“È scoppiato di colpo l’inferno”, così Ron Kovic, interpretato da Tom Cruise, racconta la guerra in Vietnam, allo stesso modo Oliver Stone realizza una delle pietre miliari del cinema politico americano e mondiale, Nato il quattro luglio.
“Urlavamo come pazzi, sparavamo a qualsiasi cosa”, continua con queste parole Kovic, parole intrise di dolore da cui si percepisce lo strazio sempre vivo per ciò che ha visto. “Io ero disorientato, avevo paura”, parole che spostate di latitudine e longitudine, nel tempo, hanno lo stesso valore.
Oliver Stone, nato il 15 settembre 1946, è un regista scomodo, polemico, un autore che ha una voce, potente, sicura, che raggiunge senza timore, forte e chiara, il pubblico. Sceneggiatore, regista ha a cuore la storia del suo paese, narra ciò che sa, ciò che ha vissuto (tema centrale in molti dei suoi film la guerra in Vietnam: è stato in guerra, ha portato sulla sua pelle i segni). Ha un pensiero e lo scrive, puntando il dito su ciò che gli interessa, studiando, analizzando, scovando fonti per le sue storie. Guerra, politica, danaro, violenza, potere sono solo alcuni dei pilastri attorno a cui si costruisce il suo cinema per ritrarre le ossessioni degli Stati Uniti.
I film di Oliver Stone – La trilogia della guerra

“La mia è anche una storia di fallimenti”, così in un’intervista Oliver Stone parla della sua vita ed è interessante notare come la sua esistenza incarni l’essenza stessa dell’America, capace di grandi successi ma anche si grandi fallimenti, in grado di salire nell’empireo e cadere negli “inferi”.
Accade la stessa cosa all’autore, all’inizio è complesso per lui realizzare il suo primo film da regista, è sceneggiatore per altri, lavora a cortometraggi (Last Year in Viet Nam del 1971 che ha fatto dire a Martin Scorsese, suo maestro, che era nato un regista), nel ’74 esce La regina del male (Seizure), nell ’81 La mano, solo nell’86, dopo aver scritto nell’83 la sceneggiatura di Scarface, arrivano Salvador, opera radicale, cruda e violenta, e Platoon.
Con Platoon – definita dal regista stesso, dal punto di vista produttivo, un’Iliade, piena di battaglie e controversie – non cambia solo la carriera di Stone, ma l’intero modo in cui il cinema americano affronta la ferita del Vietnam. Il film non è una celebrazione dell’eroismo, ma un’immersione fangosa, claustrofobica e dolorosa nella quotidianità della giungla, dove la linea tra bene e male sfuma nell’orrore della sopravvivenza. Stone non guarda gli eventi da una distanza di sicurezza: li restituisce con la ferocia viscerale. Il successo è travolgente, coronato da quattro premi Oscar, tra cui miglior film e miglior regia, e lui diventa una voce imprescindibile del panorama contemporaneo.
Questo trionfo apre la strada a quello che diventerà un vero e proprio trittico sulla memoria bellica. Con Nato il quattro luglio (1989), eccezionale pamphlet antimilitarista, Stone sposta il focus dal fronte al ritorno a casa, mostrando il tradimento delle istituzioni e la dolorosa presa di coscienza del reduce Ron Kovic. Anni dopo, con Tra cielo e terra (1993), chiude il cerchio adottando lo sguardo delle vittime, raccontando il conflitto attraverso gli occhi di una donna vietnamita.
È in questo percorso che si compie la figura di un autore capace di trasformare il trauma personale in storia collettiva, dimostrando che il cinema, prima ancora di intrattenere, ha il dovere morale di interrogare le coscienze.
Il cineasta che racconta la violenza insita nella società

“Questo posto lo odio già. […] Non so neanche cosa sto facendo. […] Sono così stanco. […] Non credo di farcela, credo di aver fatto uno sbaglio a venire”
Così descrive la sua vita sul campo di battaglia Chris Taylor (Charlie Sheen), protagonista di Platoon (1986), film che con intensità porta sullo schermo la storia di cui lo stesso Stone è stato testimone, a diciannove anni quando è andato a insegnare inglese ai bambini di Cholon e due anni dopo da volontario. Taylor è alter ego di Stone, un giovane borghese e idealista che sceglie la linea del fronte sperando di trovare una verità su di sé e sul proprio Paese, per ritrovarsi invece immerso in un incubo morale. Attraverso gli occhi di Taylor, Stone mette in scena la frattura dell’anima americana, divisa e personificata dai due sergenti della compagnia: da una parte l’umanità tormentata di Elias (Willem Dafoe), dall’altra la cieca ed esecrata spietatezza di Barnes (Tom Berenger).
In questo scontro ideale e fisico tra due modi di stare al mondo, la guerra cessa di essere un mero conflitto geografico e diventa un terremoto intimo, una perdita dell’innocenza da cui non è più possibile tornare indietro.
Si evince quanto la società americana sia costruita sulla e con la violenza, uno dei temi cardine della sua filmografia, quasi un’ossessione strutturale. Per Stone la violenza diventa quasi un linguaggio culturale, una matrice genetica che plasma l’identità nazionale. Dalle trincee del Vietnam alle dinamiche predatorie della finanza in Wall Street (1987), dai delitti politici di JFK al delirio mediatico di Assassini nati – Natural Born Killers il suo cinema è cassa di risonanza di tutte le storture, le ferite, i buchi neri delal sua nazione.
Oliver Stone: il demiurgo della rabbia, costruisce e crea

Non importa che firmi l’opera solo come sceneggiatore, solo come regista, o in entrambi i ruoli: Stone non accetta compromessi. A muovere il racconto sono la ricerca ossessiva e spietata della verità, la smania di scavare per portare a galla le storie più interessanti, e la rabbia che diventa motore della creazione.
Negli anni Novanta, l’indagine si radicalizza, trasformandosi in una vera e propria sfida formale. Con Assassini nati – Natural Born Killers (1994), Stone firma una delle sue opere più controverse e profetiche. Attraverso la vicenda sanguinaria di Mickey e Mallory Knox, il regista non si limita a raccontare la brutalità di due serial killer, ma punta il dito contro il vero carnefice: il sistema mediatico. Tra montaggi frenetici, cambi continui di supporto visivo e un’estetica da videoclip allucinatorio, la violenza diventa spettacolo televisivo, merce da consumo, intrattenimento per le masse.
La trilogia presidenziale, il racconto del potere e delle fragilità di chi lo detiene

La sua ossessione per i meccanismi del potere e della verità storica si traduce nella fondamentale “trilogia presidenziale” composta da JFK – Un caso ancora aperto (1991), Nixon (1995) e W. (2008). In JFK, in particolare, Stone costruisce un maestoso thriller politico che smantella la versione ufficiale sull’omicidio di John F. Kennedy, mostrando come il trauma collettivo di una nazione sia stato archiviato a colpi di omissioni e bugie di Stato.
Con Nixon, il regista si spinge oltre la semplice condanna di uno dei presidenti più controversi della storia moderna: affida ad Anthony Hopkins il compito di dare corpo e voce a una figura tragica, shakespeariana, un uomo divorato dalla propria paranoia e dalle contraddizioni di un sistema che lo ha portato prima al trionfo e poi all’inevitabile caduta per il Watergate.
Infine, con W., resoconto della disastrosa presidenza di George Bush junior, in bilico tra racconto cronachistico e tagliente satira, Stone completa l’opera posando uno sguardo solo apparentemente più distaccato, ma sottilmente satirico, su George W. Bush (Josh Brolin). Qui la critica si concentra sul connubio fatale tra ambizione personale, retorica religiosa e complessi d’inferiorità familiari, gli stessi fattori che hanno spinto l’America nella sanguinosa ed evitabile guerra in Iraq.
Attraverso questi tre ritratti di leader imperfetti e ossessionati, Stone dimostra come la storia con la “S” maiuscola sia tragicamente plasmata dalle debolezze private di chi detiene il potere.
Nello stesso solco si inserisce anche World Trade Center (2006), opera in cui la riflessione sulle grandi ferite nazionali abbandona le stanze del potere per immergersi nell’inferno: l’11 settembre. Stone sceglie di raccontare l’apocalisse delle Torri Gemelle attraverso la prospettiva claustrofobica di due agenti della polizia portuale (Nicolas Cage e Michael Peña) rimasti intrappolati sotto le macerie. Eliminando la retorica geopolitica, il regista trasforma la tragedia collettiva in un dramma umano sulla resistenza, la paura e la fragilità, dimostrando ancora una volta come il suo cinema sappia farsi specchio immediato dei momenti di snodo che hanno ridefinito la psiche e la storia degli Stati Uniti.
Oliver Stone: il documentario

L’esigenza di verità travalica la finzione scenica, la sua fame di racconto non si esaurisce mai e infatti in questi anni ha lavorato anche a vari documentari, in cui il suo bisogno di verità raggiunge l’apice.
Con la stessa irriverenza con cui sfida Hollywood, l’autore imbraccia la macchina da presa e si fa documentarista sul campo, cercando il confronto diretto con i protagonisti della politica globale. È il caso di Comandante (2003) e del suo ideale seguito Looking for Fidel (2004), nei quali Stone dopo giorni di contatto lungo, ravvicinato e non privo di tensioni compone un ritratto intenso di Fidel Castro. E ancora procede nel viaggio geopolitico con A sud del confine (South of the Border, 2009), dove analizza i mutamenti sociali e la svolta a sinistra dell’America Latina attraverso gli incontri con figure centrali come Hugo Chávez, Evo Morales e Lula da Silva. Che si tratti di inchiesta dal vivo o di cinema di finzione, l’obiettivo del regista rimane immutato: mettere in discussione il pensiero dominante e scardinare l’egemonia del punto di vista occidentale.
Il narratore “spietato” dell’America dagli anni 50 a oggi

Oliver Stone scrive il romanzo dell’America dagli anni ’50 a oggi, il ritratto dell’american dream che a poco a poco si distrugge, andando in cenere, mostra uomini che sognano di salvare la patria ma poi sul campo, e forse non solo, si rendono conto che, parafrasando Platoon, il nemico non è l’altro, ma è insito in loro stessi. Tornano a casa in pezzi, slabbrati, spaventati e decentrati.
Stone non ha paura di dire anche ciò che all’opinione pubblica fa paura, scardina i grandi stilemi della società americana, andando contro ai giornalisti, ai media, ai servizi segreti. Si tratta di un autore dissonante, una coscienza critica irrequieta che ha preteso dal cinema qualcosa in più del semplice intrattenimento: il coraggio di scavare nelle ferite aperte di una nazione per mostrare ciò che si preferirebbe tenere nascosto.
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