L’Odissea, quella di Omero, è molto più di un poema epico. Così, quando qualsiasi autore si confronta con l’Opera, ciò che umilmente ricerchiamo non è la trasposizione fedele, la parola tagliata al centimetro, né la fedeltà di luoghi e tempi ignota persino a chi presumibilmente la scrisse, noi esigiamo uno spirito, la forza vitale di tutti gli aedi che hanno narrato questa avventura, passandosela di bocca in bocca fino a trascriverla e consegnarcela sempre uguale e sempre diversa a distanza di quasi 3 mila anni. Noi, rivendichiamo il diritto a spingerci oltre i nostri limiti, tremare, mettere in gioco l’astuzia, accordarci con gli dèi, agognare il ritorno a casa e al contempo voler vagare altrove. Questo, nell’Odissea di Christopher Nolan, per certi versi non c’è ed è un vero colpo al cuore.
L’Ulisse di Nolan è un uomo contemporaneo che ha paura di vivere. Schiacciato dal senso di colpa, dal peso degli uomini sacrificati e da un rimorso che sembra non concedergli alcuna possibilità di redenzione, prende le distanze dalle sue sembianze epiche per adagiarsi su una sensibilità tutta moderna, ricamando di fatto tutto ciò che ci si poteva aspettare dall’Odissea di Christopher Nolan. C’è quel tempo frammentato, perduto, dilatato o ristretto a dismisura, che attraversa gran parte della sua filmografia; ci sono rapporti umani costretti a percorrere strade scoscese, una relazione padre-figlio irrisolta, lo sgretolarsi di una civiltà tradita dal progresso. E c’è, inevitabilmente, una lettura del mito filtrata da una sensibilità anglosassone, che non si limita ai codici di Hollywood ma riflette un diverso modo di guardare a Omero.
L’Odissea di Christopher Nolan ci mette a disagio (e in fondo è colpa anche di Dante!)

Perché, per chi è cresciuto sulle sponde del Mediterraneo, l’Odissea non è soltanto un classico della letteratura universale, ma è un racconto che attraversa i libri scolastici, la lingua, l’immaginario collettivo; un testo che continua a parlare attraverso Dante (Divina Commedia, canto XXVI dell’Inferno), Primo Levi (il canto di Ulisse in Se questo è un uomo fa venire i brividi), Ugo Foscolo (nella poesia A Zacinto), Giovanni Pascoli, Cesare Pavese. Insomma, attraverso una tradizione culturale che lo ha sempre sentito come parte della propria eredità!
È inevitabile, dunque, che la rilettura di Nolan (che in questa occasione si è affidato alla traduzione in lingua inglese di Emily Wilson del 2017) venga osservata con aspettative diverse: non perché esista un modo giusto e univoco di interpretare Omero, ma perché ogni cultura finisce per riconoscere nell’eroe qualcosa di sé. E l’Odisseo di Matt Damon appare più vicino all’uomo del nostro tempo che al navigatore inquieto capace di trasformare ogni approdo in una nuova occasione di conoscenza.
Un’epopea moderna
La sceneggiatura non rispetta meticolosamente le sequenze omeriche e questo non è chiaramente un limite: Christopher Nolan architetta un action movie con incursioni di body horror, senza tralasciare la tematica del viaggio, il tutto infilzato da una lettura estremamente attuale dei fatti, come è chiaro nella scena inerente alla caduta di Troia, con la violenza strabordante, i fuochi appiccati, le riprese aeree volte a mostrare una devastazione che si raccorda a tutte le guerre in corso in ogni dove.
Ci sono frammenti di racconto che avremmo voluto ascoltare e vedere, perduti tra gli artifici dentro la grotta del Ciclope o persi tra i canti maledetti delle sirene.
Il cineasta britannico affronta l’Odissea come se fosse un monumento da scolpire nel marmo, con la smania di comunicare grandezza a ogni inquadratura e tutta la meticolosità tecnica – le riprese fatte interamente in IMAX 70mm, per essere più precisi – pesa in ogni scena fino a travolgerci di meraviglia.
Quando vediamo il cavallo di Troia restiamo sbalorditi, perché è lontano dall’immaginario comune e lo stesso possiamo dire, per esempio, circa la scena con Samantha Morton nei panni della maga Circe, una delle migliori dell’intera pellicola, in cui note di body horror si incastrano alla psicologia femminile, in un meccanismo che si aggancia immediatamente al presente.
E poi ci sono le scene in mare, quel frastuono di onde, braccia che remano, vele spiegate e mostri, che regala la sensazione di essere realmente perduti, alla mercé di Poseidone. Solo che quel dio non lo avvertiamo mai, maledizione!
Gli dèi perduti nel film di Nolan

