Hokum: recensione del film di Damian McCarthy

Un’opera interessante, tra folklore celtico ed elaborazione del lutto.

Hokum recensione nonsolofilm.it

Il 5 agosto 2026 arriva in sala, anche in Italia, Hokum di Damian McCarthy.
McCarthy è un autore che si sta costruendo una solida carriera all’interno del genere horror. Già con Caveat (2020) e Oddity (2024), il regista aveva dato prova di essere guidato da una visione specifica del genere: utilizzo di feticci quali statuette e vecchi giocattoli, propensione per location limitate e controllate, come vecchie case (stregate), recupero di elementi del folklore tradizionale irlandese. Con Hokum fa un passo avanti e inserisce questi elementi in un film più ambizioso dal punto di vista produttivo, che si avvale di un attore protagonista come Adam Scott, noto ai più per le serie Big Little Lies (2017 – ancora in corso) e The Good Place (2016 – 2018).

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McCarthy racconta, in questo suo terzo lungometraggio, la storia di Ohm Bauman, scrittore statunitense, colpito da un blocco creativo, che spera di risolvere riportando le ceneri dei genitori defunti, in Irlanda, terra in cui questi ultimi fecero la luna di miele. Ohm si trova così ad alloggiare in un vecchio hotel, The Bilberry Woods Hotel, dove conosce il receptionist e direttore, Mal, il custode Fergal, il facchino sempliciotto Alby e l’affascinante barista Fiona. Completano il cast di pittoreschi personaggi locali, Jerry, un freakkettone che vive nei boschi e fa uso di latte di capra corretto con funghi allucinogeni e Cob, il vecchio proprietario dell’hotel, suocero di Mal. L’inquietante anziano, per la verità, compare solo all’arrivo di Ohm, giusto in tempo per raccontare la storia della Cailleach, una strega che porta nel sottosuolo le sue vittime – per lo più bambini – e che, secondo alcune leggende che girano nell’hotel, sarebbe rinchiusa nella stanza Honey Moon.

Hokum. Tre livelli di narrazione tra folklore celtico ed elaborazione del lutto

Hokum dipana la sua narrazione su tre livelli. Il primo è quello intimista, cioè quello che racconta la mancata elaborazione de lutto, da parte del protagonista, per la morte violenta della madre e di come il derivante senso di colpa ne abbia informato l’identità di uomo e di scrittore. Il secondo livello è dato da una detection in cui Ohm si trova coinvolto e che lo vede alle prese con la sparizione di Fiona. Infine l’ultimo livello è quello prettamente horror che ruota attorno alla figura della strega. Il film passa, così, da modalità di messa in scena tipiche del dramma, in cui la fanno da padrone dialoghi e punti camera convenzionali a modalità specifiche del thriller, con uso hitchcockiano della tensione, volto a svelare i vari segreti allo spettatore, attraverso l’uso di flashback e inserti onirici, al fine di renderlo ancora più partecipe delle atmosfere morbose, che il setting, memore dell’Overlook Hotel kubrikiano, lentamente delinea.

I tre livelli narrativi sono tenuti insieme dall’utilizzo di una figura specifica, una sorta di demone coniglio, che compare nei ricordi di Ohm, sotto forma di conduttore di uno show per bambini. Si tratta probabilmente di un puca, una creatura mutaforma del folklore celtico, che poteva essere sia benevola che malevola. Praticamente il Puck della Midnight’s Summer Dream di Shakespeare. Come il folletto del Bardo, anche questa creatura agisce attraverso il sonno. Ma a differenza della controparte shakespeariana, il Puck di McCarthy non inganna né mente, anzi, al contrario, si fa latore di verità rimosse e oscure, che costringono Ohm a fare i conti con sé stesso. Inoltre la creatura, che tradizionalmente preferisce la forma equina, qui assume l’aspetto di coniglio umanoide, in quanto, sempre nella tradizione celtica, i leporidi vengono spesso considerati degli emissari dell’oltretomba, o comunque del mondo sotterraneo, lo stesso mondo di cui è araldo la strega dell’hotel.

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La Cailleach, dal canto suo, si offre a varie interpretazioni, nel folklore. Fra le più interessanti c’è quella che la vede come una divinità che presiede l’inverno. Ella infatti estende il proprio dominio dal 1 novembre al 1 maggio. Secondo una simile lettura la Cailleach è la regina del tempo in cui la vita è seppellita dal gelo. Metaforicamente nel film, dello stato psicologico in cui le emozioni, i sentimenti più veri, il proprio io profondo, sono seppelliti sotto il gelo delle maschere sociali e delle bugie che ci raccontiamo per sopravvivere quotidianamente. La strega in Hokum è immagine plastica dell’abisso entro cui lo scrittore nichilista rischia di sprofondare definitivamente (il suicidio sfiorato in precedenza) se non affronterà una realtà che egli ha cercato di nascondere dentro di sé per tutta la vita.

Creare storie richiede onestà

La stanza Honey Moon, “dove vengono creati i ricordi” diventa così una reificazione dello spazio mentale entro cui prende forma, come uno spettro infestante, l’atto creativo (letterario ma anche filmico). Un atto creativo che appare il tentativo di dare senso a un mondo caotico, attraverso l’uso di un linguaggio fatto di simboli antichi e feticci – l’orologio e il campanello che saranno fondamentali per la salvezza di Ohm – tale da permettere all’uomo di riscrivere la propria storia.

McCarthy sembra però voler suggerire che un tale atto possa facilmente rivelarsi un’operazione sterile, quando non sia guidato dall’anelito a raggiungere una verità umana più profonda, che risiede nella realtà e non nella fuga da essa. Da qui l’impossibilità del protagonista di sfuggire alla strega, finché non smette di rimuovere il trauma della morte materna e lo accetta per quel che è, accettando così anche la propria natura più profonda.

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In conclusione Hokum è un’opera interessante, che, attraverso la maschera del folk horror, racconta l’importanza di approcciarsi con una profonda onestà intellettuale alla creazione di storie. Queste fantasmagorie, infatti, possono essere derubricate a “hokum” – sciocchezze in slang inglese – quando vengono utilizzate con meri fini escapisti. Nel momento in cui, però, nascono da una reale esigenza comunicativa, esse diventano uno dei modi privilegiati, attraverso cui l’animale umano può comprendere il mondo e forse anche migliorarlo un po’. O almeno migliorare l’approccio con cui lo affronta – a riguardo si veda l’evoluzione del romanzo sui conquistadores che il protagonista sta scrivendo all’inizio del film.

Recensione

Regia4
Sceneggiatura3,5
Fotografia3
Recitazione3,5
Sonoro3,5
Emozione3
Media finale
3,4/5
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