L’Isola dei Ricordi: recensione del film di Joel Crawford e Januel Mercado

L'Isola dei Ricordi recensione NonSoloFilm.it

È sempre curioso quando un film non si fa bastare una sola parola chiave. L’Isola dei Ricordi fa parte della categoria; è costruito su un’idea semplice e vera restituita con ritmo indiavolato e colore, e proprio la dialettica tra semplicità e densità rende necessaria una sintesi articolata. Le parole chiave sono troppe o forse no, sembrano tirare il film per la giacca, spingerlo verso tante direzioni diverse, ma in realtà puntano allo stesso, commovente, repertorio sentimentale: tempo, memoria, ricordi, amicizia. Il film DreamWorks Animation (Dragon Trainer, Il robot selvaggio) è diretto da Joel Crawford e Januel Mercado ed è il tipico prodotto dell’animazione moderna per la trasversalità degli stili, i debiti d’ispirazione, i caratteri, l’azione.

Non è sempre un pregio; oltre un’incredibile vitalità, il film non rielabora le fonti al punto, auspicabile, di farle sue. Ma è un peccato rimediabile, e da solo non giustifica un bilancio negativo. Forse l’ultima e definitiva parola spiega il film più delle altre: nostalgia. Fortunatamente, L’Isola dei Ricordi usa la nostalgia nel modo appropriato, integro, come veicolo per le emozioni e senza particolari tracce di cinismo.

L’Isola dei Ricordi: una notte (e una mattina) da leonesse per Jo e Raissa

L'Isola dei Ricordi recensione NonSoloFilm.it

Siamo nelle Filippine, ed è la storia di Jo e Raissa. Si conoscono da piccole e diventano subito migliori amiche, per l’incastro quasi prodigioso – capita, a volte – di affinità e differenze. Sono lontane caratterialmente, una è sregolata, l’altra razionale e meticolosa, ma condividono la stessa condizione di marginalità, a scuola e nella vita (pochi amici), e l’immaginazione. Non si accontentano del mondo così com’è, sono geneticamente predisposte a aggiungerci sempre una nota di colore. Sognano di finire sull’isola magica di Nakali, un luogo fuori del tempo popolato di strambe figure e demoni della mitologia filippina. Sono le uniche a crederci, e non possono andarci finché il Nakali non le accoglie. Succede nei minuti di recupero della loro amicizia, mentre stanno per prendere altre strade, finito il liceo e dopo il diploma.  

E nell’istante in cui entra nel Nakali, L’Isola dei Ricordi comincia a sciorinare il nutrito catalogo di influenze che contribuiscono a definirne struttura, toni e sentimento. Joel Crawford e Januel Mercado – regia e anche lo script a quattro mani, hanno fatto tutto loro – costruiscono un film cocciutamente ibrido e al corrente dei trend più caldi dell’animazione contemporanea (e non solo). L’Isola dei Ricordi proietta una mitologia localizzata geograficamente – Filippine – su uno sfondo di valori e sentimenti universali, rendendola accessibile senza svilirne l’unicità.

L’incastro di regionalismo e appeal globale chiama in causa e l’immaginario ispanico/latinoamericano esportato a ogni latitudine dalla Disney con Coco ed Encanto; è successo non troppi anni fa. Va poi aggiunto che la notte di scorribande delle protagoniste su e giù per il Nakali con il cane-uomo Raww – una notte da leonesse, potrebbe essere il titolo ombra – guarda esplicitamente all’estetica e agli schemi della moderna commedia americana. In realtà e saggiamente, il film evita di raccontare la folle prima notte nel Nakali delle ragazze, concentrandosi su quello che succede a partire dalla mattina dopo. Jo e Raissa non ricordano più nulla. La sfida è trovare un modo per tornarsene a casa conservando intatta la loro amicizia, senza disperdere i ricordi della loro preziosissima amicizia, perché il Nakali agisce in modo subdolo sulla memoria, ne ha un gran appetito.

