Come si filma un pensiero? Come si filma una figura che ha costruito un modo di pensare, una figura simbolo? Francesca Archibugi si confronta con questo enigma nel film presentato a Venezia, Carla Lonzi – Dentro e fuori dal mondo, in sala il 26, 27 e 28 ottobre 2026 – dopo essere stato presentato in anteprima all’83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, nella sezione Giornate degli Autori (Eventi speciali) -, evitando il mero didascalismo.
Il film si regge su un delicato e teso equilibrio di montaggio. Ci sono da una parte materiali d’archivio, registrazioni sonore, frammenti di un’intimità scorticata e lucida, dall’altra la coralità delle testimonianze. Emerge un ritratto stratificato in cui l’archivio serve a riattivarne la potenza e la forza, dimostrando quanto l’ombra e la radicalità di Carla Lonzi abitino ancora, inquietanti e necessarie, il nostro presente. Più che una biografia filmica, il documentario è un corpo a corpo con una voce che continua a risultare scandalosamente libera.
Carlo Lonzi – Dentro e fuori dal mondo: il racconto di una figura centrale

“[…] Mentre lei moriva leggevo il suo Taci anzi parla, diario di una femminista. Mi ha preso il cervello e me l’ha rovesciato come il famoso calzino. Ma già da prima, le lunghe telefonate che ci facevamo – da quando era stata operata al viso non si voleva più mostrare – mi sono rimaste impresse parola per parola, dialogo per dialogo, fino a ora. Mi spiegava un po’ di cose sul sesso, senza imbarazzo e senza voyeurismo. Era l’autrice di La donna clitoridea e la donna vaginale. La sessualità l’aveva messa al centro della rivoluzione dei ruoli, una prospettiva con la quale guarderebbe anche all’oggi. Non assomigliava certo a una suocera, ma alla più fantastica delle amiche adulte. La sua amicizia è stata come un regalo per il mio diciottesimo compleanno e l’entrata nella vita adulta. Solo che se ne è andata troppo presto. […] Spero che la mia visione famigliare renda il film più emotivo, di essere riuscita a trovare l’equilibrio fra il riserbo e lo slancio affettivo. Vorrei far dialogare i pensieri contemporanei con Carla come se fosse ancora qui, e vedere se facendo attenzione, io possa sentire ancora la sua voce. E se riuscissi a farla sentire a tutti, anche a chi non c’era, a chi non l’ha conosciuta, a chi non la conosce ancora”
Così Archibugi parla di quanto sia stata importante per lei Lonzi, non solo autrice di alcuni dei libri più importanti del femminismo: Taci, anzi parla, Sputiamo su Hegel e La donna clitoridea e la donna vaginale, ma anche donna-amica che ha incontrato perché madre di Battista Lena, suo compagno di classe e poi marito. Lonzi è una figura gigantesca. Una figura centrale del femminismo italiano di seconda ondata, una libera pensatrice, un’attivista, saggista, critica d’arte ed editrice italiana, teorica dell’autocoscienza, fondatrice di Rivolta Femminile, insieme a Carla Accardi ed Elvira Banotti, punto di riferimento di artisti e pensatori. La regista racconta attraverso il suo documentario Lonzi, portandola al centro di un lavoro profondo, intenso e necessario. Archibugi sceglie di non piegare la figura di Lonzi alla rassicurante linearità del biopic celebrativo, bensì indaga la tensione costante tra il “dentro” e il “fuori” del titolo. Da un lato l’immersione nel cuore pulsante della critica d’arte e delle battaglie che hanno ridefinito il femminismo italiano degli anni Settanta (la fondazione di Rivolta Femminile, il rifiuto dei ruoli precostituiti, la pratica dell’autocoscienza); dall’altro la vertigine dell’esclusione volontaria, il distacco intransigente dai meccanismi del potere culturale.
Ogni immagine, ogni parola, ogni ricordo costruisce un quadro stratificato di una persona che ha scritto/detto/costruito. Il pubblico entra in contatto con una parola diretta, assertiva, colta, volontariamente provocatoria e generatrice di domande.
Carla Lonzi – Dentro e fuori dal mondo: tra materiale d’archivio, voci, ricordi, si costruisce un documentario che mostra “dentro” e “fuori” dal mondo di Lonzi

