Carrie: recensione della serie TV di Mike Flanagan su Prime Video

Carrie, recensione NonSoloFilm.it

“Duecento persone morte, la distruzione di un’intera città”. Le parole di Sue Snell (Siena Agudong) ci portano immediatamente alla tragedia di cui non sappiamo ancora nulla. La nuova Carrie di Mike Flanagan comincia, quindi, dalla fine: centinaia di morti, una scuola in fiamme, un’intera città devastata e le testimonianze dei sopravvissuti. Fin dall’inizio, ci domandiamo cosa possa essere accaduto. Ma chi è Carrie White? Una vittima, un mostro oppure – come spesso accade quando la violenza supera ogni limite – tutte queste cose insieme?

Da qui Mike Flanagan – creatore di serie come The Haunting of Hill House, The Haunting of Bly Manor, Midnight Mass, The Midnight Club e The Fall of the House of Usher – torna indietro nel tempo per ricostruire la storia di Carrie White (Summer H. Howell), un’adolescente cresciuta isolata dal mondo e sotto il controllo di una famiglia fondamentalista. Dopo la morte del padre, Carrie scopre e vive il mondo esterno per la prima volta ma, nonostante le sue speranze, non è come aveva immaginato. Ispirata dall’omonimo romanzo di Stephen King del 1974, la prima stagione di Carrie è disponibile in streaming su Prime Video dal 7 ottobre 2026.

La Carrie di Summer H. Howell, fragile e innocente

Carrie, recensione NonSoloFilm.it

Per chi conosce il lavoro di Mike Flanagan, basta una manciata di fotogrammi per ritrovare la sua inconfondibile firma visiva. Ancora una volta, prima della componente horror, il regista e sceneggiatore mette al centro i personaggi, le loro storie e i loro traumi, utilizzando il soprannaturale per far riflettere sulla vita, sulla morte e sulla natura umana con il suo lato oscuro. La caratteristica di Flanagan – la più amata – è la capacità di rileggere un classico dell’orrore come un dramma, un horror dell’anima. La serie, con i suoi otto episodi, amplia la storia di Stephen King e trasforma la tragedia di Chamberlain in un racconto in cui ogni bullo, insegnante e cittadino deve confrontarsi con le proprie responsabilità.

Flanagan fa i conti con una doppia eredità: quella del romanzo di King – che ha apprezzato parecchio il suo lavoro! – e quella del celebre adattamento cinematografico diretto da Brian De Palma nel 1976. La sua scelta è, però, quella di recuperare la struttura documentaristica del libro – costruito attraverso testimonianze e documenti – senza perdere di vista una chiave di lettura attuale. L’umiliazione di cui è vittima Carrie non nasce dal semplice bullismo: oggi parliamo di cyberbullismo, in un contesto in cui social e tecnologia mettono le nostre vite costantemente davanti agli occhi di tutti. Le radici, però, restano le stesse: intolleranza, fanatismo religioso, repressione e qualcuno da escludere e deridere.

La tragedia non viene raccontata soltanto attraverso gli occhi di Carrie, ma anche di quelli di chi l’ha perseguitata, di chi le è stato vicino e di chi, pur potendo intervenire, ha scelto di restare a guardare. È qui che la serie dimostra di aver compreso tanto King quanto De Palma: Flanagan non vuole una copia, ma ne raccoglie l’eredità indagando le ferite dei personaggi e le responsabilità di un’intera comunità. A interpretare Carrie è Summer H. Howell, che costruisce una protagonista fragile, curiosa, ingenua, con il forte desiderio di conoscere ciò che le è sempre stato negato (e che non ha nulla da invidiare alla Carrie di Sissy Spacek).

Carrie e Margaret

Carrie, recensione NonSoloFilm.it

Carrie non ha mai frequentato la scuola, non ha uno smartphone e non sa come funzionino le relazioni tra coetanei. Quando ha le prime mestruazioni, ancora una volta tutti la umiliano perché non conosce il proprio corpo e non sa cosa le stia accadendo. È un personaggio con cui è facile empatizzare: inizialmente, non riesce a difendersi dalle umiliazioni di cui è vittima e solo dopo si rende conto di poter utilizzare i propri poteri telecinetici. Flagan sceglie di farci conoscere una Carrie che, prima di essere un mostro, è una ragazza che vorrebbe soltanto essere accettata e vivere una vita normale.

A essere diverso rispetto alla Carrie di Stephen King è il rapporto tra la protagonista e sua madre Margaret (interpretata dalla eccezionale Samantha Sloyan, già presente in varie serie di Flanagan). Il personaggio di Margaret White è una donna divorata dal fanatismo religioso, convinta che il corpo femminile sia una manifestazione del peccato e che la figlia debba essere punita per la propria stessa esistenza. La religione è un suo modo per controllare la figlia e giustificare la violenza, impedendo a Carrie di conoscere il mondo.