Va il racconto, senza un attimo di tregua. Nell’attitudine sopra le righe delle ragazze, per come immagina le strane creature del Nakali – i demoni Batiba e la terribile Manananggal – e nei continui cambi di tono riflette il colossale debito d’ispirazione verso il mondo anime. Ha ragione chi, in Italia e fuori, sottolinea l’affinità spirituale tra l’ibrida natura del film e il mix di influenze anime/occidentali esploso con il fenomeno KPop Demon Hunters. L’efficacia è diversa ma partono entrambi dalla stessa filosofia, da un comune e moderno senso dello spettacolo.

Citazionismo sregolato, ma tanta sincera emozione e un gran ritmo

L'Isola dei Ricordi NonSoloFilm.it; recensione

Come elogio dell’amicizia, del contributo altrui nella definizione dell’identità, come saggio sull’importanza del tempo e della memoria, come sottile riflessione sulle storie e l’importanza dell’immaginazione nella vita individuale e collettiva, L’Isola dei Ricordi è un calibrato e nostalgico film d’animazione costruito per soddisfare, con efficacia trasversale e non sovrapponibile, le aspettative di tutta la famiglia. Una riflessione dall’elementare purezza, di cuore più che di testa, emotivamente sincera, non troppo approfondita (sarebbe chiedere troppo), commovente senza eccessi ruffiani. Come recap delle principali tendenze dell’animazione il film ha il pregio di saper guardare nelle direzioni giuste, valga per le caratterizzazioni al femminile e l’ibridazione anime/Occidente, e il difetto di rendere troppo espliciti i riferimenti.

La sintesi del materiale preesistente è solo parziale, e non arriva a ricombinarli in modo inedito. Joel Crawford e Januel Mercado girano un film citazionista innamorato delle sue citazioni; servirebbe un’altra aggressività, iconoclasta, e più voglia di spingere sul pedale della dilatazione, della deformazione, della riscrittura. L’Isola dei Ricordi si ferma a poca distanza dal traguardo di una originalità rifrescante, che pure era alla sua portata. A riscattarlo dal sotterraneo timore per l’originalità c’è la velocità, l’esuberanza, l’instancabile battito di una narrazione che non ha paura di trascinare lo spettatore nel vortice di luce, suono e forti emozioni. Combinando avventura e cambi di ritmo – riflessi, a livello formale, dallo scivolamento tra diversi stili d’animazione – il film riconosce apertamente, e nel modo più felice, la sua ammirata gratitudine all’universo anime.

È la cosa migliore qui, oltre ovviamente al legame tra Jo e Raissa: esagerato, commovente, a volte aspro ma sempre reale, anche quando non c’è nulla cui appoggiarsi nel folle mondo intorno. Non c’è da stupirsi; la cronaca di legami fuori dall’ordinario, da Shrek a Dragon Trainer, con tanto di sottile implicito sottotesto politico, è parte del DNA della DreamWorks Animation.

E quindi è un peccato che L’Isola dei Ricordi non trovi spazio e tempo per dare anche ai non umani – con l’eccezione del canide Raww – la densità psicologica e emotiva delle tridimensionali riuscite protagoniste. Questo leggero squilibrio è la cartina di tornasole di un film imperfetto nella forma ma esplosivo per ritmo e emozione. Il grado di soddisfazione dipende dalle priorità dello spettatore. Cosa si cerca in una storia? Il consiglio a bassa voce, con L’Isola dei Ricordi, è di fare largo all’emozione. Senza trascurare i difetti, o fingere che non ci siano. Ma dando loro il giusto peso, in rapporto a quello che il film sta raccontando.

L’Isola dei Ricordi, film DreamWorks Animation, arriva nelle sale italiane il 24 settembre 2026 per Universal Pictures.

Recensione

Regia—2,5
Sceneggiatura—3
Fotografia—3,5
Sonoro—2,5
Emozione—3,5
Media finale
3/5
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