Il dilemma di fondo, infatti, è che gli dèi sono stati traditi ma il rapporto di Odisseo con la religione è distante da quello dell’antica Grecia e molto più vicino al nostro, ovvero a chi crede solo durante i momenti bui, quando tutto sembra perduto e non c’è nessun altro da interpellare, allora ecco che sopraggiunge il divino, l’invocazione a qualcuno che, dall’alto dei mondi, ci sollevi da ogni male. “Gli dèi aiutano chi si aiuta da solo”, dice l’Ulisse di Matt Damon per giustificare i tanti inganni, che è un po’ la traslitterazione del nostrano “aiutati che Dio t’aiuta”.
E a proposito di fede, c’è un passaggio che racchiude il cuore della lettura di Nolan: “Rinuncia al controllo e vivi. È un atto di fede che non hai ancora mai fatto, Ulisse”, gli dice la Calipso di Charlize Theron. È un monito che trascende il mito e parla a tutti gli uomini, di ogni tempo: accettare che non tutto possa essere governato, trovare il coraggio di affidarsi al destino e continuare a credere anche quando ogni certezza vacilla. Il problema è che Nolan arriva a questa consapevolezza solo nel finale, senza averla seminata davvero lungo il viaggio.
Quando il film ne svela finalmente il significato, lo comprendiamo più con la testa che con il cuore. Così questa Odissea ci trascina per mare e per terra, tra Lestrigoni e Sirene, avanti e indietro nel tempo e nello spazio, ma senza concederci mai un momento per sentirci davvero naufraghi insieme a Ulisse, per abbandonarci su una sperduta isola del Mediterraneo e respirare il peso dell’attesa, della paura e della speranza. Ed è proprio lì che il film rinuncia a una parte della sua anima.
Matt Damon e il suo Ulisse
Stando alle scelte di cast, tutti gli attori sono a dir poco ineccepibili ma fin troppo riconoscibili e la criticità di fondo di tutti i personaggi è quella maschera di fragilità e tormenti che permane su di loro senza mai crollare, come se fossero burattini in un teatro di posa.
L’Odisseo di Matt Damon domina la scena con un fascio di muscoli ed emozioni, con lo sguardo nel vuoto, la mente sempre accesa, la mano pronta a uccidere e il cuore aperto verso la meta. Cosa manca al personaggio? Quel brivido che nell’Opera omerica si traduce con la frase “Resisti cuore”, che è manifesto di resilienza; qui quel tremore alle gambe, quel sentimento tenuto a freno per non offuscare la ragione, quella gioia repressa, non esistono.
Il femminismo a metà di Penelope (Anne Hathaway)

Di contraltare, la figura di Penelope (Anne Hathaway) resta la più solida dell’intero film: elegante, determinata, fedelissima, moderna a tal punto da ribadire con disprezzo il suo status di inferiorità sociale anche durante un colloquio col figlio Telemaco (Tom Holland), in cui sentenzia: “Sono vent’anni che con la mia esperienza tengo in piedi tutto questo e il trono è tuo solo perché hai la peluria sul viso”.
In questa immagine dell’attesa femminile Nolan avrebbe potuto (e dovuto) edificare la sua forza, ma non ci crede abbastanza. Penelope avrebbe potuto rappresentare più profondamente non solo l’immagine di colei che si trova a fronteggiare i Proci, i pensieri nefasti, l’agonia di un verdetto che non sopraggiunge, bensì tutta l’ansia del nostro tempo, di noi che – immersi nella velocità di mezzi e comunicazioni – abbiamo scordato il valore del tempo.
Perché l’Odissea di Nolan convince solo a metà
Tirando le somme, l’Odissea di Christopher Nolan è un film formalmente coerente e inattaccabile in cui una miscellanea di generi si incontra e scontra con grazia, anche per merito del montaggio di Jennifer Lame e della fotografia di Hoyte van Hoytema, nonché della colonna sonora di Ludwig Göransson, capace di conferire quelle note celtiche, solenni e memorabili, reale ponte tra passato e presente.
Il regista dimostra di saper attraversare qualsiasi opera, riuscendo a farla propria, ma non riesce a restituirla così audacemente a ciascuno.
Il suo Ulisse è pieno di rimpianti, ha perso il tempo, la bussola, la fede e persino se stesso. A guardarlo bene, questo Ulisse è un po’ tutti noi e quindi dovremmo poter riuscire ad accoglierlo, ad applicare nei suoi confronti una qualche forma di Xenia. Eppure, mentre torna a Itaca, noi siamo rimasti indietro, con l’anima confinata in qualche angolo imprecisato del corpo. Ci siamo persi, tra realismo, meccanizzazioni, location stellari… servirà più cuore per riuscire a trovare Itaca.
Per ora, ci accontentiamo di un film che fa a pezzi l’epica, appiattisce le emozioni e accende gli schermi, come solo la grande macchina di Hollywood sa fare (ma dalla tradizione ha ancora molto da imparare!).





