Venezia 83 – Mare mosso: recensione del film di Roberto Cimpanelli

Mare mosso recensione NonSoloFilm.it

In concorso all’83ª Mostra del Cinema di Venezia, Mare mosso di Roberto Cimpanelli, si presenta come un neo-noir esistenziale.

Tratto dall’omonimo romanzo del regista, pubblicato per Marsilio, il film racconta la storia di Daniela (Beatrice Fiorentini), giovane sbandata, tossica e lesbica, che finisce a fare la barista in un locale della costa ostiense, il Pachanga. Qui la giovane stringe un’amicizia, che si trasforma in affetto e poi amore, con il pianista Massimo (Eduaardo Scarpetta), noto come Mani d’Oro. Attorno ai due girano malavitosi romani, poliziotti corrotti, poliziotti vigilanti e una certa umanità marginale.

Mare mosso: un neo-noir cinefilo

Cimpanelli scrive un film pieno di intrecci e colpi di scena, sullo stile del thriller statunitense, popolandolo, però, di personaggi tratti a forza da diverse tradizioni cinematografiche autoctone. Nella storia di Daniela si intravede un richiamo al cinema di Claudio Caligari, ovviamente depotenziato e addomesticato all’uopo. L’interesse per le comunità marginali e gli spazi extraurbani nei quali esse creano i loro rifugi, come il casotto dove abita Daniela, ricordano il cinema di derivazione pasoliniana – fra tutti Il casotto (Citti, 1977) appunto. In generale i personaggi e la storia criminale romanesca risentono dell’influenza di film come Suburra (Sollima, 2015) e serie come Romanzo criminale (Sollima,2008-10).

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Tutti questi echi appaiono, però, solo come velleità estetico-cinefile, atte ad abbellire una vicenda abbastanza insapore. I molteplici intrecci, infatti, risultano abbastanza convenzionali e i colpi di scena, spesso, arrivano in maniera quasi casuale. È vero che all’autore del film la trama noir interessa, più che altro, per costruire un frame narrativo, all’interno del quale scandagliare i temi del dolore, dell’amore, dell’identità spezzata e della rinascita/redenzione. D’altronde la sovrabbondanza di personaggi non permette di approfondire davvero la psicologia di nessuno di loro. Nella loro contraddittoria ambiguità alcuni protagonisti finiscono per risultare poco credibili. La caratterizzazione voyeuristica della messa in scena, nei rapporti saffici, è un po’ imbarazzante. Mentre l’idea che un classico amore eteronormato possa ricondurre sulla retta via un’ex-tossica lesbica (o bisex?), sarebbe comica, se non fosse che viviamo in tempi in cui questo tipo di baggianate stanno tornando di moda, neanche troppo lentamente.

Mare mosso. La maledizione del melodramma italiano

Si consideri pure che puntare sugli aspetti più melodrammatici di una vicenda criminale, spesso ne può dimezzare le potenzialità. Si mettono in secondo piano tutta una serie di riflessioni sui meccanismi del funzionamento sociale e sulle parti più oscure dei processi psicologici umani, per ricondurre tutto ad agnizioni, rapporti familiari malati e dolori legati all’impossibilità di avere una funzionale famiglia nucleare. Tutto ciò, insomma, che il noir, come genere, tradizionalmente cerca di mettere in crisi, svelandone i lati oscuri, nel film di Cimpanelli torna ad assumere un valore positivo, anche se attraverso una dolorosa assenza.

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La fotografia del film, curata, ma anch’essa abbastanza convenzionale – salvo alcuni sprazzi ispirati, come nella scena del poliziotto corrotto e la Madonna – sottolinea il carattere tutto sommato consolatorio, di una simile narrazione. Non adoperando quasi mai prospettive insolite o uso espressionista dell’illuminazione e, assestandosi su un realismo drammatico paratelevisivo, rende il film visivamente troppo simile a tanti altri.
In definitiva nonostante alcuni spunti interessanti siano presenti, soprattutto a livello di scrittura, Mare mosso finisce per essere un melodramma troppo convenzionale, che non si lascia mai davvero andare nei territori noir più inquietanti – e interessanti – cui comunque di tanto in tanto accenna.

Recensione

Regia—2,5
Sceneggiatura—3
Fotografia—2,5
Recitazione—2,5
Sonoro—3
Emozione—2
Media finale
2,6/5
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