C’è un momento in Butterfly Jam, primo film inglese di Kantemir Balagov, presentato in concorso ad Alice nella città 2026, sezione autonoma e parallela all’interno della Festa del Cinema di Roma, in cui la notte urbana si trasforma in una strana partitura sonora, una sinfonia sbilenca di antifurti d’auto che risuonano nell’oscurità. È su cortocircuiti come questo che si riconosce lo sguardo di Balagov: un cinema che rifiuta la linearità rassicurante del dramma da camera per cercare crepe, storture e cortocircuiti visivi. Il regista cabardino non addomestica il proprio sguardo, ma lo usa come un bisturi per scardinare il mito della figura paterna.
Ambientato tra i vicoli di Newark, all’interno della comunità di immigrati circassi, il film segue il sedicenne Temir, l’esordiente Talha Akdogan, diviso tra gli allenamenti di lotta agonistica e il lavoro nel piccolo ristorante etnico di famiglia, gestito con fatica insieme alla zia Zalja (Riley Keough). Temir sta crescendo e lo fa all’ombra e accanto al padre Azik interpreatato da Barry Keoghan che dà una prova multisfaccettata. Non tutte le giornate sono facili per Temir, come capita sempre a chi è ragazzo, ma tutto per lui si semplifica quando guarda negli occhi, parla con il padre; il corso del film si complica e si fa drammatico proprio per le scelte e il carattere si Azik.
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Butterfly Jam: costruire sulle macerie della “casa del padre”

Nel compiere il suo primo film in lingua inglese, Balagov proietta la sua carica espressiva e la consueta intensità emotiva nel territorio impervio delle radici recise e delle dinamiche affettive. In seguito all’esplorazione delle tensioni corporee e dei traumi storici condotta in Tesnota e La ragazza d’autunno, l’autore firma con Butterfly Jam, scritto insieme a Marina Stepnova, un bruciante racconto di formazione e di scontro generazionale, imperniato sulla complessa convivenza tra un padre solo e un figlio alle soglie dell’età adulta.
A fare da perno emotivo al film è il legame viscerale e asimmetrico con il padre Azik, uomo irrisolto, perennemente in bilico tra l’ambizione di una rivincita personale e il crollo dinanzi alle proprie insicurezze, a cui Barry Keoghan dona una fragilità impaziente. Azik non è la classica figura autoritaria, ma un uomo incompiuto, un seducente affabulatore che maschera il proprio fallimento dietro ambizioni sproporzionate.
Per Temir, il genitore rappresenta inizialmente un punto di riferimento idolatrato; il ragazzo mentre le scelte avventate del padre incrinano la stabilità della famiglia, si ritrova costretto dolorosamente a mettere tutto in discussione. Il percorso di crescita e maturazione di Temir non passa solo attraverso l’emancipazione o la ribellione aperta, ma attraverso una consapevolezza più amara: capire che per diventare grande/uomo deve districarsi dall’ombra ingombrante delle illusioni paterne. In questo senso, la disciplina della lotta agonistica — con la sua costante tensione verso la stabilità e la padronanza fisica — agisce da perfetto controcanto al disordine interiore del protagonista, chiamato a liberarsi dal fardello di un’eredità emotiva rischiosa e ingombrante.
Il film si fonda sulle macerie dell’autorità paterna da sempre molto presente nel cinema di formazione, ma Balagov sceglie di non erigere nessun piedistallo da abbattere. In Butterfly Jam, la maschera della virilità e dell’autosufficienza non viene distrutta con violenza, ma lasciata sfaldarsi lentamente sotto il peso delle proprie inadeguatezze. Il racconto del legame tra Azik e suo figlio Temir diventa così la messa a nudo di una fragilità condivisa, dove la ricerca di riscatto maschile si svela per quello che è: un’illusione destinata a crollare.
La decostruzione del mito del maschio

A rendere Butterfly Jam uno snodo significativo e interessante all’interno del percorso autoriale di Balagov è la disinvoltura con cui decostruisce il mito del maschio, una smitizzazione rigorosa del paradigma patriarcale, spogliando l’immaginario virile delle sue impalcature per farne affiorare la strutturale precarietà, mettendone in luce la connaturata vulnerabilità. Il cineasta smonta le posture machiste evitando le trappole del classico realismo sociale: al rigore descrittivo preferisce scarti figurativi improvvisi, virate di colore incisive ed esplosioni dal sapore surreale.
Lo sguardo del regista conserva un’impronta energica, fisica e densa di suggestioni visive. Una sperimentazione estetica che accarezza senza timore le soglie dell’eccesso e del bizzarro, proprio per far affiorare, al di sotto dell’impalcatura drammatica, un’inedita e profonda vena di umana comprensione. A livello visivo, Balagov smarca la narrazione dai codici rigidi del cinema d’impegno sociale: la tavola cromatica curata da Jomo Fray si accende di toni saturi e bagliori notturni, mentre le partiture tese ed essenziali dei fratelli Evgueni & Sacha Galperine amplificano il clima di oppressione psicologica che avvolge i personaggi.
Questa è un’opera che non cerca l’omologazione ma sceglie la strada della contaminazione: un dramma familiare che sfiora il grottesco, carica le immagini di colori accesi e trasforma lo sradicamento culturale in un’indagine spietata — e a tratti dolorosamente tenera — sui legami di sangue.
Butterfly Jam: Una drammatica storia ruvida e profonda
Butterfly Jam si conferma così un tassello prezioso nel panorama contemporaneo: un film che non teme le proprie contraddizioni e che ci ricorda quanto possa essere doloroso, ma necessario, imparare sulle macerie dei propri modelli. Un dramma familiare ruvido e profondo, sorretto dall’alchimia conflittuale tra Barry Keoghan e il giovane Talha Akdogan. Balagov firma un racconto di formazione che scardina la retorica virile e interroga il peso dell’eredità affettiva.






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