Nell’estate che precede l’ultimo anno di liceo sull’isola di Okinawa, il tempo sembra dilatarsi. Tra bagni al mare, sbornie giovanili, salti spericolati dai ponti e un senso impalpabile di noia propria di quell’età in cui si può tutto ma alla fine non si fa nulla, Kamei (Naoto Shimajiri) e il suo gruppo di amici vivono in quel piccolo spazio di “terra”, un “purgatorio” che separa la giovinezza dalle incertezze dell’età adulta e del futuro. Tuttavia, ad Okinawa il paesaggio non è mai neutro: la presenza costante della base militare americana proietta un’ombra geopolitica e identitaria su tutta la comunità locale.
Questo è il punto su cui si costruisce The Color of the Sun, il film di Xavier Tera, in Sintonie di Alice nella Città, sezione autonoma e parallela all’interno della Festa del Cinema di Roma. L’equilibrio precario del gruppo s’incrina quando arriva Colin (West Mulholland), un ragazzo statunitense cresciuto proprio all’interno della base militare di Naha. L’incontro tra Kamei e Colin dà inizio ad un turbinio senza posa, e dal punto di vista narrativo si costruisce un coming of age intimo, sensuale e doloroso, dove il desiderio individuale s’intreccia inevitabilmente con tutto il resto.
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The Color of the Sun: un coming of the age intenso

Un punto fondamentale per analizzare il film è la formazione di Tera, lui è fotografo e la storia di The Color of the Sun parte proprio da un libro fotografico realizzato dallo stesso regista. Quelle foto rappresentano Ōjima, dove è ambientato gran parte del film, lì ha conosciuto un ragazzo ryūkyūano — termine autoctono per indicare gli abitanti di Okinawa — che ha un amico della base americana.
Quell’incontro ha colpito Tera, vederli parlare, incontrarsi ciascuno con la propria diversità, di lingua, cultura, e lo ha spinto a costruire una storia in movimento. Forse è questo il motivo per cui il film ha una forte componente visiva, la direzione della fotografia è stata affidata a Sayombhu Mukdeeprom, storico collaboratore di Apichatpong Weerasethakul e Luca Guadagnino – nonostante non sia Mukdeeprom a lavorare alla fotografia della serie, mentre si guarda The Color of the Sun, bussa alla porta della memoria la serie tv di Guadagnino, We Are Who We Are.
La storia di Kamei, il suo sguardo sul mondo, il suo desiderio, costruiscono un punto di vista ben definito. Kamei è spaventato perché crescere può essere anche terrorizzante, è sorpreso perché fare tutto per la prima volta è eccitante, è spaesato, anche e perfino da sé stesso. Ogni cosa che gli sta intorno è una novità, un paesaggio nuovo da scoprire, Tera per raccogliere queste parti di mondo sceglie il 35mm per catturare l’umidità dell’aria, il bagliore accecante del sole e il contrasto tra natura rigogliosa e costruzioni militari.
Kamei è in conflitto, è spezzato tra ciò che è e ciò che vorrebbe essere, tra ciò a cui appartiene e ciò a cui anela. A sostenere lo scontro ci sono luce e silenzi, spettri e fantasmagorie che brillano in una città anche’essa divisa tra “città civile” e “città militare”.
Tutto passa attraverso il corpo

Nel cinema di formazione, la costruzione dell’identità passa attraverso l’urto tra i corpi e lo spazio che la soggettività trova o di cui perde i propri confini. In The Color of the Sun, l’isola di Okinawa cessa di essere uno sfondo esotico o un semplice teatro di eventi per farsi organismo vivo e cicatrizzato, è qualcosa di diverso, capita anche in We Are Who We Are.
L’occupazione militare americana, onnipresente e pervasiva con le sue basi, recinta il territorio nello stesso modo in cui le norme sociali e culturali tentano di perimetrare le traiettorie dei giovani protagonisti. Il corpo di Kamei diventa il fulcro emotivo e politico dell’intera narrazione. Nell’estate della transizione verso l’età adulta, la sua pelle, esposta al sole abbacinante e bagnata dall’oceano, restituisce una fragilità corporea che rifiuta le categorizzazioni rigide. La macchina da presa non oggettifica, ma osserva la carne nel suo farsi materia sensibile: un corpo che cerca di definire se stesso in uno spazio conteso, stretto tra l’eredità storica dell’isola e la spinta verso un’autonomia ancora innominabile.
L’irruzione di Colin spezza l’apparente staticità del gruppo di amici. L’incontro tra Kamei e Colin è innanzitutto un contatto di pelle, sangue e ossa, un’esplorazione prima di tutto tattile che mette in cortocircuito l’opposizione geopolitica tra colonizzatore e colonizzato. Nel momento in cui nasce il desiderio tra i due, tutto va in cortocircuito, proprio dove tutto è regolato da costrutti ben precisi, e il loro rapporto non si piega alle etichette tradizionali della narrativa queer, è spinto da qualcosa di istintivo, che vuol dire anche riappropriarsi di sé attraverso l’altro.
Attraverso i movimenti, le esitazioni e la vicinanza fisica, Tera mette in scena una vera e propria fluidità identitaria in divenire. Il corpo di Colin rappresenta l’altro fascinoso e al tempo stesso l’ostacolo simbolico; l’abbraccio e lo scontro fisico con lui diventano il mezzo con cui Kamei saggia i propri limiti, scoprendo che la propria identità non è un dato monolitico ricevuto in eredità, ma una costruzione performativa, fragile e in costante ridefinizione.
The Color of the Sun: un’opera prima malinconica che racconta quanto è complesso crescere tra confini e aperture
Se da un lato la sceneggiatura, curata dallo stesso Tera, lascia volutamente alcuni snodi narrativi incompiuti, dall’altro il cast di giovanissimi restituisce una sincerità disarmante. Naoto Shimajiri offre un’interpretazione trattenuta e di grande vulnerabilità nei panni di Kamei, bilanciata dall’energia enigmatica di West Mulholland nel ruolo di Colin. The Color of the Sun è un film intenso e malinconico che tocca varie aree dell’animo umano, indaga con delicatezza sentimenti e strazi di chi sta crescendo inserendo l’elemento militare.






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