Per Francesco Di Fiore, regista, sceneggiatore e montatore di Vincerai Perderai “fare cinema è creare uno spazio d’incontro e lasciare che siano le persone, con le loro contraddizioni, a suggerire la forma del racconto”.
Nato a Napoli nel 1998, l’autore si è formato professionalmente al DAMS di Bologna e al Centro Sperimentale di Cinematografia – Sede Sicilia, da qui, il passaggio “naturale” al Sole Luna Doc Film Festival, dove lo abbiamo conosciuto, apprezzato e premiato!
Ha lo sguardo pieno di gioia e sogni, Francesco, dopo aver ricevuto la Menzione Speciale per la sua opera prima, un film che documenta il lavoro umano e sociale che si cela dietro la squadra del Palermo Calcio Popolare e lo fa immettendo nell’anima di chi guarda il film tante emozioni bellissime!
L’autore ci racconta che il suo percorso nel cinema è iniziato un po’ inconsapevolmente. “Da ragazzo avevo una piccola handycam per guardare e riguardare le persone che filmavo e che mi incuriosivano. Era un lavoro legato soprattutto a un’idea di memoria. Mi piaceva il fatto che la camera fosse al servizio della realtà e non il contrario, come succede nel cinema di finzione. Non c’era ancora un’idea di racconto, ma c’era già il desiderio di osservare e conservare qualcosa attraverso un’immagine.
Crescendo ho capito che quelle immagini avevano un valore proprio perché conservavano qualcosa che altrimenti si sarebbe perso. Per questo dopo il DAMS ho scelto di studiare regia documentaria a Palermo. Volevo approfondire questa strada e trovare gli strumenti giusti a portare avanti quel modo di usare la camera in modo più consapevole”.
La poetica di Francesco Di Fiore e la spinta che lo ha condotto fino alla realtà del Palermo Calcio Popolare
Da questo processo interiore, combinato alla ricerca, Francesco Di Fiore ha forgiato il suo sguardo registico, improntando spesso il focus dei suoi lavori sui “momenti di passaggio, il rapporto tra individuo e comunità, il modo in cui le persone cercano il proprio posto nel mondo. Mi piacciono i film collettivi,” – ammette – “dove ognuno porta un pezzo di sé e la realtà si restituisce nella somma di quelle sfumature”.
Ed è esattamente questo Vincerai Perderai: un film a cui hai lavorato per circa un anno e mezzo e che parla di collettività. Ma perché hai deciso di raccontare la realtà di Calcio Popolare?
“Il film nasce dal desiderio di avvicinarmi a un’età e a una generazione per me nuove. Nei primi anni al Centro Sperimentale avevo lavorato soprattutto con persone anziane, quindi con un rapporto molto diverso con il tempo, con la memoria, con il racconto. Arrivato al film di diploma mi è sembrato naturale andare nella direzione opposta, verso ragazzi molto giovani, ancora in formazione, pieni di energia e di contraddizioni.
C’era anche una domanda legata al mio vissuto. Vengo da Napoli, una città in cui negli ultimi anni, così come a Palermo e in altri territori del Sud, la generazione dei ragazzi viene spesso raccontata attraverso fatti di cronaca, episodi di violenza, situazioni che dall’esterno sembrano difficili da comprendere. Mi interessava avvicinarmi a loro con uno sguardo diverso, capire come stanno insieme, cosa desiderano, che rapporto hanno con gli adulti.
Il Palermo Calcio Popolare l’ho conosciuto tramite amici. Ne avevo sentito parlare, ma era una realtà a cui non mi ero mai avvicinato davvero concretamente, finché non ho incontrato Marco. Il calcio, quando ho iniziato a frequentarli, mi è sembrato subito un terreno concreto per raccontare quell’età, un luogo in cui i ragazzi sono leggeri e spensierati, ma anche costretti a misurarsi con regole e conseguenze.
Il film è nato davvero da quell’incontro, con Marco, poi con Victor, con i ragazzi e con le loro famiglie, che mi hanno permesso di entrare in un mondo molto intimo. Quella fiducia è stata la condizione per cui il film ha potuto esistere“.
