Johana e Alina, ragazze moldave intrappolate nel racket della prostituzione vivono le loro giornate perse. Corpi usati e straziati, usati e messi “a ferro e fuoco” da uomini che abusano di loro. Sono loro due delle donne di Il canto di Alina di Ilaria Braccialini, Federica Oriente – vincitore del Premio Salani al Trieste Alpe Adria 2025 -, al cinema dal 22 ottobre 2026, figure bloccate in un perimetro di aspettative soffocanti e di ferite, attraverso lei si racconta la sua lenta emersione dall’isolamento emotivo e la ricerca di un’autonomia che si fa riscatto. Si muove tra le maglie oscure e contraddittorie della tratta balcanica, la protagonista Johana, arrivata in Italia dalla Moldavia, assieme a Alina sopravvive a tutto ciò che le capita ma ad un ceto punto sarà costretta a far fronte a un evento drammatico.
Il film, prodotto dal collettivo indipendente Oxymoro Creative Studio con Akita Film, segue la parabola di Johana, una delle tante “sommerse” che, dopo il trauma della perdita dell’amica Alina e la violenza brutale del racket della prostituzione, trova la forza di ribellarsi e di riscattare il proprio futuro.
Quella che sulla carta potrebbe sembrare una lineare parabola di formazione si trasforma così, sul grande schermo, in una densa indagine sensoriale, capace di far coincidere il percorso della protagonista con un rigoroso studio sul linguaggio cinematografico. In un panorama contemporaneo spesso soffocato dalla saturazione visiva e da una frenesia narrativa d’accumulo, Il canto di Alina si impone come un’opera di rara densità sensoriale e rigore formale.
Il canto di Alina: il racconto di un corpo su cui tutto si abbatte

È il corpo di Johana, interpretata da un’intensa Caterina Truci, il punto nevralgico del film. In e su di esso, tutto passa e attraversa; è una vera e propria geografia drammaturgica. Un corpo martoriato dal peso dello sfruttamento, offeso dal voyeurismo dei clienti del racket. Johana incrocia un po’ di pace quando incontra Lorenzo, tassista friulano che la raccoglie, e la sua solitudine.
È nell’abitacolo di quell’auto, tra silenzi e sospensioni, che la macchina a mano delle registe Ilaria Braccialini e Federica Oriente si stringono su un volto incattivito dalla violenza. Il sangue che la macchia non è un orpello visivo, ma un dato biologico ed esistenziale, traccia visibile di un trauma che solo la reciprocità del dolore con Lorenzo riesce progressivamente a lenire. L’uomo con gentilezza cura, pulisce, lava quel corpo straziato e dilaniato, le prepara il cibo e prova a mostrale che non si deve aver paura di tutti.
Rifiutando ogni sentimento indulgente o pietistico, il film si affida a un linguaggio ibrido tra fiction e documentario, dove la camera a mano trascina lo spettatore nell’azione e restituisce la rudezza originaria di corpi usati senza alcuna attenzione.
Questo road movie senz’ombra di consolazione si snoda lungo strade deserte e città fantasma, attraversando un’Europa reale e spettrale, lontana da ogni idealizzazione. L’Austria inseguita dai protagonisti si rivela una fotografia grezza, un orizzonte quasi chimerico che mette a nudo le contraddizioni e le crudeltà che macchiano i confini del nostro continente. In questa rappresentazione del territorio e del viaggio come attraversamento interiore, la pellicola dialoga idealmente con l’eredità di Corso Salani, richiamando quella sua capacità unica di farci scoprire la segreta, dolorosa bellezza di un mondo e di un’Europa privi di barriere geografiche, ma ancora prigionieri dei propri muri invisibili.
Il canto di Alina è un road movie intenso e struggente

Sul piano formale, questa tensione etica si traduce in una scelta estetica netta e coraggiosa. La co-regia, nata dal confronto tra sguardi complementari e dal rifiuto consapevole della facile etichetta del “dramma femminile diretto da donne”, a favore di un lavoro collettivo arricchito da sensibilità non binarie, plasma un linguaggio cinematografico volutamente sporco. Sostenuta da una camera a mano che non si limita a osservare ma trascina lo spettatore dentro l’azione, l’opera costruisce un territorio ibrido e fluido tra finzione e rigore documentaristico, frutto di una ricerca condivisa con l’intero reparto tecnico. La macchina da presa resta tenacemente incollata ai corpi, registrando la rigidità coatta degli spazi chiusi della tratta per poi aprirsi alla fuga notturna in auto, dove Johana sequestra Lorenzo, un tassista friulano di mezza età diretto verso il confine austriaco. In questo road movie teso e claustrofobico, il rapporto violento e disfunzionale tra i due evolve in una difficile costruzione di rispetto e riconoscimento reciproco, fondati sul comune dolore della solitudine.
La regia firmata a quattro mani da Braccialini e Oriente costruisce una grammatica visiva di grande precisione, giocando costantemente sul contrasto tra campo e fuori campo, tra ciò che è manifestato e ciò che resta represso. L’uso reiterato di primi e primissimi piani non risponde mai a una facile ricerca del patetismo, bensì a un’analisi quasi documentaristica sulla verità dei volti. La macchina da presa resta tenacemente incollata alla protagonista, registrandone la progressione interna: dal silenzio coatto delle prime sequenze, in cui il corpo appare rigido, compresso in inquadratura e imbrigliato nel contesto che la circonda, fino al graduale disvelamento della propria voce.
In questa dinamica, anche gli spazi e gli ambienti smettono di essere mere quinte scenografiche per farsi cassa di risonanza dello stato d’animo della donna: la claustrofobia degli interni dell’avvio lascia progressivamente spazio a orizzonti più aperti e desaturati, specchio di una riconquista identitaria che passa prima di tutto attraverso la rielaborazione del reale.
Il canto di Alina: dal silenzio al canto per trovare il proprio posto

A sostenere questa architettura contribuisce un meticoloso disegno del suono. Il sonoro rifiuta l’illustrazione passiva per farsi cassa di risonanza dei respiri, degli ambienti e del trauma, mentre i silenzi assumono il peso specifico della memoria di Alina. Le interpretazioni, fondate sulla sottrazione e su una recitazione per micro-variazioni, evitano ogni enfasi retorica restituendo la complessità di universi distanti.
Pur registrando una lieve flessione ritmica nella sezione centrale del viaggio, dove l’indugio contemplativo dilata temporaneamente l’azione a favore dello scavo psicologico, l’impianto generale mantiene una straordinaria coesione autoriale.
Un’opera disperata che mostra la parabola di una giovane donna alla ricerca della propria libertà

Il canto di Alina è un’opera rigorosa e viscerale, capace di interrogare lo spettatore sul valore della memoria, sulla necessità della propria affermazione e sulla potenza catartica dell’arte. Un film che rivendica con forza il diritto al silenzio prima dell’urlo, lasciando un’impronta duratura anche a proiettore spento. Non si limita a strutturare una classica parabola di emancipazione o di attraversamento del trauma, ma sceglie di abitarne le pieghe più recondite, trasformando la materia sonora e la scansione spaziale nei veri perni drammaturgici dell’intera narrazione.





