It Ends: recensione del film di Alexander Ullom

It Ends NonSoloFilm.it recensione

Ricapitolando. Kane Parsons (Backrooms): 21 anni. Curry Barker (Obsession): 27 anni. Alexander Ullom, che It Ends l’ha scritto, diretto e montato: 28 anni. È difficile stabilire quale sia il miracolo più grande. Se il poter parlare, in tutti e tre i casi, di soggetti originali, compreso Backrooms che nasce da una serie di corti popolarissima su YouTube. O l’incredibile svista del sistema che, dopo aver eluso il primo e più importante comandamento del decalogo – non produrrai niente che non sia la ripetizione di una ripetizione – chiude un occhio persino sul fattore età. Premiando, fate bene attenzione, non la semplice originalità, ma l’originalità giovane.

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Andrebbero aggiunti al carnet horror del 2026, anno che testimonia la buona salute del genere e registra risposte incoraggianti al botteghino, i leggermente più anziani – anni ’80, abbi pietà Generazione Z – Nia DaCosta (28 anni dopo: Il tempio delle ossa) e Zach Cregger (Resident Evil). Non hanno lavorato su progetti originali, loro, ma hanno combinato spettacolarità, intelligenza e un bel lavoro sull’immagine. Ogni film interpreta la vitalità e i margini di libertà creativa concessi dall’horror a modo suo, e in nessun caso è più vero che per It Ends. I protagonisti sono quattro, semisconosciuti e funzionano. Si chiamano Phinehas Yoon, Akira Jackson, Noah Toth e Mitchell Cole.

It Ends: tre ragazzi, una ragazza, una strada e una metafora semplice e efficace

It Ends recensione NonSoloFilm.it

Parlare di It Ends come di un horror in senso stretto è un leggero azzardo. Alexander Ullom non si fa legare le mani dall’aderenza alle convenzioni. L’etichetta appropriata è, forse, horror d’atmosfera, ma va allargata, deformata e anche un po’ tradita. Solo così si spiega la natura di un film che flirta con il genere reinventandoselo, e che ingabbia storia e personaggi dentro una metafora dall’elementare semplicità e risonante dal punto di vista esistenziale. Horror dal simbolismo lievemente accennato ma complesso, aperto a contaminazioni, giovane ma dall’appeal universale? Così va meglio.

I quattro protagonisti di It Ends si chiamano James (Phinehas Yoon), Day (Akira Jackson), Fisher (Noah Toth) e Tyler (Mitchell Cole). Tyler accompagna in macchina gli amici che hanno appena finito gli studi e si avvicinano, con un po’ di paura, all’età adulta e alle sue sfide. È da sottolineare, considerata la generale legnosità delle caratterizzazioni di tanto horror, quanto poco basti Alexander Ullom per dare spessore e un profilo preciso ai quattro: James é intelligente, pedante e represso, Tyler un laconico cavallo pazzo, Fisher emotivo, Day scatenata per nascondere le sue ombre. Convincente è la disinvoltura con cui il film si sbarazza del realismo, trascinando personaggi e spettatore in una metaforica realtà da incubo senza ingolfare il ritmo o perdere un grammo della verità delle psicologie e delle intenzioni.

All’improvviso, senza spiegazioni, i ragazzi corrono lungo una strada nel bosco sempre uguale a sé stessa. Non hanno più fame, né sete, l’appetito sessuale si spegne, lo smartphone non si scarica, neanche a parlarne la benzina (non male). Non c’è modo di uscirne e non bisogna smettere di guidare, figurarsi spegnere la macchina, altrimenti arriva una torma di sconosciuti terrorizzati che implorano di essere portati via. I ragazzi si accapigliano per trovare un senso, ma non è detto che ci sia. Ecco, It Ends è un riuscito, iconoclasta horror esistenziale perché non complica la metafora, conservando intatta la sua purezza e leggibilità. Il piccolo miracolo del film è di essere accessibile nei simboli e aperto a interpretazioni.

La vita, Generazione Z e non solo, riletta come un horror

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Disponibilità all’interpretazione, ma con un limite. L’errore ingenuo, superficialmente indotto dall’età giovane del multiforme autore e del resto del cast, sarebbe di costringere il film in un perimetro generazionale ristretto. It Ends non è un film (solo) sulla Generazione Z, anche se il suo sguardo gli appartiene, come l’esteriorizzazione di un certo tipo di ansia esistenziale. Alexander Ullom si muove in un modo che ricorda da vicino David Robert Mitchell e il cult horror del 2014 It Follows. Quel film lì, però, puntava sull’atmosfera e rivisitava l’horror in termini esistenziali senza ridiscutere il modello, fissando il discorso su un’ottica generazionale – tradurre in male assoluto il passaggio all’età adulta e la presa di coscienza della morte – molto ben situata. It Ends è più malleabile, e più coraggioso nelle libertà che si prende.

Alexander Ullom gioca sull’economia di spazi e fa puro cinema, affidando all’ossessione ritmica del montaggio e a un sobrio lavoro sui formati dell’inquadratura il compito di punteggiare pause e picchi drammatici. Dà spessore psicologico ai protagonisti confidando anche nella ricchezza dei dialoghi – emotivi, pungenti e dolceamari – con un brio e una densità che non appartengono all’horror moderno (e non), generalmente più interessato alla parola scarna, essenziale o a una macabra poesia fiabesca.

Così è: It Ends è un horror minimalista nei mezzi e massimalista negli obiettivi. Usa uno spazio ristretto, una struttura ripetitiva, un numero limitato di attori e una metafora dalla limpida semplicità per raccontare, dallo spalto della Generazione Z ma con voglia di abbracciare tutti, l’ansia, l’ambigua precarietà e il mistero del vivere. La voglia di andare avanti o di mollare, la ricerca di un senso o la resa all’inconcludenza delle risposte.

Il film rilegge la vita in horror rubando al genere un’atmosfera opprimente e la surrealtà dell’incubo posato sulla quotidianità, guardandosi intorno in cerca di alternative: la ricchezza di sfumature del dramma psicologico, la fluidità dell’on the road, la malinconica ironia del racconto di formazione. Tanto il cinema che la vita reale si costruiscono sul movimento, sull’incertezza dei significati, sulla voglia di fare domande e la possibilità che non ci sia una risposta. C’è solo da muoversi, e It Ends si muove. Noi con lui.

It Ends arriva nelle sale italiane il 28 ottobre 2026 per I Wonder Pictures.

Recensione

Regia—4
Sceneggiatura—4
Fotografia—4
Recitazione—4
Sonoro—4
Emozione—4
Media finale
4/5
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