“La vita e la morte di Giovanni e Paolo non sono state inutili. La loro memoria è divenuta il nostro presente e i loro sogni rappresentano il nostro futuro”, ci ricorda Maria Falcone. Perché ci sono storie che il tempo non può cancellare e testimonianze che hanno il dovere di continuare a parlare, soprattutto alle generazioni che non hanno conosciuto direttamente i protagonisti. È da questa consapevolezza che nasce Un atto d’amore, il documentario diretto da Stefano Ribaldi, presentato in anteprima alla 21esima edizione della Festa del Cinema di Roma.
Il documentario parla della vita e del lavoro di Giovanni Falcone, raccontandoci il suo sacrificio e ricordandoci l’eredità morale lasciata insieme all’amico e collega Paolo Borsellino. Sceglie di raccontare anche ciò che è accaduto dopo le stragi: il lungo e instancabile lavoro di chi ha trasformato il dolore in un impegno concreto per la diffusione della cultura della legalità. A guidare il racconto è Maria Falcone, appunto, sorella del magistrato e presidente della Fondazione intitolata a Giovanni Falcone.
Giovanni Falcone, una vita contro Cosa nostra
Maria Falcone ci accompagna in un percorso commovente fatto di ricordi personali, luoghi simbolici, testimonianze e documenti storici. Il titolo del documentario richiama il sacrificio di Giovanni Falcone come un autentico atto d’amore nei confronti del proprio Paese. “Un atto d’amore” è la chiave di lettura dell’intero documentario che ci restituisce il senso più profondo di una vita spesa al servizio dello Stato.
Per comprendere fino in fondo il significato del documentario è necessario ripercorrere la storia del magistrato palermitano. Nato il 18 maggio 1939 nel quartiere della Kalsa a Palermo, Giovanni Falcone dedicò gran parte della propria vita professionale alla lotta contro Cosa nostra, contribuendo a rivoluzionare il metodo investigativo e giudiziario con cui venivano affrontate le organizzazioni mafiose. Insieme a magistrati come Rocco Chinnici, Antonino Caponnetto e Paolo Borsellino, fu protagonista di una stagione fondamentale per la giustizia italiana. Il suo lavoro al pool antimafia del Tribunale di Palermo portò a una conoscenza più approfondita della struttura e degli interessi economici di Cosa nostra.
Un passaggio decisivo fu il maxiprocesso, celebrato tra il 1986 e il 1987, che si concluse con centinaia di condanne e rappresentò un risultato senza precedenti nella storia della lotta alla mafia. Un’attività svolta in un clima di isolamento, minacce e crescente pericolo. Falcone era consapevole dei rischi che correva, ma non rinunciò mai al proprio incarico. Il 23 maggio 1992, alle 17:58, la mafia fece esplodere una carica di tritolo nei pressi dello svincolo autostradale di Capaci, provocando la morte del magistrato, della moglie Francesca Morvillo e degli agenti della scorta Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani. Pochi mesi dopo, il 19 luglio, Paolo Borsellino sarebbe stato ucciso nella strage di via D’Amelio.
Maria Falcone e una memoria che diventa impegno

Due attentati che segnarono profondamente la storia italiana. A Palermo, sui balconi, comparvero lenzuoli bianchi come simbolo di protesta e richiesta di giustizia. È proprio dalle conseguenze di quella stagione drammatica che prende il via la nascita e l’attività della Fondazione Falcone. Dopo la morte del fratello, Maria Falcone ha deciso di raccoglierne l’eredità morale, dando vita a un progetto che potesse mantenere vivi i suoi ideali e trasformarli in un’occasione di crescita per la società.
Da oltre trent’anni la Fondazione porta avanti iniziative dedicate alla sensibilizzazione e alla formazione, con particolare attenzione alle scuole e ai più giovani. Incontri, progetti educativi, concorsi, manifestazioni e momenti di confronto con il mondo delle istituzioni sono degli strumenti per contrastare la cultura mafiosa attraverso la conoscenza e la partecipazione. Perché – come emerge chiaramente dalle parole di Maria Falcone – la lotta alla mafia deve necessariamente passare dall’educazione e dalla costruzione di una coscienza collettiva.
Il documentario segue questo percorso anche attraverso i luoghi che ne hanno accompagnato lo sviluppo. Dalle iniziative nell’aula bunker di Palermo, simbolo del maxiprocesso, fino a Palazzo Jung, sede della Fondazione e spazio dedicato alla conservazione della memoria. Qui trova posto anche il Museo del Presente, dove documenti e oggetti appartenuti al magistrato raccontano la sua vita. Tra i reperti custoditi ci sono le sue agende e i resti della Quarto Savona 15, l’auto della scorta coinvolta nella strage di Capaci, divenuta negli anni un potente simbolo della memoria delle vittime.
La regia di Stefano Ribaldi: un documentario che guarda al futuro
Tra la testimonianza diretta di Maria Falcone e il materiale d’archivio, Stefano Ribaldi sceglie di raccontare così la storia di Giovanni Falcone. La voce di Maria e i suoi ricordi ricostruiscono una vicenda storica che, ancora oggi, riguarda tutti noi. Tra le tante, ci vengono mostrate le apparizioni televisive di Giovanni Falcone, gli interventi di Paolo Borsellino e le parole di Papa Giovanni Paolo II e Papa Francesco contro la mafia.
Un atto d’amore cerca, soprattutto, di interrogarsi su ciò che resta dopo un sacrificio così grande. La risposta viene individuata nell’educazione, nella partecipazione e nella trasmissione dei valori alle nuove generazioni. Il lavoro della Fondazione Falcone è la dimostrazione di come un’eredità dolorosa possa trasformarsi in un progetto utile per il futuro. Giovanni Falcone e Paolo Borsellino restano un esempio di coraggio e spirito di servizio perché – come diceva Falcone stesso – “gli uomini passano, le idee restano”!





