Giovanni Di Giandomenico: intervista al compositore di Vincerai Perderai

La nostra intervista al compositore Giovanni Di Giandomenico, autore della colonna sonora di Vincerai Perderai.

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Per il giovane compositore Giovanni Di Giandomenico, autore della colonna sonora di Vincerai Perderai, il film di Franesco Di Fiore Menzione Speciale NonSoloFilm al 21° Sole Luna Doc Film Festival, la musica è qualcosa di magico, impalpabile e invisibile, eppure così potente e inevitabile”.

Prima di parlarci del lavoro svolto nel film, ci spiega come si è avvicinato a questo mondo fatto di note che per lui rappresenta “una dimensione di libertà, di profonda felicità, di relazione e di conforto”.
Un’amicizia di lunga data, la definisce, il cui rapporto “si rinnova continuamente in modi diversi e inaspettati […]. Non c’è un vero e proprio inizio per questo amore; c’è stato piuttosto un momento in cui ho intuito che, pur di inseguire quella gioia e quella bellezza, ero disposto a studiare tanto, a viaggiare e a non fermarmi mai. Da lì è scaturita una cascata di eventi incatenati l’uno all’altro: prima l’amore per il pianoforte (il mio strumento principale), poi lo studio della composizione e della direzione d’orchestra, fino al bisogno crescente di espandere la mia ricerca al suono in generale, da cui sono nati i miei studi di ingegneria del suono.

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Giovanni Di Giandomenico e la scoperta del cinema

“Il cinema è arrivato esattamente in quel periodo. Mentre vivevo e studiavo a Berlino, mi ero dedicato profondamente all’editing creativo e al sound design, ispirandomi soprattutto all’approccio al suono e al paesaggio sonoro tipico degli anime, di cui ero e sono un grande appassionato. In quel momento ho iniziato a raccogliere ogni lavoro per il cinema come una nuova sfida creativa in cui sperimentare soluzioni e atmosfere inedite. Specialmente nel mondo del documentario sperimentale, ho cercato di creare – attraverso la musica e il suono – qualcosa che fosse funzionale allo scopo del regista, ma che avesse anche un’identità forte, un proprio artigianato e un cuore”.

Parlando dei suoi punti di riferimento, Giandomenico cita come primo esempio il suo Maestro di Composizione Marco Betta. “Oltre alla tecnica e allo studio severissimo e profondo, nella sua classe si cresceva maturando un’etica e un profondo orgoglio nel custodirla, nutrirla e tutelarla. Marco era in grado di farti respirare la bellezza più autentica del fare musica, perché la si viveva insieme a lui a 360 gradi, senza limiti o confini.

Tra lezioni, ascolti e proiezioni a cui tutti potevano prendere parte, la sua classe era un luogo fuori dal tempo. Ogni giorno imparavi qualcosa, non solo da lui, ma anche dai compagni più esperti. Mi ha fatto capire che la cosa più importante non è il talento, ma la capacità di entrare in relazione con gli altri: sentirli, comprenderli e metterti al loro servizio con umiltà, rispetto e passione. Significa dare attenzione a ciò che normalmente non si vede, imparare ad ascoltare e trovare la bellezza in ogni dettaglio, in ogni emozione e in ogni persona.
Quella classe non era un’aula di Conservatorio: era una bottega rinascimentale, pulsante e piena di meravigliosa diversità”.

Vincerai Perderai: ideazione e creazione della colonna sonora

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E da questa fantomatica bottega sicuramente arriva ciò che l’autore ha realizzato per Vincerai Perderai, un’opera in cui la colonna sonora avvolge l’intera narrazione in tanti modi, passando dai cori da stadio a melodie più soft. Gli abbiamo chiesto quali sono stati gli step del processo di ideazione delle musiche e a quali espedienti e strumenti musicali ha fatto ricorso.

“Insieme a Francesco siamo partiti dall’immaginare una sensazione di leggerezza, perché il vero tema di questo film è l’adolescenza: la crescita di questi ragazzi attraverso il sacrificio per qualcosa in cui credono e un’amicizia profonda che neanche la sconfitta può scalfire, ma solo rafforzare. Per me quella sensazione è rappresentata dal pianoforte, così come per loro è il calcio. Ho cercato di riattraversare lo strumento esattamente come lo vedevo da ragazzo: cosa mi divertiva suonare davvero? Da qui è nata l’idea di questi mini valzer/ragtime scanzonati, suonati in modo semplice, senza pensarci troppo.

L’altro blocco tematico è composto da brani più delicati e sospesi, che accompagnano i momenti in cui ci si confronta con il lato oscuro della crescita: solitudine, abbandono, sconforto, paure e senso di vuoto. Qui il pianoforte cambia radicalmente: le note vanno cercate esitando, trovate una per una come in un’improvvisazione radicale. Più che un brano strutturato, è un paesaggio sonoro interiore raggiunto attraverso la scrittura.

Infine, i due brani elettronici rappresentano un’emanazione diretta del respiro della città. Sono come nebbie che prendono possesso degli eventi, originate dalla somma di tutte le emozioni e le energie degli abitanti. Quelle due nebbie sonore per me sono Palermo: nel film hanno il ruolo subliminale di indirizzare l’ascolto verso un colore e uno stato d’animo indefinito, ma ben presente.

