Science of Scare è un progetto che dal 2020 misura l’impatto fisiologico dei film horror sullo spettatore. D’altronde già Carol J. Clover nel fondamentale Men Women and Chain Saws (1992) sosteneva che il genere horror avesse in comune con il porno, la capacità di catalizzare reazioni prettamente fisiche nei propri spettatori. Quindi i tipi di Science of Scare han pensato bene di misurare tali reazioni, attraverso i parametri di frequenza cardiaca, variabilità della frequenza cardiaca e frequenza cardiaca massima, estrapolandoli da un campione di pubblico scelto.

Quello che è emerso quest’anno è peculiare. Resident Evil di Zach Cregger, per esempio, ha il più efficace jump scare mai registrato, mentre Skinamarink – Il risveglio del male di Ball ha la più elevata risposta allo stress.
Ma, ancor più interessanti sono le prime dieci posizioni della classifica. Vediamole insieme!
Al primo posto c’è Sinister (2012, USA. Regia: Scott Derrickson).
Nel suo terzo film Derrickson racconta la storia di Ellison Oswalt, romanziere, che si trasferisce con moglie, figlio e figlia piccola, in una casa che è stata teatro della morte della precedente famiglia residente. A seguito della scoperta di alcuni filmati Super 8, Ellison si rende conto che un’entità demoniaca, Bughuul, possiede i figli più piccoli delle famiglie che occupano la casa, al fine di massacrarne gli abitanti. Derrickson, fra intuizioni metafilmiche, montaggio sperimentale e una certa crudeltà, aggiunge un tassello importante per la sua lunga e dura strada verso l’inferno cinefilo.
Segue Host – Chiamata mortale (2020, UK. Regia: Rob Savage).
Horror pandemico. Un gruppo di ragazzi, nei giorni del lockdown, si incontra regolarmente su Zoom, per rimanere in contatto. Una di loro, Haley, organizza una seduta spiritica online con una medium. Dopo di che un’entità inizia a manifestarsi e a far fuori tutta la compagnia. Il film è interessante perché, messo in scena tutto dal punto di vista delle finestre web, aperte su Zoom dai vari protagonisti. L’horror continua a riflettere sul cinema e su quello che c’è dopo la sua fine. Dai videotapes di Blair Witch a Internet e i social, che diventano finestre da cui il male si può insinuare nella quotidianità.
Al terzo posto Skinamarink – Il risveglio del male (2022, Can. Regia: Kyle Edward Ball).
Ambientato nel 1995, questo mix fra found footage e analog horror mette in scena due bambini intrappolati nella propria abitazione, posseduta da un demone che ne manipola le forme e gli oggetti.
Rigoroso, inquietante e crudele, l’opera prima di Ball ha un incedere da film d’autore e un piglio da cinema sperimentale indipendente. Se si è in cerca di adrenalina e divertimento, è meglio evitare.

Insidious (2010, USA. Regia: James Wan) è al quarto posto!
Josh Lambert si trasferisce con moglie e figli in una nuova casa. Qui il figlio Dalton ha un incidente. Dopo tre mesi di ospedale torna a casa, ma cade in coma. I genitori si rivolgono a una sensitiva, che rivela loro che il piccolo è imprigionato nell’Altrove, una dimensione dove vive un pericoloso demone vermiglio.
Wan si conferma il degno erede di registi come Corman e Castle. Intrattenimento, jump scare, fotografia estetizzante e soldi a palate al box office.
L’evocazione – The Conjuring (2013, USA. Regia: James Wan). Tratto dalla stessa storia da cui nacque la saga di Amityville, il film racconta le vicende dei coniugi Warren, coppia di ricercatori del paranormale, che dovranno affrontare il fantasma di una strega infanticida.
In questa pellicola, compare, per la prima volta, la celebre bambola demoniaca, Annabelle, personaggio che conferma la capacità di Wan di riproporre la tradizione dei pupazzi/icone horror – sono suoi anche il pupazzo del Jigsaw di Saw e la marionetta da ventriloquo di Dead Silence.
Al settimo posto troviamo Hereditary – Le radici del male (2018, USA. Regia: Ari Aster).
Dopo la dipartita della matriarca Ellen Graham, la sua famiglia cerca di elaborare il lutto, ma una serie di incidenti, fra cui la morte della figlia Charlie, portano Annie e il marito a consultare una spiritista. Lentamente viene a galla che Ellen era a capo di una setta, intenta a far reincarnare il demone Paimon.
Ari Aster è uno dei maggiori esponenti di quello che è definito prestige horror o elevated horror e in questo Hereditary, fra richiami alle tradizioni folkloriche più oscure, costruzione dell’immagine essenziale ed elegante, narrazione rigorosa e tematica drammatica, sono già presenti tutti gli elementi del sottogenere.

