Le parole hanno un peso, una forma, un significato. Ci sono parole dette, parole non dette, parole ascoltate e altre che faticano a trovare qualcuno disposto ad ascoltarle. E poi ci sono le parole dei più giovani, quelle sincere, spontanee, talvolta ingenue, spesso più consapevoli di quanto si possa immaginare. Parole che raccontano paure, desideri, aspettative, ma soprattutto la necessità di essere ascoltati. È proprio dall’ascolto che nasce Parla con me, il documentario di Sophie Chiarello, un’opera che pone una lente d’ingrandimento sulla valenza pedagogica dell’arte, sul cinema e sul teatro come strumenti di educazione, conoscenza e relazione. Due linguaggi differenti che qui si incontrano e condividono un intento comune: offrire ai ragazzi la possibilità di raccontarsi, prima ancora di essere raccontati.
La regista italo-francese, già autrice de Il cerchio, premiato ai David di Donatello, e di Attitudini: nessuna, dedicato ad Aldo, Giovanni e Giacomo e vincitore del Nastro d’Argento come Documentario dell’anno, torna a rivolgere il proprio sguardo alle persone e alle loro relazioni. Presentato nella sezione Panorama Italia – Proiezioni speciali di Alice nella Città 2026, Parla con me è un mediometraggio di circa un’ora che cerca di restituire la complessità di un’età in cui tutto sembra ancora possibile, ma qualcosa comincia già a essere deciso.
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Le parole per dirlo
Lecce, quartiere 167. Tra i palazzoni di edilizia popolare, una scuola e un piccolo teatro di periferia, quindici ragazzi e ragazze partecipano a un laboratorio di cinema e teatro. Sono studenti dell’Istituto Comprensivo P. Stomeo–G. Zimbalo, adolescenti alle prese con uno dei primi grandi interrogativi della propria esistenza: cosa fare da grandi? O, più concretamente, quale percorso di studi intraprendere dopo la scuola media? Una scelta apparentemente ordinaria che, a dodici o tredici anni, può assumere proporzioni enormi, soprattutto quando il futuro sembra ancora qualcosa di astratto, lontano, difficile persino da immaginare.

Guidati da Sophie Chiarello e da Ippolito Chiarello, attore e regista di Nasca il Teatro, i ragazzi si confrontano con le proprie aspettative, paure e possibilità. Il teatro diventa un luogo d’incontro e sperimentazione, mentre il cinema permette di spostare il punto di vista, trasformando i protagonisti in autori. Con una macchina da presa tra le mani, i giovani intervistano i genitori, chiedono loro di raccontare l’adolescenza, le scelte compiute e i sogni realizzati o abbandonati. Nel frattempo osservano il quartiere in cui crescono, i suoi spazi e le sue contraddizioni. Ne emerge un racconto corale, sospeso tra passato e futuro, nel quale due generazioni provano a ritrovare un linguaggio comune.
A scuola di sguardi
Il cinema è anche uno strumento educativo, il teatro è anche un esercizio di ascolto. In Parla con me questa duplice funzione non viene soltanto raccontata, ma diventa il principio stesso attorno al quale si costruisce il documentario. L’arte non è semplicemente qualcosa da apprendere, ma qualcosa attraverso cui apprendere, uno spazio nel quale sperimentare se stessi e riconoscere l’altro. I ragazzi parlano, discutono, giocano, si interrogano, alternando momenti di leggerezza ad altri di sorprendente consapevolezza. Il passaggio dalla parola alla rappresentazione restituisce così il valore di un percorso che è prima di tutto umano.
Sophie Chiarello osserva questo piccolo universo senza sovraccaricarlo di significati. La sua è una regia esperta, attenta alla composizione delle inquadrature, alla fotografia e a un montaggio capace di accompagnare le diverse voci senza disperderne il senso. La struttura resta piuttosto classica, senza particolari invenzioni nella scrittura documentaristica, ma trova nella naturalezza dei protagonisti un elemento di distinzione. Le interviste non assumono sempre la rigidità della testimonianza frontale: diventano conversazioni, occasioni di scambio, momenti nei quali la macchina da presa sembra farsi meno ingombrante.

C’è poi la questione del tempo, quello cinematografico e quello della crescita. Con una durata di circa sessanta minuti, Parla con me sceglie una misura coerente con la natura del progetto. Non un lungometraggio dilatato alla ricerca di una complessità ulteriore, ma nemmeno un breve resoconto di un’esperienza scolastica. Il mediometraggio diventa una forma narrativa funzionale, sufficientemente ampia da attraversare più aspetti del percorso e abbastanza contenuta da evitare una ridondanza che avrebbe rischiato di appesantirlo.
Parla con me: fuori luogo, dentro il mondo
La periferia non è soltanto il luogo nel quale si svolge il documentario, ma una delle sue questioni centrali. Quanto possono incidere il contesto sociale, la famiglia, le possibilità economiche e culturali sull’immaginazione di un adolescente? E quanto è davvero libera una scelta compiuta quando ancora non si conoscono tutte le alternative? La regista, cresciuta a sua volta in una periferia parigina, sembra interrogarsi su questi confini senza pretendere risposte definitive. Nel quartiere 167, grazie al lavoro dell’associazione Eutopia, della scuola e di Nasca il Teatro, l’arte diventa una possibilità concreta di allargare gli orizzonti, costruire comunità e immaginare qualcosa che prima sembrava irraggiungibile.
Parla con me non reinventa il documentario, né cerca necessariamente di farlo. La sua forza risiede nella sincerità del progetto, nella sensibilità dello sguardo e nella capacità di restituire dignità cinematografica a una realtà che troppo spesso rimane ai margini della rappresentazione. Un’opera ben realizzata, tecnicamente solida, che trova nella spontaneità dei protagonisti e nella comunione d’intenti tra cinema e teatro le proprie qualità migliori. Perché educare significa anche offrire strumenti per immaginare, e immaginare significa, qualche volta, cominciare a cambiare. Ma prima di tutto, per farlo, bisogna trovare qualcuno disposto ad ascoltare.






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