Godzilla Minus Zero è o non è un sequel più riuscito dell’originale – relativamente parlando, era il 37° film del franchise – lo straordinario Godzilla Minus One, Oscar 2024 agli Effetti Speciali? Hanno tutti ragione; si intende, a preferire l’uno o l’altro.
Il film, diretto da Takashi Yamazaki che l’ha anche scritto e curato negli effetti speciali, replica la formula azione – psicologia – buona scrittura del primo e, per non farsi mancar nulla, alza la posta in gioco aumentando il rumore. Dove non arriva il rumore, c’è l’emozione. Ora, Godzilla Minus Zero è uno dei pezzi forti dell’autunno 2026 – in inverno sarà la volta di Dune e degli Avengers – perché salda al cinema catastrofico un sincero interesse per la verità emotiva dei personaggi.
Resta in genere ai margini in questo tipo di storie, il fattore umano, sacrificato sull’altare della spettacolarità e di una cinica fame di profitti. A Takashi Yamazaki piace fare le cose in maniera più articolata, per fortuna. Ha ragione chi sostiene – è la tesi di questa recensione – che la miscela dello splendido e riuscito Godzilla Minus Zero sia poco al di sotto dello standard del primo film, ma è difficile contestare chi vede nel secondo una sfida più complessa e una risposta più efficace.
Godzilla Minus Zero non è solo la storia di una creatura spaventosa, ma anche degli umani intorno

Il tempo di Godzilla Minus Zero è due anni dopo gli eventi del primo film, nel 1949. Se è vero che sin dai tempi dall’originale, l’epico capostipite, il capolavoro del 1954 firmato Ishirō Honda, Godzilla è il frutto avvelenato dell’era atomica, la decisione di Takashi Yamazaki di situare i film nelle immediate vicinanze della Seconda Guerra Mondiale contestualizza il franchise e bilancia i rapporti di forza: dà più spessore agli umani senza svilire il mostro, irrobustendo le psicologie collettive e individuali. Godzilla Minus One era un esame abbastanza accurato, per gli standard del cinema apocalittico, della traumatica eredità della guerra. Nonostante lo spettacolo e il gran rumore, raccontava la sopravvivenza in termini essenzialmente intimisti – per combattere Godzilla, bisogna ritrovare la voglia di vivere che la guerra ha spazzato via – e Godzilla Minus Zero gli va dietro, limitandosi, si fa per dire, ad aggiornare la miscela. Non è più solo una questione di sopravvivenza, ormai, ma di perseveranza.
Takashi Yamazaki ha capito che al film non basta un solo protagonista. Godzilla è un’enorme lucertola votata alla distruzione generalizzata e una proiezione di paure più o meno radicate nel nostro presente. È, allo stesso tempo, puro spettacolo e un simbolo impareggiabile. Un film funziona se l’azione, il delirio visivo e il rumore poggiano su basi credibili, integre, emotivamente soddisfacenti; Godzilla non può far paura senza l’umanità atterrita intorno. Il monito correttamente rivolto a tanto cinema spettacolare è di soffocare la verità umana delle sue storie in favore dell’azione caotica e fine a sé stessa. La forza del cinema di Takashi Yamazaki è il costante, ossessivo bilanciamento dei due fattori: l’umano e il mostruoso.
E verità umana, per Godzilla Minus Zero, non significa tridimensionalità delle caratterizzazioni sul livello di un convenzionale dramma psicologico; con questo riferimento in testa, i personaggi del film finiranno sempre per apparirci schematici e superficiali. La verità di psicologie e intenzioni dei protagonisti vanno calibrate alle possibilità di questo tipo di cinema, e cercate nella limpidezza dei sentimenti che ne guidano le scelte in mezzo all’azione sfrenata e alla distruzione apocalittica. In questo senso, Godzilla Minus Zero è una riuscita, credibile allegoria apocalittica.
