Venezia 83 – Bunker: recensione del film drammatico con Penélope Cruz e Javier Bardem

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Marito e moglie conducono una vita perfetta fino a quando a lui non viene commissionato la costruzione di un bunker: comincia così l’Odissea psicologica del film di Florian Zeller, presentato a Venezia 83. Javier Bardem e Penélope Cruz recitano in coppia in un dramma che affronta il tema dell’incomunicabilità emotiva.

Come già aveva fatto in The Father – Nulla è come sembra, il regista francese si affida ai dialoghi per far emergere incomprensioni, verità e bugie.

Miguel e Sofia si sono trasferiti anni fa da Madrid a Londra, dove vivono insieme alle due figlie, per inseguire i sogni di lui, un architetto di fama mondiale. Lei si occupa di narrativa presso una casa editrice che è sul punto di pubblicare il libro di un esordiente scrittore americano. Una mattina vengono svegliati da un rumore sordo; c’è un uomo che sta martellando il muro che lo separa dal loro giardino e che si affaccia alla loro proprietà.

Bunker: un matrimonio in trappola in tutti i sensi

L’inizio è comico, fa sorridere con un Bardem che sembra giocare il ruolo di spalla goliardica al fianco di una Cruz matura e più introspettiva. Zeller, che ha curato anche la sceneggiatura, fa del bunker la metafora perfetta per descrivere il rapporto di coppia. E si trova avvantaggiato ad avere sul set due attori, insieme anche nella vita reale, in grado di recitare solamente con lo sguardo.

E pian piano che la storia prosegue è facile individuare che il bunker che Miguel sta progettando per conto di un miliardario capriccioso (con il volto di Paul Dano) non è solo in senso figurato. Ma anche letterale. Tra moglie e marito comincia ad alzarsi una barriera che lentamente li divide. Non riescono a comunicare: lui è troppo pieno di sé, inizia ad ossessionarsi dal vicino (Stephen Graham, un inglese doc) che ogni giorno buca quel muro. E come quel miliardario impaurito per il suo futuro, anche Miguel prova le stesse sensazioni. Sofia si ridimensiona e trova conforto nelle serate fuori casa, dove può evadere da un matrimonio che sta diventando una trappola.

Bunker: un film troppo didascalico, fine a sé stesso

Bunker prosegue con un ritmo talvolta veloce, talvolta calmo, sforzandosi di trovare un equilibrio che non esiste. Esattamente come la sua coppia di protagonisti. La scrittura la fa da padrona e, come descritto anche prima, Zeller è molto bravo nel mettere in scena un dramma familiare a due. Tuttavia il film risulta fin troppo didascalico, non permettendo allo spettatore di trarre le sue conclusioni.

Bunker cura i dettagli, fa affidamento sulla chimica tra la sua coppia di attori. Javier Bardem e Penélope Cruz, però, non bastano a salvare un film che vorrebbe raccontare tanto, ma che rimane aggrovigliato su sé stesso. I due riescono a tirar fuori i punti di vista dei loro rispettivi personaggi, anche se sono limitati da una scrittura che impedisce di scavare a fondo nel dramma di coppia. La tensione si accumula man mano che la storia prosegue, arrivando ad esplodere in un finale non in linea con l’intera narrazione.

Siamo di fronte a un Florian Zeller diverso da quello che aveva diretto The Father, con Anthony Hopkins e Olivia Colman a sfidarsi in scena a colpi di dialoghi dettati da estrema convinzione. In Bunker, il regista rimane in superficie, non riuscendo letteralmente a scavare oltre quel muro che divide i due coniugi. Il finale appare forzato, quasi come se Zeller fosse costretto a trovare una soluzione col rischio di trasformare la storia in qualcos’altro. Ed è un peccato: Bunker è visivamente buono, le interpretazioni sono impeccabili. Manca, però, quel pathos emotivo che la storia richiede.

Recensione

Regia—3
Sceneggiatura—2,5
Fotografia—3
Recitazione—3
Sonoro—2,5
Emozione—2,5
Media finale
2,8/5
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