Tre indizi, a volte, fanno più di una prova: certificano talento e ambizioni di una delle voci più originali dell’horror contemporaneo. Il nome è Zach Cregger, e in carriera è stato: attore comico, sceneggiatore, produttore. Oggi è soprattutto regista. I suoi primi due film si chiamano Barbarian (2022) e Weapons (2025), horror d’autore e anche un po’ iconoclasti: modernizzano riscrivono il genere, senza scalfirne l’integrità o alienare lo spettatore.
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L’occasione per parlare di Zach Cregger ce la fornisce il terzo indizio, pardon, il terzo film. Resident Evil, in sala dal 17 settembre 2026, rappresenta il punto di massima ambizione nella carriera del regista americano. Il franchise cinematografico di cui il film è reboot (il secondo) non è piaciuto alla critica ma ha tenuto al botteghino. Questa, però, è solo metà della storia.
Resident Evil è anche anche uno dei videogiochi di maggior successo della storia e, dopo il trionfo di Weapons – incassi, plauso critico e l’Oscar, meritatissimo, alla non protagonista Amy Madigan – le aspettative intorno a Zach Cregger erano enormi.
Era lecito domandarsi, prima dell’uscita del film, se ce l’avrebbe fatta a inserirsi nel solco di un franchise in declino e a rivitalizzarlo, confermando le credenziali d’autore esibite dai primi due. Altrettanto lecito, ora che la misisone può dirsi compiuta, celebrarne il percorso e interrogarsi sul futuro.
Ecco qui, dunque, le cinque ragioni per cui Zach Cregger è un nome da seguire con molta, molta attenzione. Non solo nel suo genere di riferimento, che ovviamente è l’horror.
1. Con Resident Evil, Zach Cregger abbraccia un franchise senza perdere la sua identità

Il primo, originale. Il secondo, pure. Il terzo, no. Il successo dei primi due film di Zach Cregger è in totale controtendenza con le dinamiche attuali del cinema americano. In entrambi i casi si è trattato di soggetti originali, per quanto sorretti da una buona dose di citazionismo, basti pensare a Weapons e al debito d’influenza nei confronti dell’immaginario di Stephen King. Non c’è nulla di sbagliato nell’appoggiarsi a materiale preesistente. L’inganno hollywoodiano, semmai, è di portare la tendenza agli estremi grotteschi di una guerra contro l’originalità.
Era importante verificare la tenuta delle coordinate autoriali di Zach Cregger in un contesto diverso e soprattutto in un film diverso, che lo vincolasse, cioè, sul piano dell’ambientazione, del tipo d’azione e anche nella caratterizzazione dei personaggi (se ne riparlerà più avanti). La buona notizia è che, con Resident Evil, Zach Cregger ha risposto alla sfida nel modo giusto: ha abbracciato una saga consolidata e l’ha portata avanti senza smarrirsi, senza tradire vocazione e senso del suo cinema. La flessibilità, per un autore moderno, è tutto.
2. Zach Cregger è il regista giusto, al posto (nel genere) giusto

L’horror è una buona palestra per chi ha voglia di osare. A paragone della concorrenza, il genere concede tanta libertà creativa ai suoi registi, e per più di una ragione: il pubblico è stabile – viene più naturale spaventarsi in una sala affollata che in solitudine sul divano – i box office sono sostanziosi ma non fuori scala – lasciano spazio all’immaginazione – ed è possibile veicolare riflessioni sulla contemporaneità anche senza esporsi, restandosene magari al riparo di un immaginario fantastico e fuori dal tempo. Se Zach Cregger è il regista giusto, è anche perché si trova nel posto giusto: in un ambiente che non soffoca ma rispetta la creazione cinematografica.
Resident Evil, a differenza dei due grandi successi horror del 2026, Obsession e Backrooms, non è un soggetto originale, ma è rinfrescante come abbia giocato con gli stereotipi – del genere e del franchise – per partorire una visione originale. Zach Cregger ha talento e coraggio, ma il suo successo dipende anche dall’aver trovato l’ambiente giusto per crescere. Nessun genere è più vivo dell’horror.
3. Con Resident Evil, Zach Cregger dimostra di saper ottenere molto con poco

Un pigro luogo comune sul cinema commerciale è che funziona solo se è esagerato, spendaccione, infatilmente spettacolare. Non è così, e forse l’interpretazione rigorosa di questo assunto è una delle cause, se non la causa, del declino dei moderni cinecomic. Senza soldi non si va lontano, è chiaro. Ma il budget, la grandiosità fine a se stessa degli effetti, le star dal cachet mostruoso o le ingegnose campagne pubblicitarie non sono la risposta a nessun problema in particolare. Resident Evil è la dimostrazione che, anche senza esagerare, si può essere spettacolari.
Zach Cregger ottiene tanto con poco. Il film ha un solo protagonista, Austin Abrams, e l’estemporanea incursione di validi caratteristi come Paul Walter Hauser, Kali Reis e Zach Cherry. Ha una struttura coerente con l’originale videoludico – il viaggio/missione – si svolge in uno spazio e un tempo limitati e bilancia la fiscità disgustosa dell’horror con un solido (ed economico) lavoro sull’atmosfera. Zach Cregger ottiene molto con poco perché ha le idee chiare su come orientarlo per produrre i suoi effetti, che sono: narrativi, emotivi e, soprattutto, spettacolari.
4. Gli eroi di Zach Cregger sono antieroi

Cos’hanno in comune Justin Long (Barbarian), Julia Garner & Alden Ehrenreich (Weapons) e Austin Abrams? Sono tutti antieroi, lontani anni luce dal muscolare e stereotipato tipo eroico offerto dal cinema commerciale americano. L’autorialità di Zach Cregger si riflette nell’eleganza ruvida dell’immagine, nell’azione mai caotica, nel cocktail di atmosfera e violenza e nelle psicologie.
Gli eroi di Zach Cregger, vale anche per Resident Evil, sono imperfetti, moralmente ambigui, poco coraggiosi, a tratti opportunisti. Bryan (Austin Abrams), il protagonista di Resident Evil, è un volenteroso ma immaturo giovane uomo addestrato dalla vita a schivare le responsabilità. A un livello esistenziale, l’apocalisse zombi dovrebbe farlo crescere e maturare.
Il culto dell’antieroe disorienta lo spettatore, ma a fin di bene. Per Zach Cregger, togliere quanti più punti di riferimento è possibile serve a farci pensare fuori dagli schemi e a non essere troppo rigidi nelle nostre aspettative intorno al genere e ai suoi personaggi. Il protagonista di Resident Evil non sa come si fa a sparare? In questo, è proprio come come lo spettatore: dunque è impossibile non identificarsi. L’antieroismo serve. Salda il legame tra pubblico e personaggi.
5. Zach Cregger parte dall’horror, ma non è detto che ci resti dopo Resident Evil

Giocare con le aspettative. Destrutturare un certo eroismo. Avvicinare, al punto di confonderli, Bene e Male. Smorzare la cupezza dei toni con nero umorismo. Zach Cregger non si limita a fare cinema di genere, ma riflette sulle possibilità del genere nell’atto stesso della creazione. Lo svuotamento degli stereotipi e la mortificazione delle aspettative sono un tradimento, sì, ma felice: ribaltare il genere per saggiarne resistenza e malleabilità.
Esistono due tipi di autore: l’hitchcockiano e il kubrickiano. Il primo si muove per tutta la carriera all’interno di un ambito predeterminato senza staccarsene, e ogni film è un mattoncino che contribuisce a riscrivere le regole del gioco. Il secondo oscilla tra un genere e l’altro e trova, in uno sguardo senza confini netti, la sua coerenza e la sua ragion d’essere. I due tipi si equivalgono, in prestigio e necessità. In pochi sembrano in grado di scivolare dall’uno all’altro, e Zach Cregger sembra avere la stoffa per provarci.
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Resident Evil è un horror flessibile: innova il canone del franchise con apparente sobrietà, portando lo spettatore in zone diverse da quelle immaginate all’inizio. Il filo rosso nella carriera dell’autore americano è una sistematica aggressione alla prevedibilità e alle comode aspettative. Per ora, la fluidità dell’approccio è orientata a riscrivere, dall’interno, le regole dell’horror.
Nulla esclude che lo stesso meccanismo possa applicarsi anche a diversi tipi di storie o, più realisticamente, in un horror ancora più ambiguo. Resident Evil non colpisce solo per la poderosa mano di vernice fresca gettata su un franchise sonnolento ma anche per le ombre proiettate sul futuro del suo eclettico coraggioso autore.






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