Nel calendario persiano, il Nowruz rappresenta il “nuovo giorno”, la rinascita della natura, il dischiudersi della primavera che vince la durezza dell’inverno. È una metafora di speranza profonda quella che dà il titolo al documentario di Francesco Cannavà presentato in concorso nella sezione Miglior Documentario alla Festa del Cinema di Roma 2026: un racconto di formazione collettiva, di diaspora e di rivalsa che trova nel rettangolo verde di un campo da calcio il proprio epicentro politico ed emotivo.
A Torino, la squadra femminile amatoriale Homa riunisce un gruppo di giovani donne iraniane. Non ci sono ingaggi professionistici né logiche di classifica: quello che si gioca sul prato del Balon Mundial è un campionato di autodeterminazione. Costrette in patria a sottostare alla rigida repressione del regime e all’obbligo del velo, in Italia queste donne studiano, lavorano e scelgono di riappropriarsi dello spazio pubblico e del proprio corpo. Correre a capo scoperto, urlare dopo un gol, cadere e rialzarsi insieme non sono semplici azioni atletiche, ma gesti di disubbidienza pacifica e di affermazione identitaria.
Nowruz: racconto evita con cura ogni deriva retorica o consolatoria
Seguendo le protagoniste lungo l’arco di un anno, l’occhio di Cannavà si posiziona con discrezione ed empatia all’altezza del loro sguardo. Il film cattura con grazia la costruzione di una quotidianità nuova, dove la fatica del radicamento in un paese straniero viene mitigata dalla creazione di una rete d’affetto solida e accogliente. La squadra Homa cessa di essere una semplice formazione sportiva per trasformarsi in un microcosmo protetto, uno spazio sicuro in cui la nostalgia non paralizza, ma diventa carburante per la costruzione del futuro.
Tuttavia, il racconto evita con cura ogni deriva retorica o consolatoria. Quando la geopolitica e il fantasma della guerra irrompono improvvisamente nelle loro esistenze, la distanza dall’Iran si trasforma in un’angoscia palpabile. I telefoni che squillano, l’ansia per le famiglie rimaste a casa, la tensione per la sorte di un paese amato e ferito proiettano le protagoniste in un tempo sospeso. È proprio in questo scarto drammatico che Nowruz rivela la sua urgenza: mostrare come la condizione dell’esule sia un continuo equilibrio tra la vita che va avanti qua e il cuore rimasto incagliato là.
Una testimonianza luminosa

Dando voce e corpo a una generazione di donne iraniane troppo spesso ridotta a statistica o vittima passiva nei resoconti mediatici occidentali, Francesco Cannavà restituisce loro piena agency narratologica ed esistenziale. Le atlete di Homa non sono icone astratte, ma persone complesse, portatrici di sogni, fragilità, desideri e una strabiliante vitalità.
Nowruz si configura così come un’opera necessaria e vibrante, capace di ricordarci che la libertà non è mai un dato acquisito, ma una pratica quotidiana che si fonda sulla condivisione. Una testimonianza luminosa di come, persino di fronte alla sofferenza dell’esilio e alla barbarie della guerra, l’unione tra donne e il senso di comunità possano rappresentare la prima vera forma di salvezza e di rinascita.
Nowruz: una storia di indipendenza e libertà. Il calcio come rappresentazione di emancipazione

Nowruz mantiene fino all’ultimo la promessa insita nel suo nome. Nel perenne equilibrio dell’esule, diviso tra l’angoscia per la terra d’origine e la necessità di radicarsi altrove, il film individua nella comunità l’unico antidoto al trauma dello sradicamento. Attraverso lo sguardo empatico di Cannavà, la nostalgia smette di essere una condanna paralizzante e si trasforma in energia generativa. Nowruz diventa così la testimonianza luminosa di una primavera che non attende il favore delle stagioni, ma sboccia con forza nell’unione e nella disubbidienza.





