Con Regression, Alejandro Amenábar firma un thriller in bilico tra horror e psicologia che vede protagonisti Ethan Hawke, nei panni dello scettico detective Bruce Kenner, ed Emma Watson in quelli dell’enigmatica Angela Gray. Di seguito riproponiamo la nostra intervista al regista spagnolo, realizzata in occasione dell’uscita del film.
Intervista ad Alejandro Amenábar: “Non mi colpisce tanto la capacità di ingannare, quanto la volontà di credere”
Da Tesis a Regression, il thriller è un genere che ha accompagnato diverse fasi della tua carriera. Quando è nata l’idea di questo film?
“Sono sempre stato attirato, fin da ragazzo, dall’idea di fare un film sul diavolo, affrontare un argomento di questo genere. Quando ho iniziato a fare delle ricerche mi sono annoiato e ho lasciato perdere, poi però ho cominciato nuovamente a esplorare l’argomento quando ho saputo degli abusi legati al satanismo. Ecco allora che è uscito fuori non solo un film sul diavolo: a quel punto era diventato un horror psicologico. Mi interessava esplorare il labirinto della mente.”
Nei tuoi film spesso non ti sei occupato solo della regia ma anche di altri aspetti, come ad esempio la musica. In quale ruolo ti senti più a tuo agio?
“In questo film, come vedete, non mi sono occupato per niente della musica. Mi sento a mio agio sul set, nel dirigere, nel lavorare con gli altri. Lì provo soddisfazione. So che per alcuni registi girare un film è stressante, ma per me no: mi aiuta a tirare fuori il meglio della mia personalità.”
In questa pellicola sembra emergere l’idea che il male sia prima di tutto una componente dell’essere umano. Inoltre il prete appare come una figura piuttosto enigmatica. È così?
“Qualche giorno fa ho letto, o forse ascoltato, una cosa detta da Guillermo Del Toro: ci sono alcuni film in cui il diavolo viene dall’esterno e altri in cui si trova dentro di noi. Bene, a quest’ultima categoria appartiene Regression. Ho fatto mia la battuta di Hawke e credo che esistano ovunque buoni e cattivi.
Parlando del prete, ho osservato che in America c’è una forte presenza della Chiesa evangelica, ma non volevo enfatizzare questo aspetto. Volevo mostrare come scienza e religione collaborino per risolvere il caso, ma anche come tutti possano commettere degli errori. Per me è molto importante l’aspetto psicologico.”
Nel film si nota la presenza di un’isteria collettiva che richiama i temi della persecuzione e della caccia alle streghe.
“Non abbiamo preso Le streghe di Salem come riferimento, ma si tratta comunque di una sorta di caccia alle streghe che ha avuto luogo in America tra gli anni Ottanta e Novanta. È un fenomeno di cui ha parlato Freud, ma anche i media, che lo hanno ampiamente enfatizzato.“
Qual è la parte più affascinante del film?
“Ho imparato quanto possano essere fragili i ricordi. Si dà per scontato che il cervello sia come un PC, ma sappiamo che i ricordi vengono forgiati da desideri e paure. Mentre scrivevo la colonna sonora del film ho fatto riferimento a Freud; i temi trattati nella mia opera sono molto simili.”
In Regression le immagini del fienile sono molto vivide. Come hai fatto a ricostruirle in maniera così dettagliata? E che ci dici del particolare cappello indossato da David Dencik?
“Mi piace giocare con i cliché e credo che le immagini si alimentino di ciò che vediamo nei film e, viceversa, nei film vediamo quello che abbiamo già dentro di noi. Sia io sia il direttore della fotografia volevamo creare un’atmosfera cupa, ma dove sono state girate le scene splende il sole come a Roma o a Madrid, quindi è stato difficile.
Per quanto riguarda il cappello indossato da David Dencik, la costumista aveva suggerito di farglielo indossare quando entra nel commissariato, per poi farglielo togliere e rivelare che è calvo.“
Alejandro Amenábar: “Regression è una storia di errori”

Spesso nei tuoi film il protagonista o la protagonista si sbagliano. Perché questa scelta?
“Credo che tutti noi dobbiamo considerare l’esistenza degli errori. Tutti sbagliamo e dagli errori impariamo. Ho sempre odiato le equazioni matematiche, quelle in cui provi e riprovi e non riesci mai a trovare la soluzione giusta; poi però torni indietro e ti rendi conto che bastava sistemare una cosa all’inizio. Credo che questa sia una storia di errori.
Per quello che mi riguarda, quando ho realizzato Tesis mi interessava che la troupe mi rispettasse, quindi cercavo di avere fiducia in me stesso; adesso invece preferisco uscire dalla mia zona di comfort e mi piace quando qualcuno mi presenta delle sfide. Mi piace sapere che potrei sbagliarmi.”
Nel film si parla di paura e di minacce percepite dalla società. Quanto questi temi influenzano il nostro modo di interpretare la realtà?
“Certo, il pericolo è reale perché stiamo parlando dell’Isis. Quando sono andato a presentare il mio film a Parigi, un giornalista mi ha chiesto che cosa mi facesse paura. Gli ho risposto che mi fa paura la volontà degli esseri umani di essere così crudeli.“
Regression sembra, per certi versi, vicino ad alcuni thriller classici. Come si è sviluppato il progetto?
“Effettivamente è stato un progetto maturato nel tempo, anche perché da tempo avevo intenzione di realizzare un film sul diavolo.
Quando studiavo all’università pensavo che avrei girato qualsiasi cosa pur di guadagnare, invece poi ho capito che quello che faccio esprime ciò che voglio dire. Non mi sono ispirato ai vecchi film, anche perché altrimenti non ci sarebbe stata questa musica; forse ho guardato più a opere come L’Esorcista o ai film che parlano dell’abuso sui minori. Negli anni Ottanta la Chiesa parlava molto del diavolo, mentre oggi si concentra maggiormente sul tema della seconda venuta di Cristo.”
Come hai delineato il genere di questo film, che sta ai confini dell’horror?
“Quando ho incontrato Ethan Hawke mi ha detto che aveva già fatto due film horror nella sua carriera. Da ragazzino mi spaventavo facilmente, ma allo stesso tempo mi piaceva essere spaventato, naturalmente nel contesto del film. Noi disarmiamo la paura proprio in questo modo.
Non mi piace chiudere le porte, ma restare aperto alla fantasia. Mi sono accorto che negli ultimi film parlo sempre di cose in bilico tra il crederci e il non crederci. Un’altra cosa che mi colpisce molto non è tanto la capacità di ingannare quanto la volontà di credere.”
Hai scritto il personaggio del detective Bruce Kenner avendo già in mente Ethan Hawke?
“A dire il vero no. Però, quando ho visto la sua trilogia, ho notato che aveva lo spirito giusto per girare il film. Poi lui ha accettato subito.
Non aveva capito cosa volessi comunicare attraverso il suo personaggio e quindi gli ho detto di interpretarlo in modo minimalista. Allora ha detto: ‘Il mio personaggio è uno che dorme sempre!’. Quando gli ho risposto che non era esattamente così, lui mi ha detto: ‘Lasciami fare’.
Devo inoltre dire che ho preso spunto dalla Bibbia satanica. Mi piace giocare con le immagini e con i luoghi comuni.”
Il film si chiude con l’immagine dell’edificio che dà sul mare. È come se si volesse guardare finalmente la realtà delle cose?
“Mi piaceva l’idea di avere un penitenziario affacciato sul mare. Inoltre questa immagine richiama anche il finale di un altro mio film, Mare dentro.”