Voglio essere/nella Storia/e voglio essere/assente dalla Storia./Voglio essere riconosciuta/e voglio l’onore/di non esserlo.
(Carla Lonzi, Taci, anzi parla)
A sorreggere l’impianto del documentario è un meticoloso lavoro di scavo sui materiali d’archivio — le voci, le pagine di diario, i documenti di una vita spesa a interrogare le radici del patriarcato —, che non vengono mai trattati come inerti reperti da museo, ma restituiti alla loro vibrazione originaria. La voce di Carla, roca e inconfondibile, attraversa il tessuto filmico facendosi corpo parlante e presenza ingombrante. Intorno a essa si muove una coralità di sguardi e testimonianze che rifuggono l’agiografia acritica: Archibugi ha il merito di non edulcorare le asperità, le spigolosità e le solitudini di una pensatrice che ha fatto del dissenso il proprio alfabeto esistenziale.
“Il soggetto non cerca quello di cui ha bisogno, ma lo fa esistere”
Il suo pensiero esonda, prorompe, fino ad arrivare all’oggi e Archibugi inserisce anche una delle rarissime testimonianze filmate di un’esperienza di autocoscienza, mostrata e discussa durante un incontro con Maria Luisa Boccia a Lucha y Siesta.
Il femminismo, ovvero “lo sbocco”

L’esperienza come critica d’arte le permette inoltre di far emergere la centralità della questione del riconoscimento tra artista e critico-spettatore e, in particolare, la mancata reciprocità nel rapporto con gli artisti: prendendo a modello la dialettica servo-padrone, Lonzi si rende conto che il suo ruolo, in quanto critica-spettatrice, è sempre stato quello di dare riconoscimento agli artisti senza però essere mai riconosciuta. Le donne dovevano smettere di fare arte perché la loro voce non si poteva stagliare su quella degli uomini. “Aveva ragione e aveva torto”, commenta nella distanza del tempo e della Storia Silvia Giambrone, artista. In questo caso, come in politica, il pensiero di Lonzi distrugge e ricostruisce, smonta e rimonta.
Lonzi abbandona definitivamente la critica d’arte e si apre al femminismo, passaggio accelerato tra l’altro dalla presa di coscienza di una sovrapposizione fondamentale tra il rapporto artista-spettatore e quello uomo-donna.
“La donna non va definita in rapporto all’uomo. Su questa coscienza si fondano tanto la nostra quanto la vostra libertà”
Lei ha dato vita all’“imprevisto nella storia”, ha iniziato a “cambiare di prospettiva”, ha fatto qualcosa di pericoloso, ha, come dice il suo testo-manifesto, sputato su Hegel. Parla dell’uomo e della donna, del rapporto tra i generi, della sessualità, parla della stanza tutta per sé che la donna deve costruirsi per essere, vivere, ritrovare il proprio spazio.
Accanto alla figura pubblica, considerata così intransigente, si racconta anche la figura privata, affascinante e contraddittoria. La dolcezza e la fragilità esistenziale, la dipendenza dal compagno, cioè dall’uomo, il suo legame complesso con la maternità, il doloroso rapporto con le altre donne, nello sbudellamento collettivo che è stata la pratica dell’autocoscienza.
Carla Lonzi – dentro e fuori dal mondo: un documentario intenso tra il pubblico e il privato

Per Carla Lonzi il personale diventa sempre pubblico, dice il fratello Vittorio commentando, anche lui a distanza, il saggio La donna clitoridea e la donna vaginale. “È come se ignorasse i pericoli”, dice un’altra amica a proposito di un altro testo seminale, Sputiamo su Hegel, e questa è forse la frase che la mette a fuoco meglio di tutte. Carla Lonzi – Dentro e fuori dal mondo è un documentario intenso in cui ogni frase, ogni parola, ogni testimonianza sono necessarie per costruire il racconto, il pensiero di un’attivista, critica, femminista fondamentale ancora. L’opera nasce dall’educazione sentimentale e intellettuale, dal desiderio di ritrovare una voce che per la regista non era mai appartenuta soltanto ai libri ma che Archibugi aveva conosciuto per davvero.
C’è una radicalità irriducibile in questo documentario, specchio fedele della donna che porta al centro. Archibugi evita la tentazione di chiudere Carla Lonzi dentro la teca dorata della storia letteraria o politica: sceglie invece di lasciarla libera di interrogarci ancora. Il suo “fuori dal mondo” non è un esilio nostalgico, ma un avamposto da cui continuare a smontare le nostre certezze. E forse, oggi più che mai, abbiamo disperatamente bisogno di riascoltare quella voce.





