Ice Cream Man: recensione del film horror di Eli Roth

Ice Cream Man, recensione Nonsolofilm.it

Da alcuni registi si sa già cosa aspettarsi, alla luce della loro carriera: nel nostro caso, sangue, provocazione e una certa dose di irriverenza sono gli ingredienti alla base di Ice Cream Man, nuova uscita in sala di Eli Roth. 

Da Cabin Fever a Hostel, fino al più recente Thanksgiving, il cineasta americano ha costruito una filmografia riconoscibile, in grado di trasformare la violenza in uno spettacolo grottesco, scalfito da un’ironia nerissima. Anzi, proprio Thanksgiving, con il suo equilibrio tra slasher, satira e intrattenimento, aveva dimostrato quanto Roth fosse ancora in grado di divertirsi con il genere senza rinunciare a una narrazione solida.

Con Ice Cream Man, nelle sale italiane dal 29 ottobre 2026, il regista torna a esplorare i confini dell’horror estremo, questa volta scegliendo come protagonisti dei bambini. L’idea di partenza è a dir poco disturbante: in una tranquilla cittadina americana, un misterioso gelataio distribuisce dolci capaci di trasformare i più piccoli in assassini spietati. L’innocenza infantile diventa il veicolo di una violenza incontrollabile, mentre gli adulti si ritrovano impotenti davanti a un orrore che non sanno comprendere né contrastare.

È una premessa che potrebbe aprire riflessioni stimolanti, come d’altronde dichiarato dallo stesso Roth. Peccato che, nonostante alcune intuizioni visive riuscite e l’inconfondibile gusto di Roth per l’eccesso, Ice Cream Man finisca per assomigliare a un’occasione narrativa sprecata.

Quando una sceneggiatura fragile non sorregge il gore

Il problema principale di Ice Cream Man non è certamente la quantità di sangue, ce lo si aspettava insomma. Anzi, potrebbe risultare persino paradossale rimproverare a Eli Roth ciò che rappresenta da sempre uno dei tratti distintivi del suo cinema. Il gore, del resto, può essere un linguaggio espressivo legittimo, perché no, persino sofisticato, quando trova una ruolo all’interno della diegesi.

Il limite emerge piuttosto nel modo in cui la sceneggiatura, firmata da Roth insieme a Noah Belson, fatica a costruire un racconto solido intorno alla sua premessa. Il film sembra procedere per accumulo sin dall’inizio, passando da una sequenza all’altra senza concedere spazio allo sviluppo dei personaggi, mentre la violenza diventa il motore esclusivo dello show.

Eppure, l’idea che l’innocenza possa essere corrotta da un’influenza esterna, che il male possa insinuarsi attraverso qualcosa di banale come un gelato, contiene una metafora potente. Il gelataio, interpretato da Ari Millen, incarna perfettamente questa contraddizione: una figura familiare e rassicurante che si trasforma in un agente del caos. 

Tuttavia, quando il film prova ad approfondire la propria mitologia e a fornire una spiegazione agli eventi, il racconto perde d’un tratto parte della sua forza. Le rivelazioni non riescono a dare compiutezza a quanto visto in precedenza e, d’altro canto, non restituiscono il peso emotivo che una storia del genere avrebbe potuto avere.

Anche il ritmo ne risente: nonostante sia da apprezzare la dinamicità e la sensazione claustrofobica tipica di uno zombie movie, la continua ricerca dello shock finisce per ridurne l’efficacia e renderlo ancor più prevedibile. 

Eli Roth, dilemmi etici in Ice Cream Man

Al di là delle debolezze narrative, Ice Cream Man solleva alcune questioni che meritano una riflessione, soprattutto per il coinvolgimento di numerosi attori minorenni in una produzione caratterizzata da una violenza particolarmente esplicita.

Naturalmente, recitare in un film horror non equivale a vivere realmente le situazioni rappresentate sullo schermo. Il cinema è finzione, gli effetti speciali sono costruiti e il lavoro sul set segue dinamiche diverse dall’esperienza dello spettatore. Resta però una domanda legittima: quali responsabilità comporta coinvolgere dei bambini in un immaginario così estremo?

Roth ha raccontato in diverse interviste di aver lavorato con giovani interpreti già appassionati di horror, sostenuti da genitori consapevoli della natura del progetto e presenti durante le riprese. Secondo il regista, il set sarebbe stato un ambiente giocoso, nel quale gli stessi bambini si divertivano a utilizzare sangue finto e oggetti di scena macabri.

La questione riguarda ciò che accade durante le riprese in minima parte, ma soprattutto quel che viene dopo, ovvero il rapporto tra l’esperienza vissuta sul set e il prodotto finale, dove montaggio, effetti sonori e immagini possono assumere un’intensità molto diversa rispetto alle singole scene girate. Non si tratta di mettere in discussione la professionalità della produzione, quanto piuttosto, di interrogarsi sul modo in cui l’industria cinematografica abbia da continuare a riflettere sulla gestione dei giovani interpreti.

Il paradosso della manipolazione

Esiste, infine, un paradosso nell’operazione di Roth. Il regista ha raccontato di aver rielaborato la sceneggiatura anche attraverso le proprie paure di padre, immaginando quanto possa essere inquietante vedere un figlio trasformato dall’influenza di qualcosa che sfugge al controllo dei genitori.

È una riflessione che dialoga direttamente con il tema della manipolazione, eppure, guardando Ice Cream Man, viene spontaneo chiedersi se questa stessa riflessione non finisca per entrare in tensione con la natura commerciale dell’operazione cinematografica. Il film denuncia, almeno potenzialmente, il potere di chi condiziona i più piccoli attraverso qualcosa di apparentemente innocente, ma costruisce contemporaneamente gran parte della propria attrattiva proprio sulla presenza di bambini coinvolti in atti di violenza estrema. 

Non è una contraddizione esclusiva di Roth, né un difetto sotto ogni punto di vista: il cinema horror ha sempre giocato con il confine tra provocazione artistica e intrattenimento commerciale. Tuttavia, quando la sceneggiatura non riesce a sviluppare fino in fondo le questioni che suggerisce, il rischio è che la componente provocatoria finisca per perdersi tra le gocce di sangue e, con tutta probabilità, è proprio questo il limite più evidente di Ice Cream Man.

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Recensione

Regia—3
Sceneggiatura—2
Fotografia—3
Recitazione—2,5
Sonoro—3
Emozione—3
Media finale
2,8/5
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