Un giorno senza donne: recensione del film di Pamela Hogan

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“Oso, voglio, posso”, è il motto emblema di Un giorno senza donne, nonché spina dorsale di un movimento femminile e femminista che negli anni ’70 è stato capace di cambiare una piccola parte di mondo, innescando una Rivoluzione semplice, pacifica, concreta, geniale.
Il film documentario di Pamela Hogan racconta una pagina di Storia finora quasi sconosciuta e lo fa con ironia e linearità, facendoci cascare dentro ogni verbo in grado di tramutarsi in azione e facendoci comprendere che le cose possono e devono cambiare ma, soprattutto, che la strada da percorrere è ancora lunga!

Un giorno senza donne, al cinema dal 10 settembre 2026 con Trent Film, racconta una giornata destinata a diventare epocale: il 24 ottobre 1975 il 90% delle donne islandesi decise di fermarsi totalmente per un giorno intero e di scendere nelle piazze. Erano donne diverse tra loro sotto il profilo lavorativo, sociale e chiaramente politico, ma volevano tutte la stessa cosa: essere pagate tanto quanto gli uomini, avere gli stessi diritti e la stessa libertà di sognare, svagarsi, vivere.
Fermarsi, quel giorno, significava smettere di lavorare, cucinare, occuparsi dei figli. Un problema non indifferente, in un sistema in cui fabbriche, scuole, negozi, uffici si reggevano perlopiù sul lavoro femminile (sottopagato o non retribuito). Per non parlare dei mariti, costretti, probabilmente per la prima volta in vita loro, a cucinare, lavare i piatti, badare ai figli.

Un Paese intero, l’Islanda, tenuto letteralmente in ostaggio dalle donne. Come se la sarebbero cavata tutti quegli uomini – colleghi, capi, mariti – senza di loro in quel mondo così patriarcale e retrogrado?

Un giorno senza donne: un documentario ironico ed esemplare, con la musica di Björk

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Il documentario inizia con immagini in cui la maestosità dell’Islanda è posta in rilievo, intersecata da figure di donne intente a narrare ciò che hanno vissuto; così le immagini prorompenti dei ghiacciai e dei vulcani vengono irrorate dalle testimonianze di chi ha innescato e fatto di tutto affinché avvenisse un cambiamento sociale. E quel contrasto lapalissiano del Paese, non a caso definito “Terra del ghiaccio e del fuoco” emerge con tutta la sua forza in ogni dettaglio della narrazione, come pretesto naturale atto a rinforzare il concetto di lotta e di rottura col passato, ma anche di diversità (personale) che diviene punto di forza.

Le tante donne protagoniste di questa pacifica rivoluzione raccontano la propria testimonianza e lo fanno con carattere, ironia, sensibilità. Lo fanno senza quel senso di ribellione cruenta che accompagna le grandi lotte, eppure trasudano una forza di volontà d’acciaio, una rettitudine grata e un approccio pacifico che non pretende di colmare le differenze infliggendole all’altro sesso, bensì di uniformare i diritti e i doveri a cui sono tenuti tutti gli esseri umani, a prescindere dal loro genere di appartenenza.

C’è positività, nelle loro testimonianze. Emerge, soprattutto, il rispetto dell’altro, quel movente che induce a battersi per la libertà affinché sia di tutti, senza vincoli di omologazione. E quindi non importa se la donna in questione sia una casalinga, un’impiegata, una giornalista, né che sia di destra o di sinistra. Quella donna può anche continuare a lustrare le scarpe del marito ogni mattina, finire la giornata esausta dopo aver cucinato per tutti e cucito vestiti per ogni membro della famiglia, ma quella donna può e deve avere anche il diritto di dire “no” e il dovere di costringere chi vive al suo fianco a vedere in faccia la realtà del suo quotidiano.

Un giorno senza donne è un manuale d’istruzioni per resistere al patriarcato

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La macchina da presa della Hogan si fa portavoce di una storia incredibilmente mai narrata e che nel 2018 ha ispirato scioperi femminili analoghi in Spagna, Svizzera, Polonia.