La citazione di Danilo Dolci in Vincerai Perderai, film di Francesco Di Fiore

Il film inizia con una citazione di Danilo Dolci, qual è il tuo legame con questo autore e quanto la sua visione pedagogica ha influito sul tuo modus operandi?
“Conoscevo già Danilo Dolci, ma l’ho approfondito davvero una volta arrivato a Palermo, scoprendo la sua storia anche attraverso le testimonianze di Goffredo Fofi. C’è una frase sua, “ciascuno cresce solo se sognato”, che è entrata nel film come chiave di lettura e che ancora oggi mi guida quando lavoro con le persone che filmo.
Per Dolci, educare è prima di tutto un atto di franchezza. Significa mostrare la realtà per quella che è, anche quando è dura o ingiusta, restando leali con l’altro e con sé stessi. E vuol dire, insieme, continuare a immaginare chi si ha davanti oltre quello che è oggi. Sono due movimenti che si rafforzano a vicenda: la franchezza più dura diventa possibile proprio quando nasce dalla fiducia, quando chiede di più a chi credi capace di dare di più.
Marco e Victor nel film fanno esattamente questo. Non nascondono ai ragazzi che il Popolare ha meno mezzi di altre squadre, che i soldi mancano, che bisogna cercare sponsor, materiali, maglie, palloni, soluzioni. I ragazzi arrivano anche da una stagione in cui le hanno perse tutte e Marco e Victor trattano pure questo dato con la stessa franchezza, lo riconoscono apertamente, lo nominano. Il loro lavoro, però, è disinnescare dentro i ragazzi l’idea che la sconfitta sia già un destino, un’etichetta che dice chi sono e chi saranno sempre. Nominano con la stessa chiarezza le responsabilità individuali, se insulti l’arbitro, se molli, se ignori un richiamo, quella cosa ha un peso e ricade su tutti. Ed è proprio questa franchezza a permettere loro di chiedere ai ragazzi di continuare a crederci, anche quando i risultati dell’anno prima sembravano già dire il contrario.
Quello stesso sguardo ho provato a farlo mio dietro la camera. Volevo guardare la parte più luminosa di questi ragazzi, allo stesso modo in cui la guardavano Marco e Victor, la persona che stava ancora diventando qualcosa, anche dentro l’errore, più che i conflitti o le fragilità come un dato da esporre.
Credo che questo sia anche un principio educativo più generale e forse è proprio per questo che la visione di Dolci mi ha convinto così a fondo. Se guardi un ragazzo come un problema, è facile che si identifichi in quel problema. Se lo tratti come un bambino incapace di assumersi le proprie responsabilità, è facile che quelle responsabilità restino sempre fuori dalla sua portata. Se invece lo guardi come qualcuno capace di crescere, allora si gettano le basi per fiorire in modo più sano“.

Nella tua opera confluiscono diversi personaggi: chi ti ha sorpreso di più durante le riprese e perché?
“Più che una persona, a sorprendermi è stato un momento preciso. Gabriele parla con una ragazza che sta conoscendo, lei gli chiede che lavoro fa, lui risponde che lavora in un panificio. Lei gli dice, quasi stupita, ‘pensavo che venivi campato’ (cioè che tu fossi mantenuto dalla tua famiglia). E lui replica secco, quasi risentito, ‘io campato?’. Avere tredici anni e dare per scontato una dinamica del genere è quello che mi ha colpito di più.
In quella battuta c’è la prova concreta di qualcosa che nel film mi interessava molto, questa età non arriva come un pacchetto coerente. I concetti del mondo adulto, i soldi, il lavoro, la reputazione, il bisogno di essere indipendente, entrano nella testa di un ragazzo in modo sfasato rispetto al resto della persona. Gabriele ha già in testa il pensiero di guadagnarsi qualcosa da solo, e lo fa davvero da solo, con una responsabilità che porta già sulle sue spalle fuori dal campo.
Forse è proprio per questo che in campo succede quasi il contrario. Anche lì c’è una responsabilità, ogni gesto ha una conseguenza sulla squadra, ma è una responsabilità condivisa, non più portata da solo. Ed è questa differenza, credo, a restituirgli una leggerezza che fuori dal campo non si concede più, non l’assenza del peso, ma un peso che per la prima volta non è solo suo.