Smile 2 (2024, USA. Regia: Parker Finn).
La cantante Skye si trova ad affrontare la stessa maledizione del sorriso, che aveva colpito la protagonista del primo capitolo – vedere sotto. Stavolta non c’è il lutto, ma un incidente d’auto e la dipendenza da alcol, a rendere più umana la protagonista.
Parker finn è stato baciato dalla fortuna con il successo di questa saga. Lui ha davvero ottimi motivi per ridere.
Smile (2022, USA. Regia: Parker Finn).
La psichiatra Rose Cotter, vittima di un trauma infantile (la morte della madre) deve affrontare una maledizione che si manifesta attraverso visioni di persone che sorridono in maniera inquietante e che porta al suicidio della vittima.
Fenomeno durato meno di un quarto d’ora, il film ha uno strano appeal, grazie a scelte estetiche di impatto. Per il resto lo spettatore si trova davanti alle solite questioni – lutto, traumi ed entità invisibili. Il sorriso perturbante era già stato usato da Victor Hugo e da Bill Finger, invece, senza scomodare il sovrannaturale.
The Exorcism of Emily Rose (2005, USA. Regia: Scott Derrickson).
Derrickson dirige un legal drama horror, che si concentra sulle processo al prete Richard Moore, accusato di aver causato la morte della studentessa Emily Rose, durnate un esorcismo.
Una premessa interessante per costruire un dibattito fra religione e scienza, che alla fine non porta a niente. Il film inoltre risente dell’estetica cupa e un po’ smorta di certo horror dei primi anni duemila. Peccato.
Talk To Me (2022, Australia. Regia: Danny e Michael Philippou).
Mia, adolescente che non ha ancora elaborato il lutto per la morte della madre, partecipa a una festa con gli amici, con tanto di seduta spiritica. Al centro della seduta c’è una mano imbalsamata che dovrebbe permettere di parlare con i defunti. Quello che era iniziato come un gioco diventa un incubo.
Dalle parodie di Street Fighter su Youtube all’horror con ambizioni elevated, i Philippou ne han fatta di strada. C’è ancora da capire quanto possa davvero risultare interessante questa eterna riproposizione di temi come il lutto, filtrati da spiritelli e folletti.
Un simile elenco, al di là della fattura filmica delle singole opere, ci dice cosa spaventa, in maniera quasi viscerale, la società statunitense oggi.
Tutti e dieci i film in questione trattano di rapporti con entità provenienti dal mondo dello spirito, che insidiano la tranquillità, o comunque la quotidianità, di comuni famiglie borghesi. Ci sono entità non ben definite come in Skinamarink, Host, Smile o Talk to me, streghe come in Conjuring, probabili creature neopagane come quella di Sinister e gli immancabili demoni cristiani come in The Exorcism of Emily Rose, Hereditary e Insidious.
Il ritorno del demoniaco
Si tratta insomma della messa in scena della diffusa paura di un male esterno al contesto sociale, che però assume le maschere più disparate dell’innocenza e della normalità borghese. Spesso infatti le creature demoniache in questione si manifestano attraverso feticci dell’infanzia, come bambole e giocattoli vari, si nascondono negli anfratti di quelle che sembrano essere case comuni e sicure, attaccano gli umani attraverso i rituali di crescita adolescenziali ed eleggono a vittime precipue le persone psicologicamente più fragili e i bambini. É un ritorno di quello che fu il Satanic Panic unito al tema dell’infestazione spettrale.

Questi film descrivono, infatti, mondi chiusi, rappresentati per metonimia da case, che diventano esse stesse corpo spettrale per eccellenza. Costruzioni nate per accogliere e proteggere, diventano morte prigioni polimorfe, prive di una identità definita. Identità che sarebbe dovuta essere quella dell’americanità tradizionale. Ci si ritrova così ad assistere al dramma di anime in pena che vagano fra le rovine simboliche del sogno di una vita media e mediocre, vittime degli assalti di un male dai tratti divini. I vari demoni, infatti, si presentano sempre più spesso come implacabili deus ex machina, mossi dal solo scopo di distruggere quel briciolo di sicurezza esistenziale e innocenza, rimaste in una società sempre più corrotta, con genitori assenti o violenti e istituzioni impotenti.
Una lista di film horror che ci dice cosa fa paura alla società americana contemporanea
Il quadro appena descritto è passibile di diverse interpretazioni, ognuna delle quali richiederebbe una trattazione ben più estesa, che andrebbe oltre i limiti di questo articolo. Ci basti dire che una possibile lettura del fenomeno potrebbe essere legata al fatto che gli Stati Uniti, dopo la seconda elezione di Trump, sembrano essere precipitati nuovamente in un vortice di terrore.

Fra la paura costruita ad arte nei confronti dei cittadini stranieri e, in generale, dei marginali, la militarizzazione di intere città, con tanto di conseguenze mortali per persone innocenti, la guerra con l’Iran, i tagli alle politiche del welfare, già abbastanza scarne e la criminalizzazione del dissenso, il senso di sicurezza (la casa/famiglia) e la speranza verso un futuro migliore (i bambini) degli americani vacilli penosamente. Appare naturale, allora, che la paura nei confronti di un male senza volto, totalizzante (e totalitario) annidato fra le mura domestiche, pronto a distruggere dalle fondamenta tutto ciò che era un American Dream già malandato, sia un sentimento in grado di risuonare con la vita di milioni di cittadini.







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