La serie conserva alcuni elementi, senza alcun dubbio – come lo sgabuzzino delle preghiere – ma introduce dei momenti di complicità e affetto tra madre e figlia assenti o comunque meno sviluppati nel romanzo e nel film di De Palma. Margaret può essere crudele, manipolatrice e ossessiva – cosa di cui, comunque, Carrie poi la accusa – ma sa anche mostrarsi premurosa: “Il mondo non è gentile con persone come noi”, dice alla figlia in una frase che rivela quanto il suo fanatismo si intrecci con il bisogno di esercitare il controllo su Carrie.

Dal fanatismo religioso al cyberbullismo

Carrie, recensione NonSoloFilm.it

King non usa la telecinesi come semplice espediente fantasy, ma come metafora dell’esplosione di rabbia di chi non viene mai ascoltato né accettato. Fa, per l’appunto, riflettere anche sul fanatismo religioso, sulla violenza e sulla responsabilità di una comunità che prima emargina una persona e poi si stupisce delle conseguenze della propria crudeltà. Mike Flanagan racconta tutto ciò ricorrendo al formato seriale che sceglie per raccontarci ciò che precede e circonda la tragedia. Nel mondo di King, la violenza nasce da crudeltà adolescenziale e fanatismo religioso. Flanagan – come detto – a tutto questo aggiunge i social network, che rendono l’umiliazione una persecuzione praticamente continua.

Le offese vengono registrate e pubblicate online. Il profilo Instagram Carrie Red è un vero e proprio strumento di molestia. Flanagan allarga, poi, il discorso anche a disinformazione, intelligenza artificiale e alla crescente sfiducia nei confronti delle istituzioni. Anche le esercitazioni a scuola contro le sparatorie ci mostrano un mondo in cui la paura è stata normalizzata. La scuola dovrebbe essere un luogo di formazione, ma sembra incapace di proteggere chi è più vulnerabile. Vediamo adulti discutere e accusarsi a vicenda, mentre gli adolescenti continuano a farsi del male. E quando le istituzioni intervengono, spesso lo fanno troppo tardi o senza comprendere davvero ciò che sta accadendo.

La violenza è il prodotto di un ambiente che la tollera, la incoraggia e, a volte, la giustifica. La famosa scena del ballo è il momento in cui Carrie intravede, forse per la prima volta, la possibilità di una vita normale. Per qualche istante riesce a immaginarsi libera dal giudizio della madre e dalla crudeltà dei compagni. Quando viene colpita dal sangue, perde ogni speranza. Flanagan riesce a restituire alla scena tutta la sua forza drammatica e spaventosa, anche grazie all’interpretazione di Summer H. Howell.

Un finale aperto e una scommessa vinta

Carrie, recensione NonSoloFilm.it

Mike Flanagan dirige personalmente solo una parte degli episodi, alternandosi dietro la macchina da presa con registe del calibro di Axelle Carolyn, Hiromi Kamata, Kyra Sedgwick e Kate Siegel (volto iconico delle sue produzioni, nonché sua moglie). Anche in questo caso – come nei suoi altri lavori – Flanagan ricorre all’orrore come metafora del trauma, approfondendo la psicologia dei personaggi.

Sul fronte del cast, spicca la prova di Summer H. Howell, mentre Siena Agudong, Alison Thornton e Joel Oulette interpretano Sue Snell, Chris Hargensen e Tommy Ross. Samantha Sloyan – già presente in molti lavori di Flanagan – costruisce una Margaret White inquietante e ambigua. Completano il cast, tra gli altri, Amber Midthunder, Matthew Lillard, Tim Bagley e Heather Graham. Ma non mancano volti familiari agli appassionati dell’universo di Flanagan come Kate Siegel e Rahul Kohli, oltre ad alcuni interpreti di Battlestar Galactica (Michael Trucco, Tahmont Penikett, Katee Sackhoff, Tricia Helfer, Rekha Sharma e Aaron Douglas).

La nuova versione di Carrie può, comunque, essere considerata a mani basse una scommessa vinta. Mike Flanagan rivede il classico di Stephen King senza limitarsi a riproporne le scene più celebri, ma sposta l’attenzione dalla vendetta alle responsabilità di una comunità incapace di proteggere chi è più vulnerabile. Il risultato è un adattamento che conserva la forza tragica della storia originale e la collega alla violenza di oggi. Più che raccontare la nascita di un mostro, la serie mostra come una società possa contribuire a crearlo! Dulcis in fundo, Flanagan decide di non chiudere il cerchio: il finale resta aperto alla possibilità di una prosecuzione per raccontare nuovi inquietanti capitoli.

Recensione

Regia—5
Sceneggiatura—4,5
Fotografia—4
Recitazione—5
Sonoro—4
Emozione—4
Media finale
4,4/5
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