Animals: recensione del thriller Netflix di e con Ben Affleck

Animals non parla di un rapimento. Il film diretto e interpretato da Ben Affleck parla di un confine. Affleck mette il suo Mark Kimball, candidato sindaco di Los Angeles, esattamente sulla linea sottile che separa la politica dalla predazione. Da un lato c’è l’uomo: il padre, il marito. Dall’altro c’è il politico: “un animale addestrato a trasformare ogni tragedia in consenso”. Il rapimento di suo figlio è l’esperimento perfetto. Gli tolgono il figlio e gli chiedono soldi che non ha, perché ha già investito tutto nella sua immagine di uomo credibile. E lì scatta il dilemma etico che regge tutto il film (disponibile dal 9 ottobre 2026 su Netflix): salvi tuo figlio o salvi la tua credibilità?

Animals: quando la maschera non cade, si incolla alla pelle

Perché per salvare il figlio, Mark deve fare tutto ciò che distruggerebbe la sua credibilità. Deve mentire, ricattare, allearsi con l’illegalità, sporcarsi le mani. Nel cast c’è anche Gillian Anderson, gelida come una lama che è l’unica a non avere illusioni sul potere. Ben Affleck è bravissimo a mostrare che ogni scelta di Mark è giustificabile presa singolarmente. “Lo faccio per mio figlio”. Ma sommate, disegnano un mostro. E qui arriva il tema più velenoso: il vantaggio. Il protagonista scopre che in politica il dolore è un asset. La sua famiglia è distrutta, la famiglia latina di Cecilia lo aiuta rischiando tutto, e persino i rapitori diventano materiale da campagna. E Il finale è spietato per questo. La sua credibilità non crolla, si ricicla. Il politico diventa martire, padre coraggioso, uomo del popolo.

E il confine tra etica e strategia non esiste più…

Qui c’è la tesi di Affleck: oggi la credibilità non è più “dimostro di essere coerente” ma “dimostro di saper raccontare meglio la mia incoerenza”. Il confine tra etica e strategia non esiste più. Esiste solo chi lo attraversa meglio senza farsi vedere. La credibilità di Mark diventa una valuta tossica. Più la spende , più perde valore. E il capovolgimento operato dal regista-sceneggiatore-interprete è questo. Mark non cade. Vince. Usa il dolore di suo figlio, il sangue di una famiglia immigrata che lo ha salvato e lo trasforma in un discorso per le telecamere. La sofferenza diventa slogan. La colpa diventa consenso.

Il potere come alchimia rovesciata

Alla fine il film non condanna Mark. Lo incorona. E questo è il suo tradimento più lucido. Animals ci dice che il vero vantaggio competitivo in politica oggi non è essere il più puro, ma essere il primo a capire che la purezza è scenografia. Chi vince non è chi non ha scheletri nell’armadio ma chi ha imparato a farci il guardaroba. Mark non ha salvato suo figlio nonostante la politica. Lo ha salvato usando la politica. E quando sorride alle telecamere, sporco di tutto, capisci che l’animale non è diventato uomo. Ma uomo che finalmente ha smesso di vergognarsi di essere animale. Kerry Washington, che interpreta sua moglie, è l’unica che non recita la parte. La vive. Una Abigail che guarda suo marito diventare sindaco nel momento esatto in cui smette di essere un uomo. Il film però non è perfetto. A volte ha paura del suo stesso cinismo, si tira indietro un secondo prima di diventare cattivo davvero e suggerisce che “siamo tutti addestrati a sembrare umani”. E che la credibilità non è la prova che l’addestramento ha funzionato, ma “il guinzaglio” più lungo che ci hanno concesso. Finché qualcuno non lo tira…

Recensione

Regia—3
Sceneggiatura—2,5
Fotografia—3
Recitazione—3,5
Sonoro—3
Emozione—2,5
Media finale
2,9/5
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