Sense and Sensibility, titolo originale di Ragione e Sentimento, è il primo romanzo che Jane Austen pubblicò. La prima edizione venne stampata il 30 ottobre 1811, esattamente 215 anni fa, e circolò in forma anonima: il testo risultava infatti scritto “by a Lady”, ovvero “da una signora”, senza ulteriori dettagli. Austen pagò all’editore, Thomas Egerton, i costi di produzione: non si trattò di un’autopubblicazione nel senso contemporaneo del termine, ma di qualcosa di molto simile. Jane Austen scelse dunque di puntare, senza garanzie, sul suo talento e dovette guadagnarsi sul campo il rispetto che lettrici e lettori le avrebbero confermato con i romanzi a seguire e che ancora oggi, a più di due secoli di distanza, le osservano.
Ragione e Sentimento: dal libro al film
Già nel 1795 Austen, diciannovenne, aveva iniziato a lavorare al progetto: allora s’intitolava Elinor e Marianne ed aveva la forma, poi abbandonata, di un romanzo epistolare. Il primo titolo riuniva i nomi delle due protagoniste, due sorelle poco meno che ventenni rimaste orfane di padre e costrette ad andarsene dalla casa in cui sono cresciute perché il fratello maggiore, figlio di primo letto del genitore defunto, ha ereditato la proprietà e, con essa, il diritto a disporne nel modo che a lui – e all’algida moglie – più piace.
Nella seconda versione del romanzo, Austen decise quindi di sostituire Elinor con “sense” – “sensatezza”, in italiano tradotto con “ragione” – e Marianne con “sensibility” – “sensibilità”, vale a dire capacità di sentire, in italiano tradotto con “sentimento”–: la maggiore delle sue sorella diventa incarnazione di una qualità, mentre la minore di quella apparentemente opposta.
Ragione e Sentimento non è però un romanzo a tesi né tantomeno dilemmatico: che ponga la domanda su quale strategia sia meglio usare in amore – la consideratezza o la sconsideratezza, la riflessività o l’impulsività? – non trova riscontri nel testo. Non è neanche un romanzo che contrapponga due epoche storiche, con i loro rispettivi feticci: l’Illuminismo razionalista e il Romanticismo sentimentalista. In questo titolo, e poi anche nel romanzo, c’è una dicotomia, o meglio una duplicità, che appartiene a ciascuna delle due sorelle, Elinor e Marianne, ma che nessuna delle due sorelle riesce ad esprimere in prima battuta.
Elinor è compressa e l’educazione le fornisce un alibi: la civiltà è il suo appiglio per difendersi dallo scorno del rifiuto; Marianne, al contrario, è dispiegata in eccesso, precipitosa nella rivelazione delle sue emozioni. Anche lei si difende, pur sembrando fare il contrario: se mostra subito ciò che prova, se asseconda impetuosamente la scintilla e ne fa incendio, si ‘assicura’, almeno immaginariamente, la relazione. Una relazione che non ha, però, né tempo né modo di stabilirsi. Entrambe sono immature: Ragione e Sentimento è, in fondo, un romanzo di formazione. C’è un ulteriore livello di profondità che questo accoppiamento di sostantivi – “sense” e “sensibility”, di nuovo loro, di cui l’italiano, traducendoli, purtroppo appiattisce l’allitterazione – potrebbe sbloccare, ed è quello rispetto al rapporto tra il senso e la percettività: quello che si sente spesso lo si sottointerpreta, fino a raffreddarlo, come nel caso di Elinor, oppure lo si sovrainterpreta, fino a farne significato univoco, come nel caso di Marianne.
Sono due eccessi contrari, ed è quindi sbagliato contrapporre la moderazione di Elinor alla smodatezza di Marianne: entrambe sperimentano la delusione – l’uomo amato che sceglie un’altra – perché si difendono troppo o troppo poco dal loro desiderio.
Ragione e sentimento (2026): un adattamento che, al di là della resa fotografica, non fa del testo di partenza un’opera contemporanea

L’adattamento di Georgia Oakley, regista britannica al suo secondo lungometraggio, coglie qualcosa di quanto il romanzo, che sia in modo latente o espresso tra le righe, contiene, ma non sembra voler andare fino in fondo alla sua intuizione né sembra volerla radicalizzare o ramificare mediante la traduzione filmica che allestisce. È il problema su cui si inceppano gran parte delle riscritture austeniane. Restano spesso a mezz’aria. Oakley e il reparto degli sceneggiatori riscrivono parzialmente il plot: l’attrazione reciproca tra Elinor ed Edward Ferrars è meno sottintesa; le ragioni per cui Edward non scioglie il fidanzamento con Lucy Steele sono diverse da quelle riferite nel romanzo; Willoughby ha sedotto, in passato, la donna amata dal colonnello Brandon e non la figlia di questa; il duello tra Willoughby e Brandon viene valorizzato in senso ‘spettacolare’ nel film, laddove nel romanzo è un fatto tra gli altri; la fine del film anticipa la fine del libro in nome, ci sembra, della volontà di concentrare l’attenzione sul rapporto tra le due sorelle piuttosto che sui loro diversi happy ending sentimentali.
Si tratta tuttavia di operazioni microchirurgiche che avviliscono, più di quanto esaltino il romanzo. Ci troviamo pertanto di fronte a una trasposizione decorosa, a tratti anche godibile, dell’opera, ma viene da chiedersi che cosa aggiunga a quelle che già sono state realizzate e in generale alla comprensione e alla contemporaneizzazione della poetica austeniana. Perché un’autrice di cui è riconosciuta universalmente la caratura non merita qualcosa di più che un restyling superficiale, di una spettinata veloce – alle chiome delle due sorelle protagoniste, e a poco altro – senza alcuna scapestratezza sostanziale?
Il cast di Ragione e Sentimento

Il cast è ben scelto, soprattutto versante maschile. George MacKay ha il physique du rôle raffinato per incarnare la compostezza di Ferrars, apparentemente un ‘inetto’ letterario pre-novecentesco, in realtà un Millennial in anticipo di ben due secoli: oppresso da una ‘ipermadre’ ingombrante ed esigente – leggasi pretenziosa –, senza ambizioni chiare e tuttavia determinato a condurre a termini propri la vita che gli è dato vivere, alla ricerca di una felicità liberata dalle condizioni imposte dalla famiglia, dalla sua venefica contaminazione. È un personaggio interessante, Ferrars, se solo si avesse la pazienza, e l’attenzione, di guardarlo davvero.
Le attrici scelte per interpretare le due sorelle protagoniste di Ragione e Sentimento, Daisy Edgar-Jones e Esmé Creed-Miles, fillerate nelle labbra e nella recitazione, sacrificano invece la naturalezza a un’enfasi incomprensibile, non giustificata dalle esigenze del testo né dallo spirito del film. Sebbene, in effetti, di sterzate satiriche il film è pieno e di evasioni eccentriche, sopra le righe, altrettanto ve ne sono parecchie. Anche questo è conseguenza di un fraintendimento fondamentale delle intenzioni di Jane Austen, un’autrice che, attraverso la voce narrante a cui delega l’istanza del racconto, si pone certamente al di sopra dei suoi personaggi, ma mai in modo tanto banalmente sprezzante.
Jane Austen non è né Elinor né Marianne, come non è nessuno dei suoi personaggi, ma neanche è una burattinaia che dalle loro vicende trae divertimento: lei semplicemente confida che la vita restituisca alle sue protagoniste ciò che è stato loro tolto, perché in fondo entrambe sono sì ingenue, ma anche fedeli a loro stesse, fuori dalla logica opportunistica che regola i comportamenti di molte altre donne che eroine dei suoi romanzi non potrebbero mai diventarlo.





