Susan Sarandon: battaglie e segreti di una diva sempre pronta a saltare nel vuoto

susan sarandon nonsolofilm.it

Nata nel Queens, a New York, il 4 ottobre 1946, Susan Sarandon festeggia 80 anni nel 2026. Un traguardo impressionante per un’artista che riesce ancora ad attirare ruoli e sguardi in virtù di un magnetismo discreto e tuttavia calamitante, di un’apertura mai paga al mondo e alle infinite possibilità di avventurarcisi, di una volontà di vivere alle proprie condizioni e di portare sullo schermo donne che possono essere ordinarie o eccentriche, ma comunque subiscono, prima o poi, il richiamo dell’indipendenza e del desiderio di capire, più a fondo, sé stesse.

Primogenita di nove figli, riceve un’educazione cattolica dai genitori e dalle suore che si occupano della sua istruzione quando è ancora piccola. All’influenza della famiglia e della religione riesce tuttavia a sottrarsi presto, dando inizio a un processo di emancipazione che dura ancora oggi. Senza rimpianti né sensi di colpa. Nel segno di una libertà radicalmente difesa. Come anche Louise, uno dei suoi personaggi più celebri, Susan Sarandon è sempre stata pronta a saltare nel vuoto. Contro ogni forma di costrizione o prigionia.

L’infanzia di Susan Sarandon: l’educazione cattolica e i segreti di famiglia

Susan Sarandon è cresciuta in una famiglia numerosa. Prima di nove, tra fratelli e sorelle, nata a New York, trascorre infanzia e prima giovinezza nel New Jersey, a Edison, contea di Middlesex, in una casa situata in un’area residenziale circondata dai campi. I bambini della famiglia Tomalin – questo il cognome con cui l’attrice è nata, poi abbandonato per assumere quello del marito, conservato anche quando questo è diventato ex – dormivano stipati in due sole stanze, in letti a castello che rendono difficile difendere il proprio diritto alla riservatezza. Un ambiente caotico e vitale, quello nel quale la piccola Susan si trova immersa, anche se l’intera nidiata Tomalin viene educata alla parsimonia e alla ‘continenza’.

I suoi genitori sono Philip e Lenora: il primo, pubblicitario e cantante di night-club, di origini celtiche – un mix di ascendenze inglesi, irlandesi, gallesi –, la seconda, casalinga, di origini italiane, per la precisione siciliane e toscane. Lenora, la madre, era stata abbandonata in un istituto religioso gestito di suore quando aveva due anni. Sua figlia Susan avrebbe scoperto la verità sulle sue origini anni dopo, già grande: la nonna, Anita Regali, originaria di Ragusa, aveva messo al mondo la figlia Lenora – il nome è una storpiatura di Leonora – quando aveva appena tredici anni e, pur avendo cercato di mantenere i rapporti con la bambina, le era stato impedito proprio dalle suore a cui l’aveva lasciata. Quella della nonna materna di Susan Sarandon è stata una vita in salita, che l’ha portata anche a frequentare ambienti legati alla mafia.

Nella rispondenza tra vita e arte che sempre connota le scelte professionali degli attori, e che certamente ha rappresentato una motivazione per lei, è possibile che Sarandon abbia accettato il ruolo di Hattie, in Pretty Baby (1982), anche per elaborare la sofferenza materna per quell’abbandono subìto tanto precocemente e le cui ragioni le sono state rese note quando era già adulta.

Il film segnò il debutto americano del regista francese Louis Malle, di cui l’attrice si era innamorata alla fine degli anni Settanta, all’indomani della separazione definitiva dal marito Chris Sarandon: Hattie, una prostituta disillusa, per darsi la possibilità di vivere una vita migliore, sposa un cliente del bordello di New Orleans per cui lavora; per questo, abbandona temporaneamente la figlia Violet (Brooke Shields), dodicenne, la cui verginità viene poi messa in vendita dalla tenutaria del bordello.