Un giorno senza donne mette insieme, oltre alle testimonianze, filmati e foto d’archivio capaci di ricostruire la cornice di quel periodo, ovvero la condizione della donna e il cambiamento a cui andava incontro la società degli anni ’70 con l’avvento del progresso, e di farci calare nella percezione di chi era costretta a vivere con le mani legate a un’abitudine sociale decisamente mal calibrata.
Pamela Hogan cesella ogni parola estrapolata dalla bocca di queste eroine, mette insieme frame come se fossero parti di un puzzle e ciò che ci consegna non è solo un documentario, ma un manuale di lotta contro le ingiustizie, un foglio d’istruzioni per resistere al patriarcato.

Interessanti e particolarmente suggestive, a tal proposito, le animazioni di Joel Orloff, che rendono concreti anche i pensieri più astratti. Basti pensare, per esempio, alla scena in cui la figura di una donna viene completamente sommersa da un ingombrante abito da sposa o, ancora, quella in cui i sogni di un’altra di divenire capitano di una nave, vengono cancellati dalle onde e dal vento. E poi ci sono, sempre nelle animazioni di Joel Orloff, scale infinite per arrivare alle orecchie dei capi, che sono sempre maschi, che sono sempre sordi e lontani.

E poi c’è la musica, ovviamente, quella della protesta e quella di Björk, che torna a scrivere per il cinema dopo 25 anni.

Coraggio, solidarietà e collettività

“Prima ti ignorano, poi ti deridono, poi ti combattono e alla fine vinci”. La forza di Un giorno senza donne è tutta nella verità, custodita nelle storie e nelle risate di chi ha voluto e vissuto il cambiamento – e tra queste voci vi è quella di Vigdís Finnbogadóttir, che pochi anni dopo quella storica giornata sarebbe diventata la prima donna al mondo eletta democraticamente capo di Stato, assumendo nel 1980 la Presidenza dell’Islanda.
Queste donne, tutte ormai di una certa età, rimembrano la loro vita da giovani adulte, aprono allo spettatore la porta dei loro pensieri, delle loro sensazioni, del loro vissuto. Lo fanno ridendo delle debolezze degli uomini e continuando ad amarli; come dice una delle intervistate: Amavamo i nostri maschietti maschilisti, volevamo solo cambiarli un po’!”.

Un film che porta addosso tutto il potere della collettività e che, pur facendo riferimento a un periodo storico ben preciso, funge da cruna attraverso cui passa il filo grigio di tutte le epoche passate e presenti. Chi era la donna? Chi è oggi e chi sarà domani? Nella certezza che molto sia cambiato, si scorge la consapevolezza che molto ci sia ancora da cambiare.

La mente viaggia verso opere teatrali provocatorie, come Lisistrata (411 a.C.) e Le donne al parlamento (392-391 a.C.), entrambe di Aristofane. È bello pensare che, nel caso di Un giorno senza donne, sia tutto vero e documentato e che questa sola giornata contribuì a fare dell’Islanda il miglior Paese al mondo per la condizione femminile.

Tutti gli altri Paesi, invece? Fino a quando sarà ancora normale essere pagate meno, lavorare di più, mettersi da parte, sostenere il peso psicologico di una famiglia intera, morire per una gonna corta, un no detto al momento sbagliato? La lista dei perché è lunga e ci piacerebbe scriverla solo per poi cancellarla, per poi depositarla nella lista del “non accade più”.

Il film della Hogan ci racconta una storia di coraggio, solidarietà e collettività e lo fa col sorriso sulle labbra. Un giorno senza donne racconta e non dà ordini, perché mostrare è il miglior modo per destabilizzare le coscienze e indurle alla rivoluzione: pacifica, necessaria, che sia maschile e femminile, affinché nessuno soverchi l’altro, ma tutti si rispettino l’un l’altra.

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Recensione

Regia3,5
Sceneggiatura4
Fotografia3,5
Sonoro3,5
Emozione4,5
Media finale
3,8/5
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