Azione, intelligenza, sentimento: un sequel leggermente meno riuscito del predecessore, ma molto efficace

Due anni dopo, Kōichi Shikishima (Ryunosuke Kamiki), Noriko (Yuki Yamada) – valorizzata, e molto, dal sequel – e la piccola Akiko (Sae Nagatani) sono ancora una famiglia. È il 1949, e sembra il tempo di una quieta ricostruzione. Kenji Noda (Hidetaka Yoshioka), la mente della team che ha sconfitto Godzilla nel 1947, non condivide l’ottimismo generalizzato e ha ragione da vendere, mentre imbarca nel suo gruppo una new entry che si rivelerà preziosa, la meteorologa Makoto Aoyama (Masami Nagasawa). Dire di più, non si può.
Rispetto al primo film, Godzilla Minus Zero ridimensiona un po’ il debito di riconoscenza all’universo cinematografico spielberghiano – dopotutto, è la storia di genitori e figli su fondo spettacolare e virato al fantastico – per ritornare in un ambito di più stretta osservanza delle regole del filone kaijū, la corrente cinematografica che prende il nome dall’espressione giapponese che descrive le creature. Godzilla Minus Zero è una fantasia catastrofica che riconduce la lotta per la sopravvivenza del primo film su un piano più complesso e moralmente ambiguo. Da un lato, celebra l’elogio della perseveranza, dell’ostinata volontà a lavorare insieme, accantonando le divergenze per fare squadra – un guizzo dietro l’altro di creatività – e fronteggiare la minaccia. Dall’altro, torna al nucleo tematico del film del 1954 per riflettere sul concetto di responsabilità, individuale e collettiva.
Godzilla è il tragico, atomico frutto di decisioni umane scellerate. Nella sbrigativa ma realistica morale offerta dal film Takashi Yamazaki, l’encomio va a quelli che capiscono che la partita con la natura si può risolvere solo in un onorevole pareggio, contenendo il mostro e riconoscendo la responsabilità degli errori commessi, senza ambizioni imperialiste o velleità di manipolazione che potrebbero essere più letali dello stesso Godzilla. Questa scomoda – per il cinema commerciale – ammissione di una scomoda verità è servita da un film costruito sulla ritmica, ossessiva e intelligente scansione di azione, riflessione e perfezionamento delle psicologie. Godzilla Minus Zero esprime una spettacolarità calibrata e intelligente – l’azione è leggibile e ha motivazioni psicologiche chiare – e lavora sul sonoro in maniera esplosiva, modellando un’estetica grezza, metallica e molto, molto rumorosa, in sintonia con la storia.
Non ha, rispetto a Godzilla Minus One, la stessa agilità nel mixare azione, scampoli di vita familiare e macrotemi, perché Godzilla Minus Zero interviene su un discorso già stabilito e non ha la freschezza della novità. È un sequel classico, nella misura in cui risponde alla sfida del primo film complicando la narrazione – più voci, più sfide, più problemi da affrontare – e per questo perde un po’ di brio. Sopravvalutarne i limiti sarebbe un errore più grave che illudersi di controllare Godzilla. Takashi Yamazaki lavora con il suo sequel in maniera intelligente e calorosa, sottolineando i punti di forza del primo film e provando a complicare le cose sul piano dei contenuti, dello spettacolo e delle relazioni. Il risultato è un monito a un certo cinema spettacolare contemporaneo, che rifiuta l’originalità d’approccio e il calore umano preferendogli uno spettacolo vuoto e superficialmente rumoroso. Godzilla Minus Zero fa sedere alla stessa tavola azione, riflessione e sentimento. Nella comunicazione a tre che stabilisce trova, non anarchia o un impreciso sguardo sul mondo, ma un reciproco nutrimento.
Godzilla Minus Zero, dopo il passaggio in anteprima a Lucca Comics & Games 2026, arriva nelle sale italiane il 12 novembre per Plaion Pictures.