Impossibile anche non pensare che il personaggio di suor Helen Prejean in Dead Man Walking (1995), che le è valso (finora) l’unico Oscar della sua carriera, possa essere stato per Sarandon un’occasione di ‘riparare’, attraverso la finzione, la fiducia incrinata nella Chiesa cattolica: Suor Helen è una donna ‘misericordiosa’ che accompagna spiritualmente un assassino (Sean Penn) alla sua esecuzione capitale senza giudicarlo né, d’altra parte, dimenticare la sofferenza delle famiglie delle due vittime, una coppia di fidanzati, su cui si è espressa la sua azione omicida.

“Per interpretare suor Helen“, ha detto una volta Sarandon, “Ho dovuto scordare tutte le suore incontrate nella mia vita“. Le suore che dicevano a sua madre che la donna che l’aveva lasciata da loro era una peccatrice che ha voluto gettarla via; quelle che, quando Susan frequentava le scuole cattoliche, la zittivano quando faceva domande perché la cosa più importante è “avere fede” e la curiosità e il desiderio di sapere non sono ad essa compatibili. “Ero una bambina compiacente, di quelle che ci tenevano a piacere agli adulti“, ha ricordato l’attrice in un’occasione, “Ero però anche una bambina intelligente, che non si accontentava di risposte date tanto per dare, una bambina voleva che tutto ciò che le veniva insegnato avesse una base logica, fosse logicamente giustificato“.

Susan Sarandon: una vita di battaglie, dal divorzio all’aborto (e non solo!)

La separazione dal marito, prima che il divorzio diventasse legale, l’aborto, le droghe, i figli a quarant’anni, gli arresti: una vita vissuta alle sue condizioni.

Nonostante ciò, o forse grazie a ciò, Sarandon non ha mai rinunciato a ragionare con la sua testa. Forse per fuggire all’oppressione del suo contesto d’origine e all’enorme influenza cattolica, ad appena vent’anni sposò Chris Sarandon, il suo primo fidanzato. I due si erano incontrati alla Catholic University of America, a Washington, dove entrambi studiavano teatro. Riuscirono a divorziare ufficialmente solo nel 1979, quando il divorzio divenne legale negli Stati Uniti, ma i due vivevano separati già dal 1975.

Qualche anno prima, Sarandon abortì il figlio che, durante una crisi matrimoniale, aveva concepito con un altro uomo, con cui ebbe una relazione passeggera durante una breve separazione dal marito avvenuta prima di quella definitiva: “A vent’anni, ho fatto le mie esperienze, droghe comprese: ho frequentato gli ambienti della controcultura, fatto le mie esplorazioni, com’è giusto. A quell’età non ero pronta per avere un figlio e, in più, quando è accaduto di restare incinta, sapevo che l‘uomo con cui era capitato non sarebbe rimasto a lungo nella mia vita“.

Susan Sarandon e i figli avuti “in età avanzata”

I suoi tre figli, Eva Amurri e Jack e Miles Robbins li ha avuti quando ha scelto lei: aveva già un’età al tempo considerata avanzata per avere gravidanze. La prima figlia, frutto della relazione con il regista Franco Amurri, è nata nel 1985, quando Sarandon aveva già compiuto 38 anni; l’ultimo, figlio del compagno (ora ex) di lungo corso Tim Robbins, lo ha avuto a 45 anni. “A quasi quarant’anni, prima di restare incinta di Eva, con una diagnosi di endometriosi, sapevo che le possibilità di restare incinta erano poche, se non nulle“, ha detto al Guardian in una delle poche interviste rilasciate sull’argomento, “La gravidanza è arrivata, è stata miracolosa, ma avevo messo in conto la possibilità che non arrivasse mai. Immaginavo comunque che avrei vissuta una vita piena, soddisfacente, anche senza figli“.