Credo che lo stesso meccanismo valga per tutti gli altri, anche se ognuno lo vive a modo suo, perché il calcio, in quanto spazio collettivo, restituisce a ciascuno un’esigenza diversa. A Fabrizio restituisce un posto in cui sentirsi parte di qualcosa. Samuele, che è il più impulsivo del gruppo, trova invece nello spazio collettivo un limite che da solo non incontrerebbe, la squadra lo mette di fronte al fatto che il suo errore riguarda tutti, e questo lo costringe a fare i conti con sé stesso più di qualsiasi regola o discorso.
Ed è anche da qui che nasce il desiderio di non dare il peso e il centro emotivo del film nelle mani di uno solo di loro. Ognuno cresce al proprio ritmo e mi interessava che ognuno portasse una sfumatura diversa della stessa età, invece che un singolo raccontarla tutta da solo“.
Vincerai Perderai: Francesco Di Fiore come il mister Marco, pochi mezzi e tanta passione!

Il mister Marco dice che il Popolare non ha niente da perdere, avendo pochi mezzi rispetto agli avversari. Tu che mezzi hai avuto per realizzare il film e come hai ovviato alle mancanze?
“Il mio modo di lavorare nasce dalla stessa scarsità di mezzi di cui parla Marco, riferendosi alla squadra.
Ho girato da solo, con la camera fornita dal Centro Sperimentale, senza fonico. È lo stesso approccio che la scuola insegna, fare tutto da soli, per essere autosufficienti in ogni fase della lavorazione. Mi hanno seguito i docenti di regia, di sviluppo e di montaggio nelle diverse fasi del percorso, ma sul campo, durante le riprese, si lavora in pochi e con pochi mezzi.
Quella scarsità, però, ha reso possibile qualcosa che con una troupe sarebbe stato difficile ottenere. Ho passato con i ragazzi molto tempo anche senza accendere la videocamera, semplicemente stando lì, agli allenamenti, in giro, nella loro quotidianità. Con il tempo si è creato un rapporto che andava oltre il film, un rapporto quotidiano, di amicizia. Ero diventato, per loro, semplicemente una persona che faceva parte delle loro giornate, più che il regista che stava girando un documentario. E credo che sia proprio questo, più della troupe che mancava, ad aver reso possibile l’intimità che si vede nel film”.
Cosa puoi dirci in merito al futuro di Vincerai Perderai? Avete già trovato una distribuzione?

“Al momento la distribuzione è ancora aperta. In questa fase se ne occupa il Centro Sperimentale e il circuito naturale, almeno all’inizio, sarà quello festivaliero.
Mi piacerebbe però che il film arrivasse anche altrove. Penso a centri sociali, scuole, associazioni che lavorano sul territorio come presidi educativi, e anche a realtà più underground, altre squadre, altre società popolari che fanno un lavoro simile a quello del Palermo Calcio Popolare. Mi sembra il contesto più coerente per un film che nasce da una realtà come il Popolare, che vive fuori dai circuiti ufficiali e che vorrei tornasse a parlare proprio a chi vive in contesti simili“.
Stai già lavorando alla tua prossima opera?
“Si, si intitola Campi Flegrei, un documentario in co-regia con Giuseppe Modafferi, co-finanziato da Film Commission Campania e dal bando Per Chi Crea di SIAE, prodotto da Zabriskie Palermo. Siamo attualmente in fase di post-produzione.
Il film è ambientato nel cuore dei Campi Flegrei, un’area vulcanica a ovest di Napoli, e segue diverse comunità che convivono ogni giorno con il rischio vulcanico e con il bradisismo, il lento sollevamento del suolo accompagnato da sciami sismici quasi continui. Anche qui manteniamo lo spirito del film collettivo a cui sono legato, più voci, più persone, ognuna che porta un pezzo della stessa condizione.
Per me è comunque un lavoro diverso da Vincerai Perderai, perché questa volta mi sono avvicinato a una realtà che conosco già da dentro. Abito in quel territorio, quindi sto raccontando anche qualcosa che riguarda me. È una posizione difficile e complessa, che mi costringe a tenere insieme lo sguardo di chi filma e quello di chi vive la stessa condizione delle persone che sta filmando.“





