Fatherland: recensione del film di Pawel Pawlikowski premiato a Cannes – ROFF 21

Fatherland

Nella Germania del 49, Thomas Mann e sua figlia Erika intraprendono un viaggio on the road attraverso una nazione spaccata in due: Fatherland significa “patria”, quella in cui padre e figlia devono fare i conti con il loro complesso rapporto, e con un paese che ancora vive all’ombra del loro recente passato. Hanns Zischler e Sandra Hüller sono rispettivamente lo scrittore Mann e la figlia Erika. Lui è tornato in patria per la prima volta dall’ascesa al potere di Adolf Hitler ed è atteso trionfante da una parte all’altra della Germania. Lei, silenziosa e ubbidente, gli fa da assistente, traduttrice e tassista in giro per il Paese. Un viaggio on the road su cui aleggia l’ombra del fratello suicida di Erika, nonché il figlio meno amato da Thomas Mann. 

Con Fatherland, Pawel Pawlikowski conclude la sua trilogia storica in bianco e nero iniziata nel 2013 con il film premio Oscar Ida e proseguita con Cold War nel 2018. Lo stile visivo è ancora una volta affidato a Łukasz Żal e al formato compatto (1,33:1), che rende ogni inquadratura soffocante all’interno di un medesimo frame.

Fatherland: bello da vedere, faticoso da seguire

Storicamente, Thomas Mann lasciò la Germania per via della sua opposizione al regime nazista e perché la moglie Katia era ebrea. Rimase in esilio volontario per sedici anni, finché vi tornò nel 1949 per ricevere il prestigioso Premio Goethe a Francoforte. La prima tematica che affronta Pawlikowski è nel titolo stesso: di quale patria stiamo parlando? Quale Paese considera la sua casa? Gli Stati Uniti, dove divenne cittadino americano anni prima, oppure la Germania, dove vi ha fatto ritorno dopo la caduta di Hitler? La nazione tedesca è in preda a un risveglio silenzioso: da un lato c’è l’aristocrazia intellettuale dell’epoca che ancora non sa decidere da che parte schierarsi, dall’altra c’è chi cerca di ricostruirsi moralmente dalle macerie del Nazismo.

Ed è qui che si innesca il dramma familiare. Il regista polacco, servendosi di una sceneggiatura scritta a quattro mani con Hendrik Handloegten, lascia trasparire ben poco. Sono più i silenzi, quelli tra padre e figlia in auto, a parlare. A volte la narrazione sembra sfuggire al controllo del regista stesso poiché i personaggi vorrebbero esternare qualcosa, ma sono limitati nelle loro azioni. Sandra Hüller offre una prova attoriale solida, e nei momenti di maggiore pathos, sa come gestire una Erika provata e controllata, che alla fine esplode contro un padre troppo chiuso nelle sue idee politiche e intellettuali. Mann è il classico “uomo di lettere” che vuole cambiare il mondo con i suoi grandi discorsi e sogna di unire una nazione divisa a metà facendo elogi a Goethe.

La breve durata del film e l’accumulo dei tanti silenzi (a volte troppi) tra padre e figlia contribuiscono a rendere, purtroppo, la narrazione soporifera. Il regista polacco cura molto l’estetica, come sottolineato prima, attraverso l’uso del bianco e nero, una fotografia rigorosa e il format claustrofobico, ma sembra curarsi meno del ritmo. La scelta di non spiegare mai chiaramente il contesto storico, come anche i rapporti di Mann con gli altri figli (non si chiarisce mai del tutto quale sia il motivo per cui disprezzi Klaus), rimangono in superficie, senza alcun approfondimento, lasciando quindi lo spettatore disorientato e senza possibilità di trovare empatia o un aggancio emotivo.

Fatherland è un esercizio di stile per chi ama il cinema di Pawlikowski: bello in superficie, ma faticoso da seguire.

Recensione

Regia—3,5
Sceneggiatura—3
Fotografia—3
Recitazione—3,5
Sonoro—2,5
Emozione—3
Media finale
3,1/5
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