Questo contrappunto tra la densità profonda, antica e a tratti opprimente di Palermo e dei suoi quartieri, e la freschezza vitale e irrequieta dei ragazzi, è secondo me uno dei dettagli stilistici più belli che Francesco ha impresso nel film. Per noi palermitani rappresenta da sempre un inno irrazionale, forse uno dei segreti della controversa vivacità culturale e umana del luogo in cui siamo cresciuti.

Quanto hanno influito gli altri comparti tecnici e in particolare il lavoro di Francesco Di Fiore (qui regista, sceneggiatore e montatore)?

Tantissimo, come sempre del resto! Per me tutto parte dall’ascolto attento di chi mi sta raccontando una storia: il mio compito è trovare le strategie per restituire l’emozione che provo mentre ascolto.
L’amicizia tra i ragazzi, la passione per lo sport, la dedizione e il sacrificio sono centrali. Francesco è riuscito a far passare un messaggio di una potenza estrema, soprattutto per i giorni nostri: vincere o perdere non conta davvero nulla. Questa visione è stata chiara fin dall’inizio: questo film è per i ragazzi, e si sente.

Lo sport e la musica diventano universi in cui conoscersi e crescere, ma non devono sostituirsi alle relazioni e alla vita reale. Ho amato profondamente la scelta di Francesco di mostrare i compiti a casa, le dinamiche familiari, i litigi, i primi innamoramenti e le feste di quartiere. Senza tutto questo non ci sarebbe nulla da vincere e nulla da perdere. Attraverso lo sport, l’arte o la letteratura si sviluppa una sensibilità verso le emozioni e il dolore degli altri, facendoci capire che tutto, in fin dei conti, ci riguarda direttamente. Proprio come in una squadra”.

Durante la nostra intervista abbiamo riflettuto insieme a Giovanni Di Giandomenico circa i modelli musicali dei più giovani. Se è vero che siamo – anche – ciò che ascoltiamo, la musica del nostro tempo rispecchia il tuo modo di essere o le tue aspettative?

Purtroppo non so risponderti con certezza: è una domanda che mi pongo continuamente anch’io e forse una risposta definitiva non c’è. Sicuramente non è colpa dei ragazzi, non è mai una colpa generazionale. E forse non è colpa di nessuno, perché ciò che arriva maggiormente alle orecchie del pubblico è la musica più distribuita, legata alle logiche di mercato e al consumo di massa.

Anche la mia generazione, come quella prima della mia, veniva criticata dai più anziani: è una ruota che gira da sempre. Piuttosto, penso che accanto al consumo bisognerebbe imparare a prendersi cura di sé. Ma è il frutto di una scelta consapevole e non è semplice, così come diventa sempre più difficile leggere, studiare e approfondire.

La nota positiva è che viviamo in un’epoca in cui avvicinarsi alla musica è più facile e fa meno paura. Sono cresciuto con l’idea di una profonda libertà musicale, quindi non me la sento di dire cosa andrebbe ascoltato o meno, pur mantenendo i miei gusti. La mia non vuole essere una critica alla tua domanda, che rispetto moltissimo, ma mi piace riflettere sul fatto che sia tutta una questione di scelta personale. Quello che mi preoccupa è quanto questa scelta possa fiorire liberamente all’interno del bombardamento mediatico a cui siamo tutti sottoposti.

Tornando alla tematica del film, qual è il grande insegnamento che ti porti dietro dopo aver lavorato a questo progetto?

“L’incredibile potenza della verità. Aver visto da vicino il rapporto che Francesco ha instaurato con questi ragazzi, il significato profondo che ha avuto per loro partecipare al film ed essere presenti alla proiezione, testimoni dell’emozione provata al Sole Luna DOC.

Il film non finisce in sala e non si chiude con la loro sconfitta: l’amicizia tra Francesco e i ragazzi continua nella vita reale. Ed è questo il messaggio più bello. Il cinema come la musica, o le proiezioni come i concerti, sono parentesi magiche che catalizzano nello spazio e nel tempo emozioni vere, reali e umane. Qualsiasi cosa nasca da questa attenzione alla verità delle relazioni non può che essere profondamente bella e preziosa per ciascuno di noi.”

Progetti futuri?

Attualmente sto lavorando alle musiche del lungometraggio documentario Le due Madri di Giulia Di Maggio, prodotto da Nefertiti Film: un’opera profonda, personale e universale al tempo stesso, legata al tema della maternità e dell’appartenenza, che pone molte domande con una delicatezza di rara eleganza.

Nel frattempo, da febbraio ho iniziato la scrittura della mia prima opera lirica da camera, Fiori di Tarassaco, vincitrice del bando SIAE Per chi crea. La sto realizzando insieme al meraviglioso gruppo di produzione Moger, con cui in passato abbiamo già pubblicato bellissimi lavori per l’etichetta palermitana Almendra Music.

Per me l’opera è un mondo vicino al cinema sotto molti aspetti. Trovo questa sfida affascinante perché mi permette di creare universi narrativi attorno ai suoni e alle voci, immergendomi nell’esplorazione delle tecniche strumentali e nel timbro ibrido tra strumenti acustici ed elettronici. È una storia semplice ma profonda, che si avventura in quei territori complessi in cui l’amore fiorisce e sfiorisce parallelamente, accostando personaggi reali a figure oniriche e dimensioni esotiche a luoghi iperrealistici. È come se tutte le realtà coincidessero su un unico piano e le emozioni contrastanti coabitassero all’interno di un’unica dimensione sonora mistica.

Recensione

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