Susan Sarandon ha sempre anteposto la sua identità di donna a quella di madre, non sovrapponendo la seconda alla prima. Ha preferito la sua individualità alla sua ‘funzione’ all’interno di una coppia, la singolarità del desiderio proprio ai compromessi della partnership. Con Tim Robbins, regista a cui è stata legata dal 1988 al 2009, non ha mai considerato di sposarsi, nonostante i due figli avuti insieme e i tanti progetti condivisi: “Pensarsi una coppia è un modo di perdersi, di darsi per scontati, di dimenticarsi chi si è; è importante non smettere di scegliere, ogni giorno, con chi stare“.

Se è dunque vero che Susan Sarandon, con le sue scelte, ha dimostrato di essersi affrancata da una concezione sacrificale del femminile, dal senso di colpa cattolico e di avere, in generale, ripudiato la sua formazione così improntata alla morale religiosa, continua, a suo modo, a praticare una forma di spiritualità laica, che certamente presuppone un atto di fede (e di fiducia) nell’umanità.

La militanza politica è il suo modo di dare senso all’educazione ricevuta. “Tutte le religioni hanno qualcosa di buono da insegnare, spesso anche qualcosa di simile le une alle altre“, ha dichiarato, “Ma personalmente non credo che l’istituzionalizzazione di quegli insegnamenti sia una buona idea. Meglio ribellarsi, ma con il cuore aperto. Girarsi dall’altra parte è crudele, disumano“.

Susan Sarandon tra attivismo e arresti: “A separare recitazione e attivismo, solo un passo. Bisogna compierlo”

Il suo attivismo le è costato caro: l’ostracismo da parte di certi produttori di Hollywood, che hanno inserito il suo nome nella lista nera di chi alza voce contro la ‘soluzione finale’ dei sionisti, e, recentemente, anche un ennesimo arresto, il quinto. Lo scorso 24 settembre, infatti, mentre protestava contro il discorso del Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu all’Assemblea Generale dell’ONU e, insieme agli altri manifestanti, chiedeva la fine del genocidio palestinese e la liberazione della Palestina dall’occupazione israeliana, è stata fermata dalla polizia di New York.

Il primo dei cinque arresti è invece avvenuto, per disobbedienza civile, più di quarant’anni fa, nel 1982, quando l’attrice protestò contro la chiusura di Morosco Theatre, uno dei teatri storici di New York. L’episodio, divenuto celebre, è stato immortalato da una foto che si è consegnata alla leggenda: scattata dalla fotografa Yvonne Heimsey, mostra l’attrice mentre sorride, beffarda, all’obiettivo. È compiaciuta del suo gesto.

Il suo secondo arresto, nel 1999, è invece seguito alle proteste per la morte di Amadou Diallo, un immigrato guineano di ventidue anni, ucciso a New York da 41 colpi di pistola con cui gli agenti di polizia, pur vedendolo disarmato, lo hanno colpito. Nel 2018, insieme ad altre donne del movimento Women Disobey, si è inoltre resa protagonista di un’azione di protesta, a Washington, contro la rigida politica migratoria di Trump: anche questa volta Sarandon, insieme ad altre militanti, è stata arrestata. Nel maggio del 2023, inoltre, l’attrice è stata trattenuta all’interno del Parlamento dello Stato di New York durante una mobilitazione promossa dall’organizzazione One Fair Wage mirata a chiedere un salario minimo garantito ed equo per i lavoratori del settore della ristorazione così da scardinare la loro dipendenza dalle mance lasciate dai clienti.

“Tra recitazione ed attivismo, c’è solo un passo di distanza“, ha confidato Sarandon a chi le chiedesse perché rischiare un arresto per sostenere le cause in cui crede, “Se ti viene chiesto, nel tuo lavoro, di identificarti in qualcun altro, di immedesimarti in lui e di immaginarne il dolore e la rabbia che prova, be’, come puoi non far finta che questo non accada anche nella realtà e agire di conseguenza per provare a cambiare le cose?“.

Leggi anche Il corpo di Monica Bellucci tra Hollywood e cinema d’autore, desiderio e potere

Recensione

Condividi :

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *