leone d’Oro controverso, contestato, persino inaccettato da una parte della critica. Si parlerà delle bandiere che non sventolano sulla facciata del Palazzo del Cinema ma che, inevitabilmente, entrano nelle sale. Di un cinema sovversivo, sedizioso, istigatore, capace ancora di disturbare e di costringere chi guarda a prendere una posizione. Si parlerà di guerra, raccontata in forme, tempi e luoghi differenti, di divise che dividono e di un cinema italiano presente, numeroso, vivo, ma forse meno considerato di quanto avrebbe meritato.

Il 12 settembre si è conclusa l’83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia e, mentre la settima arte non sembra volersi fermare nemmeno un secondo a ragionare su ciò che è stato, proiettandosi già con ansia verso ciò che verrà, tra i film più attesi dei prossimi mesi e una stagione dei premi ormai alle porte, tocca a noi farlo. Agli appassionati, ai cinefili, ai critici, a chi il cinema lo guarda e prova ancora a interrogarlo. Tirare le fila, dunque, non tanto per stilare classifiche, distribuire voti o decretare vincitori e sconfitti, quanto per provare a capire che cosa questa Venezia 83 abbia raccontato del cinema di oggi. E, forse ancora di più, del mondo nel quale quel cinema viene realizzato.

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L’arte è autorialità

Phoebe Waller-Bridge Martin McDonagh Venezia 83 NonSoloFilm.it

Venezia 83 è stata, prima di tutto, una Mostra di autori. E non è necessariamente una considerazione scontata per un Festival che negli ultimi anni ci aveva abituati a una presenza hollywoodiana sempre più massiccia, tra grandi produzioni, star e titoli destinati a monopolizzare la successiva awards season.

Hollywood non è certamente scomparsa dal Lido – bastano Martin McDonagh, Danny Boyle, Casey Affleck o Florian Zeller (alcuni hollywoodiani d’azione) per ricordarcelo – ma questa volta ha occupato meno spazio, lasciandone parecchio a cinematografie e personalità differenti. Da Hirokazu Kore-eda a Lee Chang-dong, da Shinya Tsukamoto a Ilya Khrzhanovsky, passando per Nanni Moretti e Werner Herzog, Venezia ha rimesso al centro una parola che rischiamo troppo spesso di utilizzare senza darle davvero peso: autore. Non necessariamente inteso come garanzia di qualità, ma come riconoscibilità di uno sguardo.

Film diversissimi tra loro che portano addosso, nel bene e nel male, l’identità di chi li ha pensati e realizzati. E in un’industria che tende sempre più spesso alla serializzazione del prodotto, non è affatto poco.

Venezia 2026. Donna, quella sconosciuta

Mayy al-Tukhi NonSoloFilm.it

Il Leone d’Oro a Woman Unknown di May el-Toukhy sarà probabilmente ricordato come uno dei più discussi degli ultimi anni. Non soltanto per il film in sé, ma inevitabilmente per tutto ciò che gli è accaduto attorno. Tra ventuno titoli in Concorso, quello della regista danese-egiziana era infatti l’unico diretto da una donna, un dato che aveva alimentato polemiche già prima dell’inizio della Mostra.

A presiedere la giuria c’era poi Maggie Gyllenhaal e a vincere è stato proprio un film che ragiona sul corpo femminile, sulla sua libertà e sul giudizio che la società esercita su di esso. Troppo facile, allora, ridurre tutto a una scelta politica? Probabilmente sì. Altrettanto facile sarebbe però fingere che il dibattito non esista. Woman Unknown è un film dalla regia solidissima e dalla grande interpretazione di Mathilde Arcel, premiata non a caso con la Coppa Volpi. Che poi fosse davvero il miglior film di Venezia 83 è una domanda alla quale ognuno potrà rispondere diversamente. Ma forse è persino positivo che un Leone d’Oro riesca ancora ad aprire una discussione invece di chiuderla.

L’arte è anche politica? La politica può essere arte?

NAZA Venezia 83 NonSoloFilm.it

La bandiera palestinese non sventolava tra quelle sulla facciata del Palazzo del Cinema, ma la Palestina a Venezia 83 è entrata comunque. E lo ha fatto passando dalla porta più importante: quella della sala. NAZA di Yuval Abraham e Rachel Szor è stato uno degli eventi cinematografici e politici della Mostra, un documentario durissimo sui sistemi utilizzati dall’esercito israeliano nelle operazioni a Gaza, accolto da una lunghissima ovazione – circa ventiquattro minuti – e infine premiato con il Premio Speciale della Giuria. Un riconoscimento che assume inevitabilmente un peso ulteriore pensando a quanto il conflitto israelo-palestinese sia entrato nel dibattito cinematografico degli ultimi anni.

Il punto, però, va oltre un singolo premio. L’arte deve essere politica? La politica può diventare arte senza trasformarla in propaganda? Venezia non ha dato una risposta e, fortunatamente, forse non avrebbe nemmeno potuto farlo. Ha fatto qualcosa di più importante: ha permesso alle domande di entrare in sala. Film come NAZA sono necessari proprio perché ci ricordano che il cinema non deve necessariamente offrire risposte, ma può ancora costringerci a guardare ciò da cui preferiremmo distogliere lo sguardo.

Divisa che divide

Serpenti NonSoloFilm.it

Se c’è poi un’immagine che ritorna in maniera quasi ossessiva nel cinema visto al Lido è quella della divisa. Militare, istituzionale, simbolica: un’uniforme che dovrebbe rappresentare ordine e sicurezza e che invece diventa spesso elemento di inquietudine, sopraffazione e violenza.

Succede in Wild Horse Nine, nella sua feroce rilettura dell’apparato della CIA, ma anche in opere italiane come Serpenti e, soprattutto, nel cortometraggio They Are Here. Non è necessariamente un cinema che invita semplicemente a schierarsi “contro” la divisa, quanto piuttosto un cinema che smette di considerarla automaticamente rassicurante. L’autorità viene osservata, messa in discussione, smontata. Chi dovrebbe proteggere può diventare colui dal quale proteggersi; chi rappresenta un’istituzione può finire per rappresentarne anche le contraddizioni. È un tema che ritorna in opere lontanissime tra loro e proprio per questo difficilmente può essere considerato casuale. Il cinema di Venezia 83 sembra non fidarsi più dell’autorità. O, quantomeno, pretende che essa dimostri di meritare quella fiducia.

Venezia 2026. Di fronte al fronte c’è un altro fronte

Mr. Nelson NonSoloFilm.it

La guerra, del resto, è dappertutto. Anche quando non la vediamo direttamente. È sullo sfondo di Woman Unknown, nella Danimarca immediatamente successiva alla Seconda guerra mondiale; è dentro NAZA, dove invece appartiene tragicamente al nostro presente; attraversa Wild Horse Nine, Mr. Nelson, Did You Kill People? e DAU, assumendo ogni volta un volto differente.

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Guerra combattuta, ricordata, rimossa, istituzionalizzata. Guerra come trauma personale e come meccanismo politico. Forse è proprio questa molteplicità di prospettive a raccontare meglio di qualsiasi discorso quanto il tema sia drammaticamente attuale. Il cinema non sembra più raccontare la guerra come qualcosa che appartiene alla Storia, con la maiuscola e al passato, ma come una condizione che continua a infiltrarsi nel presente. Di fronte a ogni fronte sembra essercene sempre un altro, geografico, ideologico o personale. E Venezia 83, consapevolmente o meno, ha finito per costruire attraverso i propri film una sorta di grande mappa delle guerre che ancora combattiamo.

L’Italia s’è desta?

Paolo Strippoli NonSoloFilm

Cinque film italiani su ventuno in Concorso e nessun premio ufficiale. Ritorno a Buenos Aires di Marco Bechis, Il fuoco che ti porti dentro di Edoardo De Angelis, Succederà questa notte di Nanni Moretti, The Echo Chamber di Andrea Pallaoro e L’estranea di Paolo Strippoli sono rimasti fuori dal palmarès principale. A salvare almeno in parte il bilancio ci ha pensato Orizzonti, dove I figli della scimmia di Tommaso Landucci ha conquistato il premio per la sceneggiatura e Riccardo Scamarcio quello per la migliore interpretazione maschile.

Eppure ridurre tutto al numero di statuette sarebbe ingeneroso. Una nota di merito, in particolare, la merita Paolo Strippoli, capace con L’estranea di portare nel Concorso un cinema italiano coraggioso, fresco, popolare e autoriale allo stesso tempo, accolto molto positivamente anche fuori dalla giuria ufficiale: il film ha vinto, tra gli altri, il premio Arca CinemaGiovani come miglior film italiano e il Green Drop Award ex aequo con NAZA. Forse non sarà arrivato il riconoscimento che ci si poteva aspettare, ma se esiste un cinema capace di farci dire che “l’Italia s’è desta”, è proprio quello che prova finalmente a rischiare.

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Venezia 2026. Ancora e per sempre cinema

Martin McDonagh NonSoloFilm.it

Poi rimane tutto il resto. Che, alla fine, è probabilmente la cosa più importante. Rimangono le corse tra una sala e l’altra, le discussioni all’uscita dalle proiezioni, i film amati e quelli detestati, gli applausi interminabili e i silenzi che valgono altrettanto.

Rimane un cinema che c’è, vive e, soprattutto, prolifera. Un cinema che continua a interrogare il presente, a provocare, a sbagliare, a sperimentare e persino a dividere. Venezia 83 ci lascia tanti film grandi, alcuni grandissimi, e la sensazione che nei prossimi mesi molte delle opere viste al Lido continueranno a far parlare di sé quando finalmente incontreranno il pubblico di tutto il mondo.

Ed è forse questo il lascito più importante di una Mostra del Cinema: non stabilire per undici giorni quali siano i film migliori dell’anno, ma permettere a quei film di iniziare il proprio viaggio. Noi abbiamo avuto il privilegio di vederne alcune di queste pietre preziose per primi. Adesso non resta che aspettare che escano dalle sale del Lido e arrivino ovunque. Perché, nonostante tutto, ancora e per sempre, è il cinema ciò che rimane.

Recensione

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